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by • 13 gennaio 2016 • Carriera, Life & CultureComments (0)1236

Dovremmo essere tutti femministi

femministi

 

Intanto: grazie. Il fatto che in più di 600 (ad oggi che scrivo) abbiate letto il mio post precedente “Donne e lavoro: bando alla ragazzina che è in te” è per me uno sprone per continuare a condividere le cose che ho scoperto e sperimentato sulla mia pelle in anni di lavoro con colleghi italiani, stranieri, gentili, stronzi, geniali, stupidi, invidiosi, amichevoli; tra capi a volte kapò e collaboratori non sempre collaborativi.
Avete notato?, tutto sempre declinato al maschile.
Cosa che mi ha consentito di vederli da vicino, i nostri “rivali”.

Al primo impiego ero preparata a combatterli ad armi pari, ero agguerrita e non mi sentivo affatto femminista. Pensavo che gli uomini avessero ancora degli stereotipi di genere solo perché non c’erano state fino ad allora abbastanza donne brave e competenti in campo.

Erano ormai storia passata gli errati preconcetti sulla superiorità maschile spiegata con le differenze fisiologiche tra uomini e donne (per chi fosse maniaca di fonti: Janet Shibley Hyde, Director of the Center for Research on Gender and Women dell’Università del Wisconsin, ritiene che la percezione che ci siano grandi differenze psicologiche fra uomini e donne è uno stereotipo. Dopo aver effettuato 46 meta-analisi di centinaia di studi usciti negli ultimi 20 anni, la Hyde conclude che le uniche differenze significative sono la maggiore capacità di lanciare oggetti e la maggiore frequenza dell’aggressione fisica da parte del maschio. Per ogni altra variabile misurata – abilità cognitive, tratti psicologici e sociali come aggressività, leadership, autostima e abilità critiche e morali – non trova alcuna differenza oppure differenze minime. Secondo la Hyde il comportamento considerato tipicamente maschile o femminile è determinato completamente dal contesto).

Ritenevo che la mia professionalità, le mie capacità, il mio talento avrebbero fatto capire che non si devono avere pregiudizi o stereotipi di genere.
Mi sono fatta strada a suon di performance e devo dire che ho incontrato davvero pochi uomini misogini che mi hanno ostacolato, e normalmente erano più anziani. Scrollata di spalle e via: prima o poi si estinguono.

Poi, l’anno scorso, la sorpresa: i “rivali” non sono gli uomini.
Una indagine della prestigiosa Gallup rivela che ancora ai giorni nostri, in America, alla domanda “preferiresti un capo uomo o donna?” il 39% delle donne risponde “uomo”.
(Piccolo inciso: ritengo che la domanda sia insensata quanto “preferisci un capo destro o mancino?”, ma evidentemente più di una americana su tre non la pensa come me; mi consolo sperando che la statistica sia compromessa dal voto di una certa America reazionaria e poco colta; dopotutto in Italia alle Quirinarie ha trionfato la Gabanelli!).

Vuol forse dire che le donne non credono che il gentil sesso abbia le doti per comandare?
La meravigliosa Chimamanda Ngozi Adichie, in un famoso TED talk intitolato ‘Dovremmo essere tutti femministi’, diventato poi un breve saggio che dovreste regalare alle vostre figlie e figli e nipoti adolescenti, dice: “La persona con più probabilità di comandare non è la persona fisicamente più forte, è la persona più creativa, la persona più intelligente, la persona più innovativa, e non ci sono ormoni per questi attributi. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, di essere creativo, di essere innovativo. Ci siamo evoluti, ma mi sembra che le nostre idee sul genere non si siano evolute.”
Oppure che le donne non vogliono avere donne al comando per colpa dell’invidia?

Credo la seconda,
- che ha basi preistoriche nella lotta per il maschio: la più fortunata tra tante femmine si aggiudicava il migliore riproduttore (e le altre, per secoli, non potendosi mostrare aggressive, si rifugiavano nel rancore);
- che è perpetrata dalle fiabe dell’infanzia, con la regina di Biancaneve, la matrigna e le sorellastre di Cenerentola, la strega della Bella Addormentata nel Bosco (tutte donne invidiose di altre donne giovani, belle e ingenue);
- che fiorisce sui comportamenti femminili omologati di madri, sorelle e mogli (la modestia, la passività, l’obbedienza, il rispetto, l’abnegazione), e chi non si adegua è diversa, è puttana
- che trova terreno fertile nelle insicurezze personali di chi si confronta continuamente con le altre perché poco realizzata e insoddisfatta;
- che diventa pettegolezzo, denigrazione, mobbing.

Per il Workplace Bullying Institute il 40% dei responsabili di mobbing sono donne e nel 70% dei casi le donne mobbizzano altre donne.

Le frasi sono sempre le stesse. Le ho sentite con le mie orecchie, su di me, sulle altre. Cambiano solo i finali, a seconda che la donna oggetto dell’invidia sia bella, racchia, neutra, coniugata, divorziata, madre… ce n’è per tutte:
- se è arrivata lì chissà a quanti gliel’ha data
- se è arrivata lì è perché non ha nient’altro nella vita
- se è arrivata lì è una stronza peggio di un uomo
- se è arrivata lì non è certo una buona madre
- cucinerà quattro salti in padella
- ha la donna di servizio
- scommetto che non sa stirare una camicia
- il marito se n’è andato.

Non ho mai badato a chi mi diceva queste o altre cattiverie, perché sapevo che erano pregiudizi. A mano a mano che mi conoscevano, poi, le persone cambiavano idea (a onor del vero sì, mio marito se n’è andato, non stiro, cucino bene solo i primi, ma sono una madre presente perché non c’è niente al mondo che ritenga più importante della responsabilità di educare i miei figli e insegnare loro a provare amore, a essere fieri, generosi, forti e compassionevoli, ad avere radici e anche ali, perché le radici servono a formare l’autostima e le ali a partire per il futuro. Ah! E non l’ho data via).

Ora sono abbastanza grande da non essere più oggetto di dicerie e pettegolezzi.
Ma, pensando alle ragazze che verranno, pensando a mia figlia che ha 17 anni, dico BASTA!
Basta invidia e pre-giudizio.
Basta remarci contro.

Se la mia battaglia per essere una donna a 360 gradi, compagna, madre, amica e anche leader, l’avrò vinta solo per me e non sarà servita per smantellare almeno un po’ il pregiudizio contro tutte le donne, sarà stato tutto inutile.

Dovremmo essere tutti femministi.

Se la pensate come me fate girare questo post. Ho bisogno di sapere che ci siete.

 

Daniela Castegnaro

Daniela

Ingegnere, pesci, luna in capricorno e mamma preside, studentessa modello prima, seria professionista nelle vendite e nel marketing B2B poi, ora direttore di una divisione di business di un’azienda Fortune 500, ho portato tailleur, collana di perle e testa bassa fino a 47 anni. Poi mi sono felicemente separata, ho imparato a ridere e a comunicare autenticamente coi miei due figli, ho indossato i jeans in ufficio e pure le scarpe da milf, ho capito che le ansie da prestazione erano inutili e dannose. Guardandomi indietro mi sono detta ‘brava’ per la prima volta e guardando avanti ho deciso che, con la mia esperienza più le competenze del Master in Coaching di ADF che sto frequentando, posso aiutare le donne che lo desiderano a coltivare la loro leadership più autentica.

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