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by • 20 gennaio 2017 • Life & CultureComments (0)421

La tripletta cinematografica

La tripletta cinematografica

Ammetto di essere un po’ pigro. Non sono un gran viaggiatore, né un pendolare del weekend, tantomeno amo spostarmi nei periodi di festa, quando tutto costa tre volte tanto.

Inoltre adoro la città vuota, con i mezzi che passano con minor frequenza, ma passano, e il ritmo rallentato delle persone.

Spesso questo è il momento buono per recuperare qualche film al cinema, cosa che ho fatto proprio durante le ultime feste natalizie. Sapevo di avere l’imbarazzo della scelta, Natale è periodo ricco di uscite, e infatti ho visto gran parte dei film in programmazione, eccetto i cine-panettoni, poi mi sono tolto un altro sfizio.

Ho affrontato una sfida con cui da tempo non mi cimentavo, cui ogni amante del cinema dovrebbe sottoporsi: una visione multipla.

Come ci ha insegnato Tarantino, negli Anni ’60 e ’70 i film di intrattenimento venivano distribuiti in coppia, ed era normale vedere, nella stessa serata, due film di seguito con un solo biglietto.

Questa volta però ho voluto strafare e mi sono concesso addirittura una tripletta, tre film uno di seguito all’altro, con il sostegno di una cara amica che mi ha seguito con entusiasmo.

Per affrontare la sfida non poteva esserci luogo più adatto del cinema Beltrade di Milano, un vero e proprio tempio sacro per i cinefili più curiosi, di cui non mi stancherò mai di celebrare la coraggiosa programmazione.

Tutto è nato dal desiderio di recuperare un film di qualche anno fa, “Alps” del regista greco Yorgos Lanthimos, lo stesso di “The Lobster”. E’ vero che non sono un fan del regista, visto che anche il precedente “Kinodontas” non mi aveva convinto, ma alcuni amici più esperti mi avevano detto che questo era il migliore.

Guardando il programma del giorno designato, mi sono accorto che prima di “Alps” era in programma “Ma vie de courgette” (La mia vita da zucchina), un film di animazione di cui avevo letto solo recensioni super entusiaste, che ho subito aggiunto in scaletta, peraltro la durata di 65 minuti lo rendeva molto fattibile.

Proseguendo, ho visto che dopo il film greco avrebbero trasmesso “Sing Street”, un film su una band musicale di ragazzini nella Dublino dei primi Anni ’80, farcito con le canzoni di alcuni dei miei gruppi preferiti dell’epoca… come rinunciarvi?

Aggiungiamo pure che tutti i film erano in lingua originale e capirete quanto la decisione sia stata presa senza la minima titubanza.

Ebbene, raramente ho preso decisioni migliori: la tripletta cinematografica è stata un successo, un’esperienza intensa e soddisfacente come poche.

“Ma vie de courgette” è un film splendido, che racconta una storia di bambini abbandonati con  delicatezza e durezza allo stesso tempo, tanto da essere commovente ed esaltante, senza ricorrere a sconti e scorciatoie.

L’animazione a passo uno, con personaggi e ambienti modellati con la plastilina, è stupefacente per la fluidità e ancor più per l’espressività dei personaggi.

Impossibile trattenere qualche lacrima durante e al termine del film, non solo per la commozione, ma anche per la bellezza dello spettacolo.

Pochi minuti per asciugarsi gli occhi e parte “Alps”, decisamente il migliore, almeno per il mio gusto, dei tre film del regista greco visti finora al cinema.

La realtà distopica raccontata in questo film riesce a mettere in scena le nostre paure e le nostre debolezze con un’umanità che, secondo me, nei film successivi si è un poco persa, per lasciare spazio ad una sorta di osservazione scientifica e distaccata di azioni e reazioni di persone costrette a vivere all’interno di scenari estremi.

L’argomento è di quelli che non può lasciare indifferenti, ovvero la perdita di una persona amata, fidanzato, moglie, figlio o figlia che sia. La soluzione adottata da un gruppo di persone per fornire conforto, dietro compenso, è sorprendete e bislacca, ma non completamente assurda.

Per quanto mi riguarda, il film risulta essere un’immersione in una tale vastità di sentimenti da uscirne quasi frastornati, certamente arricchiti e consapevoli delle possibilità di introspezione insite nell’assistere a una storia ai confini della follia raccontata in maniera così misurata e, oso dire, normale.

Forse sarebbe stato necessario qualche momento in più per riprendersi, invece, appena il tempo di sgranchirsi le gambe ed ecco partire le prime note di “Sing Street”, che subito si rivela il perfetto epilogo di una perfetta serata di cinema.

Il film conferma le sensazioni ricevute al solo leggerne la sinossi sulla locandina.

Un delizioso racconto di crescita con protagonisti un gruppo di ragazzi, studenti delle superiori un po’ disadattati, accomunati da una passione per la musica che supera ogni barriera di comunicazione.

Il protagonista decide di mettere in piedi una band, col nome Sing Street, al solo scopo di conoscere una ragazza, rendendola protagonista del loro primo videoclip.

I brani originali della band sono una delle cose migliori del film; ascoltarli è  ritrovarsi nella propria cameretta ad ascoltare per la prima volta i 45 giri della nostra adolescenza, specie per chi a quei tempi usava molto l’eyeliner, mi riferisco ovviamente agli amanti di atmosfere dark e new romantic.

Il film è divertente, commovente, entusiasmante, ben scritto e ben recitato e soprattutto ben cantato e suonato, con un sacco di brani dell’epoca che faranno la gioia di chi, come me, ama la musica almeno quanto il cinema.

Per finire, non mi resta che consigliare a tutti di provare questa esperienza, approfittando del fatto che stanno aumentando le sale con la multiprogrammazione e scegliendo bene i titoli e l’ordine di visione. Mi sento di garantire che possa essere molto più appagante che vedere 3 o 4 puntate della vostra serie tv preferita in casa.

La possibilità di assistere a tre spettacoli con visioni e prospettive così diverse della vita, tutte con molteplici sfumature espresse e raccontate in una forma artistica sorprendente e originale, in una sola serata di cinema, immersi nella vastità del grande schermo, circondati dal rassicurante buio della sala, in compagnia del religioso silenzio di spettatori curiosi e attenti, in un’atmosfera quasi familiare… direi che tutto ciò non ha prezzo.

E se ce l’avesse, vi assicuro che sarebbe molto conveniente.

Gianfranco Taino

Gianfranco

Responsabile amministrativo per ADF e non solo, ho un lato razionale e pragmatico che si manifesta nella facilità a lavorare con i numeri, nel tenere i conti e nell’essere preciso e affidabile, e una forte vena creativa che mi ha permesso di lavorare come consulente musicale per sfilate ed eventi, come giornalista e come deejay. Ho frequentato la prima edizione del Master in Coaching di ADF e sto studiando per diventare Life Coach.

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