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by • 10 febbraio 2014 • Sogni & ProgettiComments (0)1357

Albero, luce, musica, appunti dall’Open Day

Di Beatrice Dorig0

Raffa la Giraffa la mascotte dell'Open Day

Questa volta la Bea più famosa del web è venuta al nostro Open Day e ha preso appunti.

L’articolo è lunghissimo, ma si ride tanto ed è scritto talmente bene che contro ogni previsione e regola del SEO (SEO?) lo abbiamo tenuto così com’era.

Noi pensiamo che mollerete tutto e lo leggerete per intero, ma se non ce la fate salvatelo nei preferiti.

Bea è la migliore – ne sentirete parlare spesso da queste parti.

E’ la regina di tutto non a caso no?

Il Team di Adf

 

Potevo forse perdermi una domenica di sole in cui le splendide creature dell’Accademia della Felicità presentavano sé stesse e i loro programmi al mondo? Ovviamente no.

Potevo forse non arrivare in ritardo? Glissiamo ed entriamo nel vivo del racconto!

Arrivo accompagnata da Enrica, Social Media Manager nonché amica, e Ivan, suo fiancé.

Il nostro ingresso trionfale avviene nel bel mezzo della presentazione del workshop Da Sogno A Progetto, che ho avuto la fortuna di aver frequentato. Mi rendo subito che Marco sta facendo il mazzo al sogno di qualcuno, e mi siedo buona buona per non farmi notare, sicura che comunque le vivisezioni di Marco hanno la garanzia dell’happy end in cui ti spiega come non morire sommerso dai debiti come il signor Micawber 2.0.

Siamo tantissimi!

La presenza femminile è come sempre preponderante, ma ci sono anche un po’ di maschietti che fanno capolino tra una mèche e una borsetta: facce belle, curiose, attente e partecipi.

L’intervento di Marco si chiude senza morti né feriti, anzi, una signora ingegnera con sogni culinari ha una bella luce negli occhi, quella stessa che deve aver illuminato il signor copy di Obama quando ha scritto sul suo foglio di appunti: yes! We can.

Si definisce che cosa fa esattamente Accademia della Felicità quando prepara il tuo progetto: attraverso le tecniche di coaching si fa chiarezza sugli obiettivi, si valutano le risorse economiche e non, si definiscono la rete ed i partners di cui si può disporre e le scelte che si hanno a disposizione.

È sempre Francesca che ci racconta come mai Accademia ha deciso di occuparsi anche di incubare i sogni: perché nel corso degli anni hanno visto tante persone con un sacco di motivazione e idee bellissime ma che non sanno fare i conti.

Ora tocca ad Enrica, che non è venuta da Torino a Milano con me solo per aiutarmi a passare il tempo in treno: è la docente di The Next SMM.

SMM sta per Social Media Manager: nello specifico Enrica, che ha già incantato la platea, e non solo per i suoi bling ring di ispirazione Beyoncè. Ci racconta di come sia stata fondamentale nella sua formazione l’esperienza di vita all’estero, in Danimarca. Ci svela che i giovani danesi fanno una cosa che per noi ha dell’incredibile: pensano “nella vita vorrei fare questo, e quindi lo faccio”.

Lei ha interiorizzato questa filosofia e l’ha fatta sua: ha deciso di prendere i piccoli business e raccontare la loro storia online.

Poi un giorno si è accorta che la sua nuova aspirazione era di formare i suoi potenziali clienti, insegnando loro il suo lavoro, in modo che smettessero di avere bisogno di lei.

Quindi l’ha fatto.

E da lì è nato The Next SMM, che si terrà in Accademia a Marzo, nei giorni 8, 22 e 29.

Ed ecco che c’è il mio momento preferito: Sara, Francesca e Marco raccontano la nascita di Accademia della Felicità.

Che è poi la loro storia, e questa è la formula segreta che rende AdF diversa da qualsiasi altra realtà abbia conosciuto nella mia (breve, brevissima, sia chiaro!) vita.

Sara è luce, biondità e nitidezza. Ci racconta della sua bella carriera in azienda, della sua esperienza nelle risorse umane, un percorso rapido e pulito, privo di incertezze fino al 2008, quando la crisi comincia a colpire e a riassestare un certo modo di lavorare.

