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by • 15 aprile 2013 • UncategorizedComments (0)2008

Non è mai troppo tardi per cambiare vita

Luisa, 52 anni ed energia da vendere. Dopo avere lavorato più di 20 nel settore farmaceutico, raggiungendo ottimi risultati professionali, decide di mollare tutto e cambiare radicalmente vita. E inizia finalmente un percorso per scoprire le sue vere passioni.

Quando cominci a guadagnare è difficile tornare indietro, fermarti e chiederti se quello che stai facendo è quello che desideri veramente. Io questa domanda non me la sono mai posta. Potevo farlo, la mia famiglia mi avrebbe sostenuto. Ma quando è stato il momento di farlo, ho seguito la razionalità e ho iniziato a lavorare.

Mi ero appena laureata in Scienze Biologiche. Volevo prendere una specializzazione, ma ricevetti una proposta di lavoro da un’azienda farmaceutica e non esitai. E così sono diventata un informatore scientifico. E poi ho proseguito la mia carriera in quel settore, era la cosa più logica: sono passata da un’azienda a un’altra, con tantissime soddisfazioni, facendo grandi progressi e raggiungendo degli ottimi traguardi, di ruolo, stipendio, benefit, riconoscimenti. Quello che mi guidava, di volta in volta, era se il lavoro mi piaceva, se era dinamico, se mi permetteva di stare a contatto con le persone, di aggiornarmi. L’unico aspetto negativo era il nomadismo: ero sempre in viaggio, e quando hai una famiglia e dei figli non è facile passare tanto tempo lontano da casa.

I problemi sono emersi qualche anno fa, quando il sistema farmaceutico è entrato in crisi. Le aziende non hanno reagito solo restringendo i budget, ma introducendo nuove modalità lavorative, che hanno portato solo al controllo dei dipendenti e a una nuova gerarchia più opprimente. Lavorare era diventato un incubo: venivano richiesti continuamente report, email, relazioni… Tutte cose inutili, nel nostro settore, e tutto il nostro lavoro ruotava attorno al dato vendite settimanale. Era angosciante. L’obiettivo era metterci sotto stress, per l’errata convinzione che sotto pressione diamo di più… Che idea sbagliata!

Eppure, la mia posizione lavorativa e il ritorno economico mi faceva stringere i denti, anche se la mia qualità della vita stava peggiorando di giorno in giorno. Mi sentivo un animale in gabbia, schiavizzata. Mi chiedevo fino a che punto potevo resistere, quanti altri anni avrei dovuto sopportare quella situazione. Avevo 26 anni di contributi versati, ma chissà quando sarei andata in pensione… Ogni tanto mi fermavo a pensare cosa avrei potuto fare, ma quando lavori tutto il giorno, e torni a casa la sera tardi, dopo aver fatto km su km in macchina, non hai il tempo e la forza per pensare a un piano B. E cosi, andavo avanti. Forse non avevo abbastanza coraggio e fame, come dice Steve Jobs. Ero disperata, ma non affamata.

Mi rendo conto che ero davvero fuori di me, in quel periodo. Quando mi svegliavo. al mattino, stavo male. L’idea di andare al lavoro era il peggior incubo che potessi vivere. E ora non voglio dimenticare quanto sono stata male, quanto il lavoro ti può abbruttire. Per questo ho conservato anche le mail. Si dimentica per vivere meglio, penso, ma sento ancora il bisogno di conservare certe tracce (per non dubitare delle mie scelte).

Tutto questo è andato avanti fino a che l’azienda, dopo anni che ne parlava, ha avviato un piano di ristrutturazione, che prevedeva tagli del personale. Ma io non ne facevo parte. Mi sono offerta volontaria. Dopo una trattativa che mi ha portato ad avere un paracadute per essere serena economicamente per qualche tempo, sono andata via. Il mio ultimo giorno di lavoro è stato il 30 novembre 2012.

In quello stesso periodo, ho sentito una trasmissione alla radio, che mi ha segnato molto. Era un’intervista a Francesca, dove parlava di felicità, di cambi vita… Raccontava storie, esperienze di persone che avevano mollato il vecchio lavoro e si stavano costruendo la loro alternativa. È stata una folgorazione: sono andata sul sito e sul blog di Accademia, ho letto cosa facevano e le esperienze di chi prima di me aveva ricominciato. Mi sono fatta ispirare da quelle parole e ho capito che ce la potevo fare, che avrei potuto farlo anche io.

Mi sono presa una pausa di (meritatissimo) riposo post lavoro, e poi ho cominciato anche io a lavorare al mio piano B. Ho partecipato al programma Ignition Project e ora sto costruendo la mia start up. È molto impegnativo, ma ora sto bene, sono di nuovo felice. E ora finalmente mi sto facendo quelle domande che avrei dovuto farmi molto tempo fa: cosa mi piace fare, per cosa sono portata. Mi sono data due anni di tempo: se funziona bene, altrimenti riprenderò in mano la mia vecchia professionalità e mi rimetterò in gioco.

 

 

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