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by • 16 luglio 2014 • Master, Sogni & ProgettiComments (0)2812

IL CAMBIAMENTO DI MASSIMO – nelle parole della sua PIC (partner in crime) Beatrina Incorporella

massimo bea

 

E’ andata così: ho chiesto a Bea di parlare con Massimo del suo cambiamento, di quello che ha significato per lui questo ultimo anno (a parte i Juke Box Letterari, un libro, una rubrica su Donna Moderna un altro libro in arrivo…e poi workshop, eventi, coaching). Mi piace molto la narrazione che è emersa credo ognuno di noi ci si possa rispecchiare un poco sia per festeggiare i successi che per raccogliere le ultime speranze…

Francesca Zampone

Un giorno ho mandato una mail al direttore di un giornale: mi sono proposto per una rubrica di rimedi letterari. Ho riletto con attenzione quello che avevo scritto, ho schiacciato il tasto “invia” e con quel semplice gesto, già fatto e reiterato moltissime altre volte nella mia vita, ho segnato un punto esatto: la presa di coscienza del mio cambiamento. C’è un prima e un dopo, ma, con quella mail, ho preso atto con me stesso del fatto che qualcosa di prezioso era avvenuto.

Sono vent’anni che lavoro con i libri. Prima in una libreria, poi nei magazzini editoriali, quindi nella libreria che ho aperto in società con un’altra persona. Quell’esperienza è finita e, ad oggi, sono tornato al punto di partenza, ovvero lavorare in un negozio non mio: tutto quello che è trascorso, la terra di mezzo della mia professione, è un bagaglio importante che mi consente di essere qui, oggi, con consapevolezze diverse.

Se riguardo a me stesso un anno fa, vedo una persona con cui, al di là dei dati anagrafici, ho pochissimo in comune. Sono completamente nuovo e diverso: mi sono dato la possibilità, dopo tanto tempo, di credere in me stesso e nel valore di quello che faccio, allontanando le resistenze e la negatività che mi hanno condizionato per troppo tempo.

Aprire la libreria è stato per me il coronamento di un sogno: forse per questo, quando le cose hanno iniziato ad andare male, mi sono trovato imprigionato in uno stato di profonda apatia, dalla quale mi sono risvegliato in extremis solo per portare a termine le azioni necessarie per chiudere quell’esperienza.

Il master in coaching era qualcosa su cui mi ero già trovato a riflettere in passato: l’incontro con Accademia della Felicità, in particolare nella figura di Francesca, aveva risvegliato in me qualcosa che credevo non esistesse più, eppure, prima di prendere la decisione di farlo, ho lasciato passare del tempo. Quando però il momento è scattato, ho sentito profondamente dentro di me che era qualcosa di significativo, da non sprecare: ero molto presente a me stesso quando ho preso la decisione di fare il master, e ho deciso,  da subito, di impegnarmi, senza trovare scuse.

Chiudere la libreria avendo già iniziato il master mi ha sicuramente consentito di affrontare la cosa in maniera propositiva, con sicurezze rinnovate e riscoperte: non era più la lotta contro me stesso e un mio presunto fallimento, che tanto spesso mi aveva atterrato, togliendomi le forze. Era qualcosa che potevo scegliere di fare senza mettere in discussione me stesso sotto una lente deformante.

In qualche modo, ho smesso di fuggire: mi sono guardato nello specchio e ho cominciato un percorso che mi avrebbe consentito di riconoscermi. Ho scelto di essere onesto nei confronti della mia vita e delle mie potenzialità: ho scelto di mettermi in discussione, questa volta, non per distruggere ma per ricostruire.

Quando inizi a cambiare, le persone accanto a te reagiscono di conseguenza: il modo in cui gli altri ti vedono si evolve. L’impatto è positivo, se chi ti è vicino ti vuole davvero bene, percepisci che chi ti sta accanto ha un anelito di vita nei tuoi confronti. Dall’altro lato, c’è anche ci vuole vedere nel cambiamento qualcosa da mettere in dubbio, come se il percorso che fai fosse superficiale: queste sono le persone da accantonare.

Ed è forse peculiare come io abbia imparato a mettere questa distanza nei confronti di alcune persone proprio nello stesso momento in cui ho iniziato a esercitare in maniera profonda la mia empatia: nelle lezioni in classe, al master, ho vissuto in maniera fortissima il rapporto umano con i miei compagni, in un contesto forte e carico di emozione. C’è stata la sensazione bellissima e condivisa di essere accolto nella mia difficoltà, entrando in contatto con persone molto diverse da me, imparando ad ascoltare in maniera diversa da come l’avevo sempre fatto, sperimentando la possibilità di cambiare idea, mettendo in comune con loro parti della mia vita e ricevendo in cambio frammenti della loro. Mi è servito a cambiare approccio, togliendomi limiti pregressi che mi avevano portato a chiusura emotiva e sofferenza.

