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by • 21 dicembre 2016 • Life & CultureComments (1)1129

Bookcoaching: cosa c’è di più bello di questo?

Bookcoaching: cosa c'è di più bello di questo?

Mi sto sempre più convincendo che alcune persone si condannino all’infelicità, non per peccato originale o ataviche colpe da espiare, piuttosto perché si lasciano sfuggire il presente per disattenzione o distrazione: ignorano la meraviglia che li ha sfiorati, esclusivamente ostinati a guardare al passato o a immaginarsi nel futuro.

Ricordo un giorno di qualche anno fa quando ero in compagnia di una bimba di quattro anni, con una chioma biondo platino di capelli riccioluti, un viso angelico e una vocina flebile, con due occhioni grandi grandi e altrettanto tristi e ansiosi: “Mamma, ma quando mangiamo?” ripeteva prima di pranzo, durante il quale non aveva poi toccato boccone perché troppo intenta a chiedere “Mamma, ma quando giochiamo?”, per poi annoiarsi con noi adulti e “Mamma, ma non dovevamo andare al parco?”, dove non riusciva a divertirsi con gli altri bambini con un’unica ossessiva preoccupazione: “Mamma, ma quando andiamo dalla zia?”

Non ero infastidita dalla sua inquietudine, ma molto stupita e avvilita al pensiero di quella splendida bambina così piccola e già così incapace a godersi la vita.

E la guardavo proiettandola da adulta in un’altra figura che costeggia la mia vita, ma che meriterebbe di entrare a farne maggiormente parte se solo non vivesse la frustrazione e la rabbia di sentirsi costantemente la persona sbagliata al momento sbagliato nel posto sbagliato: da adolescente per la smania di essere una donna, oggi ultrasessantenne con la spontanea tendenza a comportarsi come una ragazzina, in tutti i casi con l’urgente necessità di essere altrove, sempre e comunque, ogni giorno, ogni minuto altrove, nello spazio e nel tempo.

Non la invidio, neppure un po’: non ha la minima idea di quanta vita si sia persa fino a oggi e continuerà a fare, se non cambierà qualcosa.

“Ma per te è facile,” mi disse in passato, quando ancora avevo l’ingenua illusione di convincerla a guardarsi attorno attraverso lenti colorate, “tu sei brava e fortunata che riesci a non soffrire”. Fu l’ultima volta che provai a comunicare con lei, il resto tra noi sono state solo parole.

Non ho un carattere facile e quando non mi sento compresa faccio spesso un passo indietro e rinuncio a farmi capire da chi, in ogni caso, è troppo concentrato sulla propria misera esistenza da accorgersi che fuori di sé c’è un mondo.

Tuttavia fra qualche giorno è Natale, le lucine gialle illuminano le decorazioni rosso e oro del mio finto abete e mettono in risalto un bel cuore in rattan (regalo di una mia nuova amica) che mi ricorda che tutti hanno bisogno di una seconda possibilità, anche chi il proprio cuore ha dimenticato di coccolarlo e ci provo ancora una volta io a riscaldarlo, raccontando a modo mio L’abete di Hans Christian Andersen, una fiaba della mia infanzia; a Natale, si sa, si tende a tornare un po’ bambini…

Lontano, nel bosco, c’era un piccolo abete molto grazioso che non traeva alcuna contentezza dal calore del sole, dagli uccelli e dalle nuvole di porpora che mattina e sera gli navigavano sopra. 

“Oh! crescere, crescere, diventare alto e vecchio, non era in fondo la cosa più bella su questa terra?” l’albero pensava.

“Godi la tua giovinezza! – dissero i raggi del sole – godi delle tue forze e della fresca vita che scorre in te!”.

