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by • 16 marzo 2016 • Life & CultureComments (0)688

La Principessa anarchica

principessa anarchica

Un racconto di fantasia, ma anche molto reale: una Principessa grande dentro e piccola fuori, con sogni grandi e cuore ancor di più, circondata da tanti ranocchi che… non sempre – anzi quasi mai – si trasformano in principi azzurri.
Se volete leggere la prima parte della storia della Principessa anarchica, la trovate qui.

C’era una volta una Principessa. Una Principessa Anarchica.
Viveva in un piccolo grande regno, luminoso, trasparente e fragile. Delicato all’apparenza, ma solo in qualche punto. Brillante come il cristallo, tenace come il diamante. Era un mondo di riflessioni e riflessi, decorato di specchi e pensieri.

Sonnecchiando su un filobus per il mondo di fuori la Principessa andava, diretta chissà dove per incontrare chissà chi, troppo distratta per percepire una totale inquietudine, troppo inquieta per distrarsi del tutto.
Il filobus era affollato, finché non si svuotò. Rimase un solo giovane, seduto alla sua destra in calzamaglia color del prato. Con il naso incollato al finestrino divorava il panorama, il suo sguardo correva, gli occhi avidi guizzavano da un albero al torrente e poi giù verso la collina. Sembrava di poterli vedere, quei pensieri veloci, rincorrersi tra le nuvole.

Si voltò e le disse:
“Ciao, sono Peter. Tu sei grande o piccola?”
“In che senso?”
“Sei un’adulta o sei una bambina?”
“Beh…così su due piedi…”
“Due piedi hai, di adulta o di bambina?”
“Ma come faccio a saperlo?”
“Ti impegni, tu?
“Guarda laggiù, c’è un albero, se ti chiedo di occuparti di lui, di fissarlo finché il filobus arriva a destinazione, lo farai? Ti impegnerai?”
“Ma perché dovrei farlo?”
“No, non ti impegni nemmeno tu. Oh, scusa ma è la mia fermata! Non vorrei mai perderla solo perché sono impegnato con te. Ci vediamo!”

Cullata dallo screpitìo del filobus la Principessa si avviò all’inseguimento di un ricordo. Quel giovinetto in calzamaglia le richiamava alla mente qualcuno, ma non capiva chi. Fiutava nell’aria un profumo famigliare, così famigliare da sembrare il suo. Spostò veloce lo sguardo e pensò che no, neppure in quell’inseguimento si voleva impegnare.

Con la coda dell’occhio, pochi sedili più in su, intravide un secondo personaggio singolare. Tra un’altera matrona e un rubicondo bambino, sedeva un aitante giovane uomo. Anche lui intento ad osservare con il naso incollato, non il panorama ma il suo volto riflesso.

Incuriosita e sorpresa la Principessa si avvicinò. Scrutando più da vicino vide che null’altro al di fuori del suo splendido viso era riflesso nello specchio, eppure lui con interesse crescente non distoglieva lo sguardo.
“Ehi. Ehi tu! Ma cosa guardi?”
“Osservo il mondo e la sua meraviglia. Indago il significato profondo di vivere guardando la realtà riflessa nei miei occhi.”
“Non trovi riduttivo osservare il mondo attraverso uno specchio che riflette i tuoi occhi?”
“Potresti avere ragione, aiutami. Guarda tu nei miei occhi, dimmi quel che vedi e se ti rivelerai uno strumento di lettura del mondo migliore del mio specchio, al capolinea del filobus potremo diventare amici.”
“Non credo, vedo solo due occhi. Per belli che siano, non sono abbastanza per contenere l’intera meraviglia del mondo.”
“Immaginavo, ho provato altre volte, eppure non ho mai trovato un amico più fidato del mio specchio. Addio.”
E scese.

Abbracciata al suo stupore si accoccolò sul sedile del filobus in attesa della sua fermata, crescente era il disappunto per quell’innegabile ristrettezza di visione. Come, dico, come si può interpretare il mondo solo in funzione di se stessi? Fiutò ancora quel profumo, era il suo profumo.

Arrivata al capolinea si accorse che per due volte aveva compiuto il giro, trovandosi nuovamente alle porte del suo regno. Contrariata eppure comprensiva entrò nelle sue stanze portando con sè il tanto amaro quanto famigliare ricordo dei due giovani incontrati. Un’occhiata veloce le bastò per enumerare i giocattoli e i sogni che gelosamente custodiva, sparsi tra gli ugualmente tanti specchi che adornavano le sue pareti. Guardò le infinite versioni di sè di cui si era circondata e si chiese cosa poteva mai esserci al termine corsa del filobus e cosa significasse davvero scendere all’altro capolinea.

Siamo a tratti tutti seguaci di Peter Pan o emulatori di Narciso, la leggenda narra però che Wendy torna a Londra e se Eco ha sempre l’ultima parola, non le rimane da dire nient’altro che una ripetizione.

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