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by • 25 novembre 2015 • CarrieraComments (2)1738

Donne e lavoro: ha senso il “buon senso”?

  Donne_lavoro

 

Fin da molto piccola mi piaceva leggere. E non appena ho imparato a tenere in mano una penna, mi è piaciuto scrivere. A sei anni ho scritto la mia prima poesia in rima. A diciotto (vi risparmio cosa è successo in mezzo) ho preso 10 al tema della maturità. Pareva ovvio che cosa avrei studiato all’Università.

Invece no, ho scelto il ‘buon senso’.
La laurea in lettere non mi avrebbe fatto diventare una scrittrice (“figurati, uno su un milione vive di scrittura”) e mi avrebbe costretta a una frustrante carriera di insegnante precaria e mal pagata; ingegneria invece apriva tante opportunità (“del resto, sei brava anche in matematica, che sarà mai?”) e non mi sarei mai trovata senza lavoro.

Pronti: la ‘brava ragazza’ aveva scelto, in linea con le attese della famiglia. Perché a casa mia se una cosa si faceva senza sforzo e riempiva di gioia non poteva essere un lavoro, tutt’al più era un hobby. (A me è andata comunque meglio che alla mia amica Laura che invece fin da piccola giocava al dottore – maliziosi, non è quello che pensate – e voleva fare chirurgia. Pericolosetto come hobby: ha dovuto piantare lì).

Ingegneria, dicevamo. Poi il primo lavoro. E, per tanti anni, quel maledetto perfezionismo che mi ha sempre fatto dare il massimo, a testa bassa: dovevo essere brava, se lo aspettavano tutti. O forse solo io.

Peccato che non mi fossi mai chiesta se mi piaceva quello che facevo. O quali erano i miei obiettivi, dove volevo arrivare. In effetti non lo sapevo nemmeno io (ormai fare la scrittrice era fuori discussione). E sono arrivata al posto in cui sono ora, che vivaddio mi piace e mi calza alla perfezione, per approssimazioni successive, impiegando parecchi anni in più di quanti ce ne avrebbe messi un uomo. Vabbè, ho fatto anche due figli nel mezzo, ma 10 mesi totali di congedo maternità su 25 anni di vita professionale sono uno stop insignificante.

Tutto questo per dire a voi giovani donne: se avete l’ambizione di avere un lavoro appagante, di responsabilità e ben remunerato, per prima cosa chiedetevi se quel percorso di studi o quel lavoro lo desiderate veramente o se la vostra ambizione deriva solo da condizionamenti sociali e familiari. La costruzione di un percorso professionale di soddisfazione nasce per prima cosa dalla conoscenza dei propri talenti. Quello che vi piace fare. Sembra facile, in realtà a me ci sono voluti anni per capirlo (a mia discolpa devo dire che all’epoca non avevo ancora sentito parlare né di coaching né di personal foundation…).

Cominciate col chiedervi che cosa vi piaceva fare da piccole, che cosa fate spontaneamente e senza fatica, che cosa gli altri vi dicono che siete brave a fare, e siete già a buon punto.

La seconda cosa che dovete imparare a fare è darvi degli obiettivi chiari. Visualizzatevi nella vostra vita professionale tra 5 o 10 anni, senza censure e senza false modestie. A qualunque età e a qualunque livello vi troviate. Fatelo sempre. Io lo faccio tuttora.

Partendo dalle vostre capacità, provate a pensare a qual è il vostro potenziale ancora inespresso. Un trucco: fatelo come se parlaste di un’altra persona. Dove può arrivare quella persona? Cosa è in grado di fare? E se poi aggiungete quali sono gli step necessari, i ruoli da ricoprire per acquisire le competenze necessarie per andare da qui a lì avrete già pianificato il vostro percorso di carriera.

Vi suggerisco di pensare a voi come ad un’altra persona perché non è facile farlo per se stesse, occorre avere acquisito una grande consapevolezza. Alle bambine non si insegna ad essere ambiziose.

