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by • 20 gennaio 2016 • Life & Culture, MasterComments (0)2925

La Principessa anarchica

 Principessa anarchica

Un racconto di fantasia, ma anche molto reale: una principessa super con sogni grandi e cuore ancor di più, circondata da tanti ranocchi che… non sempre – anzi quasi mai – si trasformano in principi azzurri. Enjoy!

C’era una volta, non molto tempo fa, una Principessa. Una Principessa anarchica. Viveva in un regno piccolo fuori e grande all’interno, come la nuova Panda.

Negli ampi cortili interni del suo apparentemente piccolo regno la Principessa sognava, e fantasticava, e immaginava, e in tutto questo etereo vagare dimenticava di tanto in tanto, ma sempre più spesso, di ricordare le regole più basilari.

La definirono allora anarchica, ma sbagliarono: lei apprezzava le regole! Soltanto che, in un realistico sogno, aveva immaginato ci si potesse concedere lo sporadico lusso di dimenticarle.

Il Re e la Regina avevano cresciuto la Principessa attenendosi a quello che nel regno era chiamato il glorioso pentagono: Libertà, Entusiasmo, Responsabilità, Fiducia, Uguaglianza. Erano orgogliosi della loro Principessa Moderna, sia pure dall’apparenza anarchica.

La vita scorreva vivace come un torrente nella stagione delle piogge, dinamica e a tratti inarginabile, ma assai divertente per gli impavidi amanti del rafting. La Principessa amava il rafting.

Il piccolo grande regno aveva un solo difetto, o peculiarità, per così dire: non conosceva il Troppo. Per essere piccoli fuori e grandi dentro bisogna avere confini flessibili, allora il Tanto sarà sempre Un Po’ e il Troppo non esisterà. Era un gioco meraviglioso, rincorrere il Tanto senza raggiungere il Troppo, un gioco cui la Principessa adorava giocare. Ancora non sapeva quale oscura nube di pioggia stava per contaminare il suo piccolo grande cielo.

Il dramma si verificò quando nel regno giunse in visita un forestiero, era simpatico alla Principessa, benché avesse un insolito difetto: era grande fuori e piccolo dentro! “Che cosa inusuale!” Pensò, ma applicando le regole del Glorioso Pentagono si avvicinò e iniziò a perlustrare quel piccolo spazio interno. Con Entusiasmo accettò la sfida, aveva Fiducia di non poter fallire, non poteva essere tanto diverso da lei (secondo il principio di Uguaglianza), motivo per cui avvertì su di sè la Responsabilità di insegnare allo straniero la meraviglia della Libertà. Da principio a lui piacque l’idea e si prestò, ma quel che accadde poi era imprevedibile!

La Principessa iniziò a stancarsi di quel gioco, si insinuò in lei il dubbio che quell’interno piccolo, fosse sul serio piccolo! Si arrabbiava e si scoraggiava, poi riprovava e non capiva, finché un giorno lo straniero le disse quel che lei mai, in tutti i suoi sogni, aveva mai immaginato: “Tu sei Troppo!”

“Cos’è Troppo?!” Pensò la Principessa sconvolta. “Cosa vuol dire Troppo? Volevi dire Tanto, si deve essere così, ma ti sbagli! In fondo è solo Un Po’…”

Quando lo straniero tornò stanco e desolato nella sua terra grande fuori e piccola dentro la Principessa  conobbe quella che per lungo tempo sarebbe stata la sua fastidiosa compagna: la teoria del Troppo. Oltre un certo limite il Troppo incontra il Non abbastanza, entrambi rifuggono l’unico pacifico vincitore, che è il Giusto.

Rammaricata dalla scoperta la Principessa continuò ad estendere i virtuali confini del suo regno, declinando a suo piacimento tutte le sfumature del Tanto, senza, a suo dire, arrivare mai al Troppo. Coltivava però in sé il germoglio di un pensiero: “Se solo avessi fatto di meno… Quando incontrerò un altro straniero mi impegnerò per non essere Troppo! È evidente che nessuno al di fuori di questo regno potrà mai essere in grado di comprendere il glorioso Pentagono, che sciocco e inutile insegnamento mi è stato dato! D’ora in avanti mi impegnerò a restringere i miei confini e ad estendere appena quelli dell’altro, per raggiungere un equilibrio che sicuramente ci renderà felici!”

