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by • 24 febbraio 2014 • MasterComments (0)1081

Da AdF con amore. Cronache bionde di un master eccezionale – N° 2 – 9 febbraio 2014

Di Beatrina Incorporella

Siamo alla puntata numero due: scendo in stazione e prendo la metro con il piglio di quella che ha una lunga pratica del territorio lombardo, e arrivo in Accademia carica come una molla.

Ricapitoliamo un po’ la giornata di ieri, poi, dopo una breve introduzione su che cosa significa dare strutture di supporto, partiamo subito in quarta con una simulazione di coaching: una di noi fa la coach, l’altra la coachee, e tutte le altre sono osservatrici esterne.

L’obiettivo è applicare la teoria dell’ascolto attivo, e provare a dare le strutture di supporto di cui sopra.

La vera verità è che l’ascolto attivo, fatto bene, è difficilissimo. Nel mio caso, si tratta di lasciare l’ingombrante voce bionda che mi rappresenta fuori dalla mia testa, mettere un freno ai vari pensierini che si affastellano mentre l’altra persona parla, e ascoltare veramente chi ho di fronte. Io, che di massima amo ascoltare le persone, mi rendo improvvisamente conto di quanto, in realtà, mi manchi quasi completamente quell’ingrediente magico che si chiama concentrazione.

La buona notizia è che si può imparare.

Ripetiamo l’esercizio in un gruppo più ridotto in cui siamo solo in tre, in separata sede: ciascuna di noi presenta un suo breve vissuto due volte, e le altre provano ad ascoltare in due maniere differenti. La prima volta in maniera più superficiale, la seconda osservando anche il linguaggio corporeo e cercando di focalizzare l’attenzione su chi parla. Sempre difficile, ma stavolta mi riesce meglio.

Un’altra cosa che si deve imparare è come annullare il pregiudizio (ve l’avevo detto che vi avrei svelato l’arcano).

Francesca ci dice che il nostro giudizio sulla persona si forma in circa sette secondi: praticamente, il tempo di uno starnuto sulla porta e tàc, incasellato.

Alla base c’è la mappa mentale che ognuno di noi ha: la mia, la immagino tipo il labirinto botanico di Shining. La mappa mentale è il paradigma con cui siamo cresciuti, e prende forma attraverso la somma di vari fattori: il modo in cui ci approcciamo al mondo, come ci relazioniamo con gli altri, come percepiamo la realtà. A questo aggiungete una spruzzatina di vissuto personale a fine cottura, e la mappa mentale è servita.

Il pregiudizio è il modo automatico attraverso il quale elaboriamo le informazioni che ci arrivano dalle altre persone. Il pregiudizio inquina l’empatia necessaria al coaching: per neutralizzarlo, si può fare riferimento agli archetipi che studiamo nella teoria, agli strumenti di analisi transazionale, ai modelli comportamentali. Se contestualizziamo la persona, sarà più semplice comprenderla ed entrare in contatto con lei.

Ascoltare una persona è anche e soprattutto guardare come si muove, come respira: ascoltare il suo silenzio, senza interromperlo.

I gesti inconsci che facciamo in risposta ad una domanda sono spesso una risposta a quella domanda molto più sincera e realistica di tante cose che possiamo dire a voce, dopo averci pensato sopra.

Certo è meglio non aspettare che chi abbiamo di fronte abbia iniziato ad arrampicarsi sui muri come Renfield prima di cambiare delicatamente argomento. Si fa una pausa, si aspetta un attimino, con pazienza e senza aggressività.

La seconda parte della giornata (dopo aver onorato il pranzo della domenica con polpette e purè) ci vede impegnate a riprendere i planning del giorno prima.

È una sferzata di energia pazzesca: trasformazioni, cambiamenti, sport estremi come la corsa al parco (sì, per me la corsa al parco è uno sport estremo). Tra l’altro, c’è anche spazio per una lezione direi illuminante sui rapporti donna-uomo, durante la quale il nostro Lancillotto ci svela che, quando un uomo al bancone del bar ti offre un Negroni dopo l’altro, non ha in mente il matrimonio. Se il nostro obiettivo è dire yes to the dress, fermiamoci prima di diventare alcoliste.

La ciliegina sulla torta di questa giornata panna e fragola è il momento libroterapia: Francesca mi lascia libera come un mustang fra le verdi praterie della letteratura, e racconto a una mia compagna di corso un po’ di libri da leggere che, secondo me, si adattano perfettamente agli argomenti di cui ha deciso di parlare con noi.

E questa è la bonus track per premiarvi se avete letto fin qui.

Se siete stufe dei vostri pregiudizi, se la vostra mappa mentale vi sta stretta, se avete voglia di sentirvi un po’ meno serie e un po’ più aperte alla vita e ai suoi meravigliosi imprevisti, leggete Miss Alabama e la casa dei sogni di Fannie Flagg. In questo libro, una donna riflessiva e posata arriva alla pensione con la sensazione di non aver combinato niente che valga la pena ricordare, e decide così di togliersi la vita. Prima, però, da brava perfezionista, vuole mettere a posto tutto e organizzare questo suicidio nella maniera più responsabile possibile. Di contrattempo in contrattempo, il progetto ritarda sempre più, e, nel mentre, proprio grazie all’abbandono di aspettative e progettualità, l’ex Miss Alabama ha cambia modo di porsi. E quella vita che sembrava destinata a finire nel silenzio e nell’ordine inizia a colorarsi in maniera inarrestabile e irresistibile.

A voi buona lettura, io mi metto a studiare, visto che ormai è chiaro che l’ascolto attivo non si imparerà da solo!

Dieci cose importanti che ho imparato oggi

  1. In una seduta di coaching, non si danno strutture di supporto precedute da “secondo me”. Il supporto non nasce dall’opinione personale, ma dall’aver ascoltato con attenzione chi si ha davanti.
  2. Si ascolta con gli occhi tanto quanto si ascolta con le orecchie.
  3. Per dare una buona struttura di supporto, occorre differenziare le proposte e ampliare le opzioni attraverso le quali l’obiettivo può essere raggiunto.
  4. Prima si ascolta, solo dopo si fanno le domande, senza interrompere (sì mamma, lo so che tu me l’avevi detto 30 anni fa).
  5. L’ansia di fare le domande “giuste” pregiudica l’ascolto e quindi pregiudica anche le domande “giuste” (in gergo tecnico, “cane che si morde la coda”).
  6. Concentrarsi sull’individuo impegna l’energia in maniera efficace senza disperderla.
  7. Un buon set di coaching è un luogo in cui ci si sente a proprio agio, un luogo privilegiato senza troppe distrazioni. La cameretta col calendario dei Dieux du Stade non va bene.
  8. Quando l’ascolto attivo è fatto bene, il tempo vola.
  9. Dagli 0 ai 28 anni ci formiamo come esseri umani: mappe mentali, copione di vita, tutto. Dai 28 in poi, penso io, rimediamo al casino.
  10. Il coach ti aiuta a rimediare al casino. E meno male!

XXX

Baci e amore.

B.

 

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