Ci racconta di come il suo forte interesse verso le persone abbia sempre contraddistinto la sua etica professionale, e di come questo aspetto sia stato acuito dalla maternità. Il coaching si inserisce nel suo percorso per la sua caratteristica fondamentale, ovvero quella di far accadere il cambiamento.

Sara ama vedere come le idee, attraverso il coaching, riescano a declinarsi nella quotidianità, diventando obiettivo.

Nel 2013 diventa socia di Accademia, portando in dote le competenze tecniche date da 15 anni di lavoro come selezionatrice, e quel valore aggiunto che è dato dalla sua capacità di lavorare con la persona e con le emozioni.

Dalle sue parole, è chiaro a tutti come per lei Accademia della Felicità sia il posto giusto per far riscoprire alla persone quello che amano fare, quello che sanno fare, dando loro gli strumenti per farlo.

Francesca è la musica. È la canzone giusta al momento giusto. E la musica è in tutto il suo percorso, lavorativo e di formazione personale.

Nelle sue parole si mischiano la cultura New Wave degli anni 80 e la spinta al cambiamento di chi ha saputo accettare l’evolversi delle cose come magia e non come costrizione (anche se a me piacerebbe vederla almeno una volta col capello cotonato e le Creepers ai piedi).

Ci racconta una carriera che passa da Londra e dal resto del mondo, in cui la professionalità viene mitigata da uno spirito pop punk che le consente di non perdere di vista la sua identità, fino al momento in cui, invece, avverte uno scollamento tra quello che fa tutto il giorno tutti i giorni e la sua reale identità. Anziché darsi all’alcool come probabilmente avrei fatto io, Francesca (che è Francesca mica per niente, non è che stiamo parlando di una persona e basta: qui in campo c’è una forza della natura) scopre il coaching. Inizialmente il master in coaching si inserisce nel suo tessuto professionale sempre all’interno dell’azienda, che lei stessa ci racconta di aver visto come una realtà da far cambiare insieme a lei. Nonostante io personalmente mi stupisca del fatto che Francesca non sia diventata Imperatrice della Discografia mondiale, ci racconta di come questo suo sogno si sia infranto contro una realtà statica, immutabile.

Ma Francesca non si infrange: questo scontro è il Big Bang da cui nasce Accademia della Felicità.

Marco è un albero con lunghe radici. Non sorride tantissimo, ma quando lo fa è vietato perderselo. Dopo gli studi in Agraria credeva di essere destinato ad una vita tranquilla, da una cascina all’altra, invece si è ritrovato a lavorare per i grandi nomi dell’informatica, grandi responsabilità, grandi progetti. Grande bravura, aggiungerei io, anche se lui tende a smorzare ogni vago sintomo di autocompiacimento con una scrollata di spalle. La sua chiave di volta è la noia: i successi professionali, i fuochi d’artificio aziendali ad un certo punto lo annoiano. Ma Marco è uomo d’azione, quindi, anziché immalinconirsi sui tramonti come un giovane Werther pavese, scopre il coaching. E lì, ha capito che forse il nodo di tutto era aver accettato le buone occasioni senza però scegliere veramente il suo percorso. Che lavorare sodo e fare le cose bene non è abbastanza, per lui. Non è la sua felicità.

La sua esperienza in ambito aziendale gli fa intuire che il mercato del lavoro ha bisogno di una nuova figura di manager, mutuata attraverso il coaching di stampo anglosassone: ecco l’idea di una scuola improntata sull’esempio britannico, con uno spirito senza precedenti nella realtà italiana.

Per Marco, l’innovazione portata dall’Accademia sta tutta nelle persone, che incarnano la vera evoluzione e l’innovazione più profonda della società.

È ora di pranzo: portiamo con noi le storie di Sara, Francesca e Marco e ci meditiamo davanti a un leggerissimo pranzetto che, nel mio caso, contempla un bagel con cotoletta di pollo in un tempio del colesterolo istituzionalizzato. Ascoltare mette fame, non giudicatemi. La mezza dozzina di biscotti (buonissimi) fatti da Marco che ho mangiato nel coffee break non contano.

Si riparte in quarta con lo svelamento del terzo segreto di Fatima: ma il coaching, esattamente, che cos’è?

In pratica, uno strumento di cambiamento.

