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by • 17 febbraio 2014 • Master, Sogni & ProgettiComments (0)1290

Da AdF con amore. Cronache bionde di un master eccezionale

di Beatrina Incorporella

1. 8 Febbraio 2014

Primo giorno di master. Ho dormito tre ore, ero ansiosa di quell’ansia bella che ti prende prima di partire per le vacanze. Prendo il treno insieme a una congrega di boy scout in braghette e una delegazione di fashion victims della provincia sabauda che, armate di borsa al gomito e capelli freschi di petnoira*, vanno all’assalto del capoluogo lombardo. E nonostante ciò, sono qui per raccontarlo.

Arrivo in accademia poco dopo le 10, volti noti e ignoti mi accolgono, partiamo subito con il primo esercizio per conoscerci: divise a coppie, ci raccontiamo brevemente la nostra storia e perché siamo qui.

[Avvertenza: benché fra noi annoveriamo un glorioso esponente del sesso maschile, tenderò a riportare in questo resoconto la tendenza che abbiamo anche live a parlare al femminile. Il nostro charming man lo sa, e non se la prende troppo perché è un gentiluomo d’altri tempi].

In seconda battuta, ci ritroviamo tutte insieme, e Francesca ci chiede di raccontare non già noi stesse, ma la persona che abbiamo appena ascoltato. Con qualche sbavatura qua e là, devo dire che ce la caviamo tutte piuttosto bene, ed è straniante e interessante sentirsi raccontate dalla voce di un’altra persona che è, al momento, poco più che una sconosciuta.

Il senso di questo esercizio è doppio, ci spiega la nostra lovely teacher: da un lato focalizzarci su come ascoltiamo, e dall’altro avere uno specchio sul modo nel quale ci raccontiamo.

Il tempo di metabolizzare questo concetto e veniamo introdotte alla storia del coaching: cos’era quando è nato, come si è sviluppato, che cosa è e che cosa sta diventando.

Quello che Francesca ci promette che impareremo è il modello di coaching, che consiste in ascolto attivo, domande, feedback, strutture di supporto, strategia ed empowerment. Forse dovrei iniziare a sentirmi preoccupata, vista la marea di cose che dovrò effettivamente studiare, ma in realtà mi sento soprattutto curiosa ed energica. Quanto avrei voluto conoscere Francesca quando mi suicidavo di noia sulle pagine di paradigmi di “I Greci e Noi”.

Imparare a utilizzare un modello di coaching vuol dire diventare coloro che, in maniera professionale ed efficiente, aiuteranno le persone ad attuare un cambiamento: è una prospettiva entusiasmante e solo pensarci mette fame. Infatti è ora di pranzo, e Marco ci porta al pub a rifocillare i nostri animi.

Rientrate in Accademia, ripartiamo con la teoria: come si struttura una sessione di coaching, e che cosa fa un bravo coach durante l’incontro con il cliente.

Beh, lasciatevelo dire, fa davvero un sacco di roba: innanzitutto ascolta, che sembra facile, e invece no. L’ascolto attivo è la base della relazione tra coach e coachee, ma mi viene da pensare che, se ce lo insegnassero alle elementari, sarebbe anche il punto di partenza per un mondo migliore. Perché vuol dire entrare in sintonia, osservare, focalizzare, distinguere. La grande sfida di un coach è anche imparare a riconoscere quei meccanismi profondi che stanno sotto a una situazione di disagio, anche se il suo compito non è risolverli: quello che deve fare è dare strumenti funzionali al suo cliente, perché riesca a gestirli.

Dalla teoria di nuovo alla pratica: in quest’esercizio Francesca ci chiede di scrivere tutte le cose che vorremmo realizzare da qui a luglio, senza distinguere subito tra possibili e impossibili: quella è la seconda parte, nella quale scremiamo tra le pazze pazze visioni e gli obiettivi raggiungibili.

Mentre la fase di scrittura avviene in solitaria, la pianificazione dei nostri obiettivi si fa in gruppo, in modo da lavorare insieme e poterci esprimere con pareri e consigli, quelli che in coachese sono le strutture di supporto.

Mi butto anema e core nell’esperimento e ho due piacevoli sorprese: la prima, è che da qui a luglio ho una marea di robe interessantissime da fare, e voglio farle tutte. La seconda è che, attraverso il confronto con Francesca e col gruppo, scopro come alcune cose che mi sembravano chiare e lineari nascondano in realtà ben altre necessità. È proprio quando credi di sapere come stanno esattamente le cose che le cose si ribaltano davanti ai tuoi occhi e finalmente capisci come mai, per quanto ti sforzassi, non riuscivi a farle funzionare. E non è che io sia diventata furba tutto di colpo. È the power of lov…ehm, coaching.

Mirabile dictu, ma sono già passate otto ore.

Mi dirigo a Rogoredo in compagnia di due compagne di classe (che bella questa cosa, fa sooo sweet sixteen). Salgo sul treno verso casa, pensando che non vedo l’ora che sia domani.

*Pettinatrice, in piemontese

Dieci cose importanti che ho imparato oggi.

  1. Non c’è una formula che funziona per tutti. Ascoltare il cliente attivamente porta a fare le domande in maniera più ponderata, e questo significa trovare la formula giusta per lui.
  2. I modelli di coaching servono a definire gli obiettivi del cliente e quindi a mettere in atto il cambiamento che porta alla realizzazione di sé.
  3. Durante la prima sessione conoscitiva con un nuovo coachee è meglio non prendere appunti forsennatamente perché può risultare leggermente spaventoso per l’altro.
  4. Allo stesso modo, nella stessa circostanza, è meglio ascoltare più che parlare (il che è comunque una buona regola di vita, N.d.R.).
  5. Alla base di un coaching riuscito c’è una relazione collaborativi con il cliente, in cui si fa il tifo per le stesse cose.
  6. Il viaggio dell’eroina non è una biografia non autorizzata di Christiane F. ma un bellissimo libro di Maureen Murdock sull’identità femminile.
  7. Il coach stimola il progresso, che è nemico della comfort zone e amico della realizzazione personale. Un bravo coach non ti aiuterà mai a crogiolarti nelle tue miserie, pur avendo un atteggiamento di comprensione ed empatia nei tuoi confronti.
  8. Una giornata affrontata con il pensiero intenzionale ti mette nella condizione di fare: tutto il tuo essere è teso verso l’obiettivo da raggiungere.
  9. Il cervello va allenato al pensiero intenzionale: meno lo si esercita, meno si riesce a rispettare il planning che abbiamo fatto, pur con tutta la buona volontà.
  10. Sorprendentemente, anche un bravo coach è un essere umano, e può trovarsi a fare i conti con il pregiudizio: per fortuna ci sono degli strumenti per neutralizzarlo. Quali? Lo scopriremo nelle prossime puntate!

XXX

Baci e Amore

B.

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