Il vento baciò l’albero e la rugiada lo bagnò di lacrime, ma l’abete non capiva, non aveva pace, voleva sempre partire. E non appena seppe che alcuni abeti giovani erano stati calorosamente accolti in case ricche iniziò a lagnarsi: “Ah, come soffro di malinconia! Fosse già Natale” e il Natale arrivò: la scure penetrò profondamende nel midollo e l’albero cadde a terra con un gran sospiro; sentì dolore, e un languore che non gli permetteva di pensare ad alcuna felicità. Una volta anche lui in famiglia, mentre veniva sontuosamente addobbato con regali, candele e leccornie varie “Oh! Fosse già sera! – pensava l’albero – se almeno le luci si accendessero subito! Cosa accadrà mai? Chissà!” e quando vennero accese le candele, l’albero fremeva in tutti i rami, al punto che una delle candeline appiccò fuoco al fogliame; che dolore cocente sentì! Che tortura! Aveva una paura tremenda di perdere qualcuno dei suoi tesori! era profondamente turbato da tanta ricchezza e peggio si sentì nel momento in cui i bambini ebbero il permesso di spogliare l’albero. Oh! Si sentì scricchiolare in tutti i rami, quando gli si avventarono addosso. Dopodiché nessuno badava più all’albero. Aveva contato molto per loro, ma ahimé! la sua parte era finita e si mise a pensare con gioia al giorno dopo, quando l’avrebbero addobbato di nuovo: “Domani non tremerò! – pensava, – voglio proprio godermi il mio splendore!” Peccato, però, che il mattino seguente venne riparato in soffitta, al buio, e l’abete si rattristò: “Soltanto, se non fosse così buio qui! e se non fossi così disperatamente solo!”, ma con grande sorpresa scoprì che era in compagnia di tanti topolini curiosi di ascoltare i racconti della sua vita nel bosco e del giorno prima durante la festa e si accorse che “erano davvero tempi divertenti! torneranno, però, torneranno!… una volta tirato fuori di qui mi voglio ricordare di divertirmi”. E il giorno in cui di mattina presto qualcuno venne a prenderlo per portarlo in cortile: – Ora voglio vivere! – esclamò pieno di gioia, e volle spandere ben larghi i suoi rami; ma, ahimé, quelli erano tutti gialli e appassiti e riflettè sul suo passato: 

- Finito! finito! – disse il povero albero. – Se almeno avessi goduto, quando potevo! finito! finito!

(Hans Christian Andersen, L’abete, in Notte di Natale, Einaudi, Torino 2010)

Quanti tra noi, come il giovane abete, hanno inesorabilmente disdegnato i quotidiani momenti di felicità e sacrificato tempo e serenità nel dolersi di “non essere” o “non avere”!

Dovremmo forse riacquistare un po’ il senso del pudore: la tristezza, l’insoddisfazione, il dolore e l’insofferenza sono stati dell’animo a cui dovremmo portare maggior rispetto, abbiamone riguardo; è un peccato sprecarli per pigrizia.

Mi congedo, quindi, con un prezioso augurio per il Nuovo Anno 2017, prendendo in prestito le parole di Kurt Vonnegut che dedico a tutti, grandi e piccini, me compresa:

Quando le cose vanno bene e tutto fila liscio, fermatevi un attimo, per favore, e dite a voce alta: “Cosa c’è di più bello di questo?” Fatene il vostro motto: “Cosa c’è di più bello di questo?”

(Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso, minimun fax, Roma 2015)

Buone Feste!

Flavia Ingrosso

Flavia per Blog ADF

Da quando ho memoria le mie più fedeli compagne di viaggio sono sempre state le note musicali e le lettere dell’alfabeto, per esprimere emozioni e per leggere e raccontare storie; nel lavoro mi divido felicemente tra la musica e i libri, ma frequento anche il Master in Coaching di Accademia della Felicità perché anche io come Goethe ritengo che è “libero ognuno d’occuparsi di ciò che lo attrae, che gli fa piacere, che gli pare utile, ma il vero studio dell’umanità è l’uomo”.

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One Response to Bookcoaching: cosa c’è di più bello di questo?

  1. Rosa scrive:

    Grazie Flavia è sempre un piacere poterti leggere.

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