Non è psicoterapia: al coach importa molto relativamente del perché non vai d’accordo con tua mamma, il suo lavoro è darti i mezzi per farlo funzionare.

Non è counseling: li accomunano l’accoglienza e l’ascolto attivo, ma nel coaching c’è quella cosa prodigiosa che si chiama feedback, che consiste nel fare da specchio al proprio cliente (che in questo caso si chiama coachee, una parola inglese molto carina che quando la pronuncio sembra un breve starnuto educato) perché veda e capisca che cosa può cambiare.

Gli esercizi di coaching sono azioni legate agli obiettivi. Azioni concrete: niente cambia se non si fa niente, e, se decidete di intraprendere un percorso di coaching, mettete in conto di risentirvi come alle elementari, chè anche qui ci sono i compiti da fare.

Il processo di cambiamento è sempre un po’ doloroso: ci si alza dal divano (fisico o figurato) e ci si mette in gioco. Si lavora su sé stessi.

Se volete fare coaching in Accademia della Felicità, aspettatevi anche questo, non solo tra persone con cui io personalmente andrei a cena volentieri tutte le sere. Aspettatevi tre professionisti estremamente preparati che vi accompagnano lungo il tragitto, ma le gambe ce le dovete mettere voi.

In Accademia si scrive molto.

Si usano gli strumenti culturali (libri, film, musica) come propedeutici al cambiamento.

In media, cinque o dieci incontri, di cui il primo, gratuito, è conoscitivo, in cui il coach scopre chi sei e che cosa vuoi davvero cambiare.

Il coaching si paga in anticipo, come l’abbonamento della palestra: solo così ti senti davvero impegnato, e porti a termine il percorso (per me questa cosa dell’abbonamento della palestra non è che abbia mai funzionato, devo ammetterlo, ma devo anche ammettere che Francesca, per esempio, mi piace molto ma molto ma molto di più di un tapis roulant).

A chi serve il coaching? Io direi “a tutti”. Anche, e soprattutto, a quelli che non lo sanno. Per restringere il campo, però, vi posso dire che il coaching serve a chi vuole cambiare lavoro, o non sa se vuole davvero cambiarlo o semplicemente modificare delle situazioni in ambito aziendale. A chi suole mettersi in proprio, a chi vuole cambiare vita e mettere a fuoco che cosa non va e come cambiarlo. A chi soffre per amore, o per la mancanza di. E infine, autostima, anyone?

Adesso tocca a Giorgia: collana to die for, occhio mediorientale e piglio deciso. Lei si occupa di libroterapia.

La libroterapia è quella cosa meravigliosa secondo la quale Giorgia ti fa leggere determinati libri sotto la lente chiarificante del coaching. Per esempio, se avete letto Open di Andrè Agassi e avete pensato che parlasse di tennis e di calvizie, Giorgia ve lo fa rileggere e vi spiega come mai parla di libertà. E vediamo chi ha il coraggio di alzare la mano e dire che a lui non interessa saperne di più della libertà.

Giorgia è generosa: ci racconta il suo processo di cambiamento, da donna in carriera un po’ irrigidita nel suo ruolo a donna in un’altra carriera che le assomiglia decisamente di più.

Uno dei percorsi che avvengono (anche) attraverso la libroterapia è la Personal Foundation: per che cosa siamo nati? Che cosa ci riesce bene? Giorgia ha dovuto rispondere a queste domande su di sé, e, ad oggi, aiuta gli altri a trovare le proprie risposte attraverso quella cosa straordinaria che sono i romanzi.

Libriterapia, sottolinea, non coincide con i libri di auto-aiuto: alcuni di essi possono essere usati in determinati casi, ma la magia avviene spesso dentro ai racconti, alla poesia.

E poi, non lo sapevo, ma tocca a me e Massimo, un amico del cuore della sottoscritta, il libraio che mi ha insegnato tutto quello che so di come si fa a fare la libraia.

Francesca si cala nei panni di Oprah e mette in piedi un juke box letterario: qualcuna dal pubblico pensa ad un argomento che le sta a cuore (parlo al femminile perché sono le ragazze a lanciarsi nel gioco senza un attimo di esitazione), e io, Max e Giorgia pensiamo a quali libri consiglieremmo di leggere per adattarsi a quello stato emotivo.