Un giorno, mentre fantasticava sui mille racconti che riempiono una canna di bambù, una fatina le si avvicinò. Aveva il viso dolce e lo sguardo frizzante, era energica, vitale e un po’ surreale: adorabile. La fatina le portò un dono, un promemoria che potesse colmare in via preventiva la sua solitudine, un principe ranocchio. Era simpatico, rotondo e gioviale, delicato come un vaso di ceramica, era un fine narratore delle più svariate storie d’amore. La fatina lo aveva portato con sé nel suo lungo peregrinare, durante il quale il ranocchio aveva raccolto aneddoti ed emozioni, ma arrivata a quel punto del viaggio aveva deciso che non c’era più posto per lui nel suo bagaglio e lo lasciò, convinta che “se non fa più felice me, potrà fare senz’altro felice qualcun’altra!”.

La Principessa lo custodì gelosamente, promemoria del comportamento da tenere all’avvento di un nuovo straniero.

Di lì a poco un nuovo viandante si apprestò al regno, più volte era giunto in visita, ma solo in quell’occasione ebbe modo di intrattenersi con la Principessa. Lei era decisa, ma spaventata, corse a chiudere i cancelli di tutti i cortili interni, abbassò la linea dell’orizzonte, restrinse come poté i confini e soddisfatta si dedicò al viandante, certa che questa volta sarebbe riuscita a far emergere quell’infinito potenziale che, come le avevano insegnato il Re e la Regina, il viandante in quanto essere umano aveva senza dubbio al proprio interno, pur senza rendersene conto. Lo straniero però tentennava davanti alla Principessa e senza guardarla negli occhi le spiegò ancora una volta ciò che ormai le era ben noto, la teoria del Troppo. E se ne andò.

Spazientita la Principessa disse “Basta! Sono stanca! Possibile che non ci sia nessuno a questo mondo che sia piccolo fuori e grande dentro?!” Fu allora che si rese conto di come avesse spezzato con quell’affermazione una punta del glorioso Pentagono, la Fiducia, scoprendo il lato oscuro dell’Entusiasmo: l’Arroganza.

Consapevolmente si mise allora a mutare il proprio pensiero, generando di nuovo la Fiducia che molti altri regni fossero stati costruiti con le stesse flessibili regole del suo. Fu proprio quando riuscì a credere nell’esistenza di Principi simili a lei, piccoli fuori e grandi dentro, e non solo di viandanti riluttanti, grandi fuori e piccoli dentro, che sentì un rumore assordante, come di ceramica che va in frantumi.

Si rese conto in un istante che nel riordinare le idee e lo scaffale aveva accidentalmente colpito il Principe Ranocchio. Abbassò gli occhi e lo vide giacere esanime, con la corona scheggiata e il tondeggiante corpo ridotto in mille pezzi. Il magone le prese la gola, stava per piangere dal dispiacere, aveva rotto il Ranocchio e distrutto il dono della Fatina!

Appena due lacrime dopo, però, si riprese e capì che in fondo il Principe Ranocchio se ne era solo andato, non c’era più motivo che restasse perché ora la Principessa sapeva credere che a rimpiazzarlo non sarebbe giunto un altro ranocchio da trasformare, ma un Principe già abilitato.

Non è che non ci piaccia dare baci, solo sono più belli quelli dati a pari livello, che se ti devi montare qualcosa partendo dalla base che almeno si tratti di un mobile Ikea e non di un compagno di vita.

(To Be continued…)

 

Veronica Dolce

Veronica Dolce
Credo nei progetti speciali e negli obiettivi impossibili. Credo che “non è mai stato fatto prima” non vuol dire “non si può fare”. Credo nell’infinito potenziale degli esseri umani, tutti.
Mi sono finora cimentata in tre campi da gioco: la Bocconi, il Ministero degli Esteri e Vanity Fair. Da ognuno sono uscita con una lezione in tasca e un nuovo desiderio nel cuore.
Ho corso tanto e affannosamente, poi ho capito che la fonte della felicità è sotto i nostri piedi, allora mi sono fermata e ho iniziato a scavare.

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