Dalla prima infanzia ci fanno intendere che il nostro benessere e il nostro successo dipendono da atteggiamenti “passivi”: essere gentili, accondiscendenti, modeste (tanto, dice il messaggio subliminale, a noi penserà comunque il maschio procacciatore).

Alle bambine poi non si insegnano un mucchio di altre cose che si riveleranno importanti nel mondo del lavoro (che, ricordiamolo, è un gioco inventato dagli uomini quindi plasmato su modelli maschili). Giusto per farsi un’idea di quanto partiamo svantaggiate, leggete le dieci affermazioni che seguono (liberamente tratte da L.P. Frankel) e spuntate quelle che onestamente ritenete vere sul vostro conto:

  • La maggior parte della gente trova che io abbia un atteggiamento professionale
  • Sono considerata una persona credibile
  • Sono considerata una persona che sa farsi valere
  • Mi dicono che sono brava a trovare soluzioni e a prendere decisioni
  • Quando parlo, gli altri pensano che io sia intelligente
  • Mi sento a mio agio ad essere esplicita
  • Dal mio modo di esprimermi la gente deduce che ho facilità di parola
  • Sul lavoro sono politicamente astuta
  • Sono sicura di me
  • Da quello che faccio si desume che so come vendermi

Se riuscite a dirvi che per voi sono vere almeno sei di queste affermazioni, siete già messe piuttosto bene. Molte donne executive che conosco si posizionano tra sette e nove. (Il punteggio della sottoscritta è nove, con forti margini di miglioramento sull’astuzia politica). Se le spuntate tutte e dieci siete un’eccezione. Se poi al contempo riuscite a essere ancora femminili, sia nel look che nei modi, vi voglio conoscere: siete le mie future migliori amiche.

In questo post ho usato dieci parentesi, quarantuno virgole e persino un inciso nei trattini. Decisamente si capisce che ho rinunciato a fare la scrittrice. Ma va bene così.

 

Daniela Castegnaro

Daniela

Ingegnere, pesci, luna in capricorno e mamma preside, studentessa modello prima, seria professionista nelle vendite e nel marketing B2B poi, ora direttore di una divisione di business di un’azienda Fortune 500, ho portato tailleur, collana di perle e testa bassa fino a 47 anni. Poi mi sono felicemente separata, ho imparato a ridere e a comunicare autenticamente coi miei due figli, ho indossato i jeans in ufficio e pure le scarpe da milf, ho capito che le ansie da prestazione erano inutili e dannose. Guardandomi indietro mi sono detta ‘brava’ per la prima volta e guardando avanti ho deciso che, con la mia esperienza più le competenze del Master in Coaching di ADF che sto frequentando, posso aiutare le donne che lo desiderano a coltivare la loro leadership più autentica.

 

Sabato 23 gennaio 2016 Daniela Castegnaro insieme a Francesca Zampone terranno il workshop Costruisci la tua carriera - Al femminile, una giornata dedicata a farvi passare il mal di pancia da lunedì. Si parlerà di regole da sapere, errori da evitare, falsi miti e veri pregiudizi, credibilità, comunicazione, negoziazione e tanto altro.
Vi aspettiamo!

 

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2 Responses to Donne e lavoro: ha senso il “buon senso”?

  1. Elisa scrive:

    Penso di volerti del bene, davvero.
    “Perché a casa mia se una cosa si faceva senza sforzo e riempiva di gioia non poteva essere un lavoro, tutt’al più era un hobby.” –> eccomi qui.

    • Daniela scrive:

      Eccoci qui, Elisa. Welcome to the club. Ma sai, c’è sempre tempo per iniziare a vivere davvero e fare quello che hai sempre voluto. Rubo una frase che ho sentito non so dove:’Si vive due volte, e la seconda comincia quando ti accorgi che hai una vita sola’. Ciao

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