Non ho neanche tempo di preoccuparmi e darmi alla fuga: si crea subito un’atmosfera unica, un’empatia fortissima. A tratti camuffo la commozione studiando gli infissi delle finestre (comunque, ragazzi, mi pare che vadano bene, per quest’anno li lascerei così).

Non è libroterapia, è un gioco, ma serve a dare la misura della potenza terapeutica nascosta tra le pagine. Combinatela al coaching e avrete un rimedio infallibile per ogni mal di cuore.

Con Ambra esploriamo cosa vuol dire ripartire da sé. Ambra la conosco da un po’, e parlare di Ambra vuol subito dire cominciare a sorridere. La sua gentilezza, il suo garbo innato e la sua  sensibilità la rendono perfetta per la sua professione di naturopata. Ambra arriva dal marketing. La sua formazione la rende la persona giusta in termini di concretezza per spiegarci esattamente che cosa significa ripartire da sé: non dove voglio arrivare, ma come mi voglio sentire. Dire “felice”, cari miei, non basta. Bisogna andare in profondità. Tre volontarie si offrono di condividere con noi i loro obiettivi emozionali, e Ambra le guida, con domande precise e puntuali, ad identificare almeno tre azioni da svolgere nel quotidiano che ci facciano sentire come vorremmo. È un lavoraccio, ma lei, che l’ha fatto su sé stessa in un momento in cui era schiacciata tra le volontà altrui, ha la pazienza e la chiarezza necessarie a condurti lì dove vuoi arrivare. Ci dice che la felicità è responsabilità nostra: trova ciò che ti fa star bene e agisci di conseguenza. Non per dire, ma come la mette lei sembra quasi facile.

Noi però volevamo anche sentir parlare d’amore: e Francesca ci parla d’amore. Di Tafani a cui restiamo attaccate alla faccia del buonsenso (e dell’istinto di sopravvivenza). Di aspettative cosmiche, di dating online, di baci indimenticabili e relazioni dimenticabili. L’atmosfera si scalda subito con risate e complicità, partono molotov nei confronti del genere maschile che i presenti scansano con grande signorilità.

La rivelazione è che il coaching serve anche a scardinare, finalmente, tutti i meccanismi maledetti in cui tutte noi, almeno una volta nella vita, ci siamo trovate prigioniere. Anziché ammorbare la nostra migliore amica con monologhi telefonici sulla base di “Lui ha fatto, allora io ho detto”, rischiando tra l’altro che scappi in Guatemala a vendere conchiglie sulla spiaggia pur di non doversi più sorbire i nostri tragici resoconti, rivolgiamoci ad un coach. Per il nostro bene. E anche per quello delle nostre amiche.

Fuori è già buio, le luci della città fanno capolino, qualcuno è già scappato a prendere un treno, e Marco riprende la parola. Ci racconta della storia imprenditoriale della realtà che a noi, qui, stasera, sembra solo splendida splendente nella sua sfaccettata funzionalità.

La storia di Accademia come impresa è stata costellata di ostacoli e piccoli errori. Errori rimediabili, perché, loro sì, i conti li avevano fatti davvero bene. Errori di comunicazione, di marketing, piccole cose di cui non riesci magari a tener subito conto e che frenano la tua conquista del mondo.

E ora dirò una cosa che non avrei mai creduto di dire (io): dove c’è business plan, c’è speranza. Non chiamate l’esorcista, perché è una lezione che ho imparato a mie spese. Se il business plan dice che il tuo progetto è sostenibile, allora lo è. Il business plan è antipatico, ma non mente, neanche quando spereresti che un po’ lo facesse, che ti indorasse un po’ la pillola.

Ed è per questo che in Accademia si parla anche di lui. Perché sono i conti fatti bene che rendono, tra le altre cose, la felicità possibile.

L’Open Day è finito: ora tocca al Müller-Thurgau e alle frivolezze.

Grazie a chi c’era, è stato bello conoscervi!

Grazie a Francesca, Sara, Marco, Giorgia e Ambra. Siete er mejo, e lo sapete.

Grazie a Enrica e Ivan, compagni di pausa pranzo ultralight.

Grazie a Massimo e Francesco: vi amo una cifra, amici!

E grazie a Trenitalia, che se avessi dovuto guidare fino a Torino dopo aver abusato di Müller-Thurgau avrei passato la notte al casello di Cormano.

 

 

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