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by • 21 aprile 2017 • Life & CultureComments (0)309

Ritratti di signore

Jackie di Pablo Larrain

Recentemente nelle sale italiane sono stati distribuiti due film molto interessanti, entrambi incentrati su un personaggio femminile di grande forza e carisma, interpretati da due regine del cinema contemporaneo internazionale e diretti da due maestri riconosciuti… Eppure, pur con tutte queste caratteristiche in comune, le due opere non potrebbero essere più diverse.

Sto parlando di “Jackie” di Pablo Larrain e “Elle” di Paul Verhoeven.

Jackie è il racconto biografico di un particolare momento della vita di Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis, precisamente il periodo immediatamente successivo all’omicidio del marito John Fitzgerald Kennedy nel modo che tutti conosciamo, essendo una delle immagini più iconografiche della storia moderna.

Proprio sull’iconografia delle immagini della first lady trasmesse dalla tv americana, soprattutto il famoso video dell’attentato a Dallas, ma anche uno special sulla Casa Bianca, che le valse addirittura un Emmy Award, e la diretta tv della marcia funebre nel corso del funerale di stato organizzato per Kennedy, che il regista cileno Pablo Larrain, autore di “No – I giorni dell’arcobaleno” e “Tony Manero” (uno che non sbaglia un film), ha incentrato la composizione visiva di questo splendido ritratto di signora alle prese con una situazione più grande di lei.

Larrain ha affidato il ruolo di Jackie a Natalie Portman, con grande lungimiranza e sicurezza, dato che l’attrice era la prima e unica scelta del regista e, in caso di rifiuto di lei, forse il film avrebbe avuto un altro autore.

La Portman ripaga la fiducia di Larrain in maniera eccelsa, cesellando con un’incredibile tecnica, celata da una sorprendente naturalezza, non una semplice imitazione di un personaggio notissimo al pubblico, ma una vera e propria moderna reinterpretazione.

Con la sua bellezza ed eleganza naturali, con i piccoli movimenti incerti e la magia dell’intonazione vocale che ricorda in tutto la ex-first lady, l’attrice ci racconta come una donna, da tutti considerata una snob, viziata e dipendente dal carisma universale del marito, riesca a trovare il modo di far rispettare la sua volontà nel difficile ruolo di vedova dell’uomo più amato dalla nazione, quindi già colpevole per il solo fatto di essere sopravvissuta.

Il film ci mostra come Jackie riesca da sola, tranne per il supporto morale della fedele assistente interpretata da Greta Gerwig, a gestire la difficile situazione seguita all’omicidio del marito e ad organizzare i funerali più consoni allo status di un Presidente degli Stati Uniti d’America, contro il volere di politicanti e funzionari dei servizi segreti, contribuendo così a creare il mito di JFK, che ancora oggi perdura e funge da riferimento per i politici liberali americani e non (vedi Veltroni neanche tanto tempo fa).

Il film ci regala così il ritratto molto verosimile di una donna solo apparentemente fragile e sperduta, in realtà forte della sicurezza di valori morali e culturali coltivati grazie ad un’ottima istruzione alto borghese e ad un pensiero liberal-progressista non comune per una donna dell’epoca, specialmente negli USA, che con grande decisione si pone al servizio di un’intera nazione, che nemmeno le riconoscerà questo sacrificio, perché la morte del suo più amato presidente non rappresenti anche la fine del sogno americano di libertà e benessere.

E mentre Jackie ci immerge nel realismo della Storia, quella che si studia sui libri, Elle, il film del maestro olandese Verhoeven, che dopo i fasti di Hollywood sembra preferire le atmosfere più intellettuali del cinema d’autore europeo, ci presenta un altro ritratto di donna forte e carismatica alle prese con dinamiche di violenza fisica e psicologica, sia subita che provocata, utilizzando però un registro che, alternando il thriller e il grottesco in maniera spiazzante e provocatoria, non risulta, volutamente si intende, quasi mai verosimile.

Michelle, la protagonista del film, donna forte, imprenditrice, sicura di sé, subisce una violenza in casa propria nella prima sequenza del film, ma la sua reazione all’evento è la più inaspettata.

Ella decide di continuare la sua vita come se nulla fosse successo, continuando a dirigere con piglio autoritario una società di video giochi, a sostenere un figlio inetto, un ex-marito insicuro, rivelando addirittura lo stupro subito alle persone a lei più care, nel corso di una cena terribilmente imbarazzante, come se raccontasse di una scocciatura capitata per caso.

Solo un’attrice al mondo poteva sostenere un ruolo così ambiguo e provocatorio, infatti pare che tutte le dive di Hollywood abbiano rifiutato la parte, Isabelle Huppert, che si ritrova a vestire i panni di un personaggio morboso, in lotta con le sue pulsioni sessuali, come già fece magistralmente nel capolavoro di Michael Haneke, La Pianista, che le valse un premio a Cannes.

Con la differenza che in Elle i momenti di tensione si risolvono spesso in gag comiche, mentre le situazioni in apparenza grottesche tendono a volgere al dramma e in questo altalenarsi di emozioni contrastanti la protagonista si pone come la figura centrale della storia, assumendo il controllo totale  degli eventi e riuscendo ad ottenere tutto quello che vuole, esattamente nel modo in cui lo vuole.

La Huppert è perfetta nell’utilizzo dei suoi caratteristici giochi di sguardi e degli ammiccamenti che ha perfezionato in anni di interpretazioni di personaggi disfunzionali, sempre sull’orlo tra il sublime e il ridicolo, senza alcuna paura di sporgersi da una o dall’altra parte.

Il regista peraltro si mette al totale servizio della sua protagonista in quanto è evidente quanto lei sia lo strumento perfetto per raccontare una storia con cui egli prova ancora una volta a scardinare la mentalità borghese e benpensante, infarcita di convenzioni e comportamenti corretti che celano la solita profonda ipocrisia che il cinema europeo ci racconta così bene da decenni.

Gianfranco Taino

Gianfranco

Responsabile amministrativo per ADF e non solo, ho un lato razionale e pragmatico che si manifesta nella facilità a lavorare con i numeri, nel tenere i conti e nell’essere preciso e affidabile, e una forte vena creativa che mi ha permesso di lavorare come consulente musicale per sfilate ed eventi, come giornalista e come deejay. Ho frequentato la prima edizione del Master in Coaching di ADF e sto studiando per diventare Life Coach.

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