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by • 12 ottobre 2016 • Life & CultureComments (0)351

Bookcoaching: trascurabili contrattempi di uno scrittore in cerca di gloria

Bookcoaching Henry

Lo confesso, ho una particolare predilezione per le brave persone. Avete presente? Quelle umili che guardano al mondo come a una grande sorpresa da scoprire e comprendere giorno dopo giorno con l’impegno, il rispetto, anche un po’ di fatica; le persone che preferiscono meritare ciò che realizzano e posseggono senza dare nulla per scontato, che vivono con quel pizzico di coscienza misto a pudore e meraviglia di fronte alla complessità della vita.

Mi piacciono gli ingenui, i sognatori e gli idealisti, coloro i quali credono ancora in alcuni valori come l’onestà, l’amicizia, l’amore, la giustizia e che per questo i cinici definiscono “perdenti”… Ma perdenti in cosa? Siamo in gara? Siamo in guerra? Ma soprattutto, di qualsiasi cosa si stia parlando (io di vita, non so voi), mi chiedo cosa si perda e, in caso contrario, cosa si vinca; mi domando quale sia la posta in palio quando si arriva ai conti finali: non è forse vero che, dopo tutto, il “primo premio” sia sempre lo stesso? La fine, in fondo, non arriva poi per tutti, vincitori e vinti?

Se poi, come me, non si dà particolare importanza a ciò che viene dopo, allora sì, quello che più conta è come si decide di giocarla la partita, se godersela rispettando le regole oppure barare con soprusi e prepotenza.

Neppure a dirlo, io voto per la correttezza e “povera illusa!” mi sono sentita rimproverare, a volte anche con sdegno, come se facessi del male a qualcuno, “al massimo a me stessa” mi verrebbe da replicare, ma ora passo avanti e ignoro, o magari rispondo: “sì, sono una povera illusa, e allora?”

Io adoro Henry.

Il protagonista del libro di Michael Dahlie (Michael Dahlie, Trascurabili contrattempi di un giovane scrittore in cerca di gloria, Nutrimenti, Roma 2013) è educato, mite, rispettoso e responsabile, a volte un po’ imbranato, lo riconosco, ma come tutti coloro che, leali con se stessi e con gli altri, si avventurano nell’ardua ricerca di un proprio posto nel mondo.

Non è certo stato facile per lui, appena venticinquenne, reagire di colpo alla perdita dei genitori con la sensazione che non ci sarebbe stato nessun altro capace di avere una buona opinione di lui, a cui sarebbe piaciuto in quel modo, che fosse così felice di stargli accanto; e ancora vivere con la sensazione che le cose accadessero appena fuori della sua portata e che, sebbene fosse in confidenza con un sacco di gente che avrebbe voluto frequentare, a Brooklyn non aveva nessun vero amico, nessuno che gli manifestasse un qualsivoglia tipo d’interesse.

E ne ammiro la sobrietà del rapporto con il denaro perché quando fu colto da uno strano, improvviso piacere di essere così ricco, perché a pensarci bene, la gente ama il denaro, e lui ne aveva da buttare, bastò un istante perché questo pensiero lo facesse sentire in colpa e, nonostante non ne avesse alcun bisogno, sentiva di dover entrare a far parte del mondo professionale, di dover dare il suo contributo lavorativo alla società; anche perché lui in fondo lo sapeva che desiderava soprattutto incontrare una ragazza che gli piacesse e farsi degli amici – amici veri – a Brooklyn. Tutte cose che senza dubbio, e nel loro significato più autentico, quello in cui Henry le intendeva, non avevano nulla a che fare con i soldi.

Mi intenerisco nel leggere che per chiunque altro il sesso fosse una cosa del tutto naturale e di facile organizzazione, mentre lui (questo era l’importante corollario del suo sospetto), a causa di un’imprecisata ingiustizia cosmica, era escluso da questo semplice scambio; escluso per ragioni che non riusciva bene a decifrare ma che immaginava avessero a che fare con la sua stravagante insicurezza, l’assurda paura delle cose normali e la confusione che sembrava avvertire quando aveva vicino una donna; alla fine, la maggior parte delle volte prendeva quella che gli si presentava o, quantomeno, evitava di lasciarla. Non aveva mai piantato una sola ragazza in vita sua perché l’alternativa, la solitudine, era semplicemente troppo triste e le relazioni più lunghe che aveva avuto le aveva attribuite all’ubriachezza, o almeno a una necessità cronica di bere da parte della sua ragazza.

Partecipo con trasporto a una delusione imbarazzante di Henry e mi compiaccio della reazione nel fare i conti con i suoi sentimenti di umiliazione, iniziando a lavorare … su un racconto che aveva in testa da tempo; e rispetto la sua determinazione quando, non appena lo ebbe finito, con un mucchio di ringraziamenti per la distrazione offertagli, lo inviò a diverse riviste letterarie, benché, considerati gli avvenimenti e la fortuna recenti, era assai probabile che nemmeno questo progetto avrebbe avuto particolare successo.

Apprezzo l’innocente caparbietà con cui ha affrontato tutte le peripezie a volte surreali in cui si è goffamente imbattuto, la  predisposizione a sentirsi, nonostante tutto, grato a ciò che di buono la vita gli ha offerto e la volontà di voler guadagnare con onore la stima e l’affetto fino a emanciparsi da chi lo ha sbeffeggiato, conscio del fatto che aveva davvero bisogno di cominciare a eslcudere dalla sua vita persone del genere, credendo fortemente che amore e amicizia (nella loro forma più autentica) non avessero nulla a che fare con giochi sleali o giudizi di valore.

Sono infine orgogliosa della sua capacità di ribellarsi a gran voce a un’ingiustizia subita,  armato di coraggio e dignità, scatenando con fierezza un putiferio.

E dunque il riscatto, Henry ha vinto e il suo posto nel mondo lo ha trovato: ha raggiunto la consapevolezza di sé e ciò che prima gli parevano montagne invalicabili sono ora per lui solo dei trascurabili contrattempi, perché ha saputo ridimensionare i problemi e sa di non essere solo ma può contare su due amici fidati e disinteressati come Abby (che l’avrebbe mantenuto sulla retta via) e Whitney (che non aveva nulla da guadagnarci da quell’amicizia, se non un onesto cameratismo).

Quindi, mio caro amico che in parte in Henry forse ti riconosci, il mio augurio è che anche tu possa constatare che la lezione consisteva semplicemente nel fatto che non c’è niente che si possa fare per prevenire ciò che accadrà nella vita. Il mondo è un luogo insidoso e imprevedibile, non un posto per programmatori e pianificatori.

Rinuncia a volerne avere l’assoluto controllo e vivi, agisci, combatti la diffidenza, abbi fiducia in te stesso, nel tuo sogno e in chi prova per te un affetto disinteressato e crede nelle tue potenzialità.

Spero che anche tu molto presto farai come Henry che a quel punto della sua vita, pensò alla fine, con quel genere di cose sarebbe stato perfettamente in grado di cavarsela.

Flavia Ingrosso

Flavia per Blog ADF

Da quando ho memoria le mie più fedeli compagne di viaggio sono sempre state le note musicali e le lettere dell’alfabeto, per esprimere emozioni e per leggere e raccontare storie; nel lavoro mi divido felicemente tra la musica e i libri, ma frequento anche il Master in Coaching di Accademia della Felicità perché anche io come Goethe ritengo che è “libero ognuno d’occuparsi di ciò che lo attrae, che gli fa piacere, che gli pare utile, ma il vero studio dell’umanità è l’uomo”.

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