Un altro momento fondamentale, in cui ho capito che davvero qualcosa era scattato dentro di me, è stato quando mi sono trovato, sempre nel contesto di classe del master, a tenere un discorso davanti a tutti. Non ho guardato i fogli che mi ero preparato, sono andato a braccio, il che, per me, è stata davvero una cosa inaspettata: anziché avere l’ansia di parlare ad un pubblico ho trovato una voce che mi apparteneva ma che non era mai emersa con tanta decisione, quella parte di me stesso che poteva e soprattutto voleva comunicare con tutti.

È stata una conquista enorme, che si è ripetuta quando, senza alcun preavviso, mi sono trovato a parlare davanti ad una platea all’Open Day di gennaio, sempre in Accademia, e poi, ancora, nella prima serata di libroterapia che ho gestito in maniera autonoma: la parte di me più disfattista e spaventata, che sicuramente in passato mi avrebbe bloccato fino a paralizzarmi, è stata confinata e messa a tacere dalle mie nuove consapevolezze. Da lì, è stato un crescendo, culminato nel roadshow di questa primavera. Lì ho scoperto la sensazione trionfante e liberatoria di gestire le mie défaillances interiori senza lasciare che inquinassero la mia riuscita pubblica, culminando in un successo prima di tutto personale.

Mi sono guardato indietro e ho visto come i miei piccoli insuccessi adolescenziali avessero creato un corto circuito dentro me, che non avevo mai affrontato davvero fino a questo momento, continuando su una strada di estrema inconsapevolezza, carico di sovrastrutture inutili che mi appesantivano e che, soprattutto, buttavano giù la mia autostima e la fiducia nel mio potenziale. Ad oggi posso dire di essere uscito dalla mia comfort zone, creando un precedente positivo e mettendo in luce le infinite possibilità che stringo fra le mani: emblematico, in questo senso, è stato l’evento con Emidio Clementi dei Massimo Volume. Non soltanto perché lui è, e resta, una delle figure fondamentali della mia formazione, ma perché, in quell’incontro, sento di essere riuscito ad comunicare davvero che cosa significa per me il potere della parola, scritta e cantata, che spesso mi ha salvato, tamponando quella che era un’incapacità mia di esprimere il mio malessere e le mie sensazioni.

L’interazione con il pubblico – e forse mai avrei pensato di arrivare davvero a dire queste parole – è quella che, ad oggi, considero la parte più divertente e stimolante del mio lavoro: parlo ovviamente del Juke Box Letterario e anche della libroterapia, che pure è molto faticosa, perché non solo richiede una concentrazione estrema per ciò che viene raccontato a livello narrativo, ma anche una presenza molto intensa per trasmettere in maniera efficace e corretta dei concetti su cui riflettere in profondità.

Quando preparo un progetto di libroterapia o un rimedio letterario penso a me stesso quando mi sono trovato a quella situazione: vedo nel Massimo di allora un interlocutore ideale, e lo conduco per mano verso quelle risposte che allora mi sfuggivano.

Se c’è una parola che più di altre può definire il mio approccio attuale, essa è empatia: vado in profondità, guardo ai fatti ma soprattutto cerco di sentire la persona che ho davanti, il vissuto, le ferite, la speranza. Il potere di cambiare, che risiede in ciascuno di noi, e che, una volta liberato, scatena un’energia inarrestabile, che porta alla luce coraggio, desideri, possibilità di gioia.

Ad oggi, mi piace immaginare il mio futuro così com’è: sono contento di ciò che faccio, anche se ho ancora qualche aggiustamento pratico da realizzare, ma ho imparato a gestire anche i tasti dolenti con meno ansia e più pragmatismo.

In passato mi è capitato di applicare, in maniera inconsapevole e naif, alcune tecniche di coaching: mi piace pensare che questa strada fosse un solco tracciato dentro di me e che alla fine, scegliendo di seguirlo, ho trovato una strada che mi portava a casa.

L’anno che è appena passato ha tutti i colori, anche il giallo e il rosso, che non amo; ha il gusto di un affogato all’amarena, è La Vita Davanti a Sé, è una canzone che trasmette forza, come All The Rage Back Home degli Interpol.

L’anno che è appena passato è un abbraccio: simbolo di cambiamento, amore e condivisione.

L’anno che è appena passato, sono io, finalmente.

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