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by • 11 maggio 2016 • Life & Culture, Sogni & ProgettiComments (0)764

Lo spazio bianco

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Ho iniziato a leggere “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella una domenica mattina, in cerca di una lettura che si potesse esaurire nel giro di un weekend. Mi sono trovata avvolta in uno spazio di attesa senza tempo che, una volta terminato il libro, mi ha chiesto di essere riassorbito con cautela.

“Lo spazio bianco” è un libro denso, come venire immersi nuovamente in quel liquido primordiale da dove tutti siamo partiti.

La voce narrante è quella di Maria, quarantaduenne, insegnante alle scuole serali di Napoli; figlia di operaio negli anni Settanta, appartenente a quella generazione di scarto intellettuale che – a suo dire – le conferivano una certa arroganza perché sarebbe stata la prima della sua famiglia a non lavorare in fabbrica; con una madre che non si chiedeva il “come” delle cose fintanto che avesse avuto un marito al suo fianco ad accompagnarla, il cui mondo precipita in un televisore una volta rimasta vedova.

Maria è incinta del frutto di un amore distratto con un uomo senza codice di responsabilità, con il quale l’unione era stata solo il pretesto per rispecchiare le reciproche solitudini.

All’improvviso un dolore rotondo e forte la precipita nella sala d’aspetto di un ospedale, dove partorirà prematuramente Irene. Da quel momento il tempo si biforca.

C’è un tempo sospeso dell’attesa dove nessuno, neppure i medici, possono dare a Maria le risposte che vorrebbe sentirsi dare. Lei abituata da sempre a trovare negli accadimenti della vita un nesso causa- effetto che la rassicuri con risposte certe e che non lasci spazio al dubbio ed ai tentennamenti. Vive affacciata all’oblò dell’incubatrice dov’è tenuta Irene, una figlia dal volto ancora troppo piccolo per intuirne i lineamenti, con mani troppo piccole per stringere anche la falange più piccola della mano della madre.

E’ un tempo all’interno del quale la speranza convive con il pensiero della morte, a volte con il desiderio di essa per porre fine all’incertezza; un tempo scandito dalle entrate ed uscite dall’ospedale, dagli orari di visita, dalle speranze e dai dolori degli altri genitori che con Maria condividono quell’attesa per i loro figli.

C’è poi un tempo della vita al di fuori dell’ospedale dove Maria non trova più collocazione né forze nemmeno per prepararsi da mangiare. E’ questo un tempo scandito dalla vita in una Napoli degradata, dove le nuove costruzioni sanno già di vecchio ancora prima di essere terminate ed i cavalcavia sono buoni solo per buttarci di sotto vecchi frigoriferi e televisori. Una città che impone ai suoi abitanti di fermarsi alle necessità, andare a lavorare troppo giovani o vendere cocaina. Ma è il tempo di una città che concede ancora scorci di mare tra i palazzi, che donano respiro a Maria ad di fuori dell’attesa, un tempo nel quale c’è ancora spazio per un incontro amoroso, spazio per i propri alunni e spazio per registrare tutto ciò che era accaduto prima di Irene e ricollocare l’importanza alle cose che verranno.

“Lo spazio bianco” è un racconto che non lascia margine alla retorica né alla poesia; una narrazione che fa lo stesso rumore di un palmo aperto quando sbatte su di un tavolo per affermare una verità. Senza indulgenze né concessioni.

Non è stato, per me, un libro semplice: difficile per il suo linguaggio disarmante nel descrivere una realtà che ho avvertito troppo lontana dalla mia. La reazione a questo è stato un bisogno di distacco da quel panorama descritto e da coloro che lo abitano; un muro al di là del quale ho faticato a calarmici completamente perché l’atto di coraggio che riporta nella giusta prospettiva l’importanza delle cose è un atto di riconoscimento di un dolore esistenziale che travalica le certezze spicciole e spoglia le speranze dalle umane aspettative; uno spazio in cui un pò si nasce ed un pò si muore.

Un libro che non chiede interpretazioni né buonismi ma solo tenacia nell’attesa di poter imprimere un proprio spazio bianco dal quale iniziare a descrivere un presente che è un presente nuovo, anche se nessuno ci ha mai insegnato che si poteva fare. Ma si può fare!

Un libro da leggere più e più volte.

Lo Spazio Bianco, di Valeria Parrella, Einaudi

 

Chiara Fabbri

Chiara Fabbri

 

Nata e cresciuta a Rimini, alla soglia di quell’età al compimento della quale potrei scrivere un libro (!) sto concludendo un percorso di coaching con Francesca Zampone e grazie a lei ho rispolverato una mia passione sopita da tempo: i libri.
Con loro è arrivata la voglia di condividere con altre persone questa passione e la creazione di un piccolo e molto casalingo gruppo di lettura; a ruota si è rimessa in moto anche la voglia di rimettermi a scrivere, sempre esaudita soltanto nella mia cameretta al riparo da occhi estranei. A digiuno da qualsiasi nozione tecnologica e computeristica, ho aperto un blog. Il suo cuore batte soprattutto per la lettura ma col tempo mi piacerebbe allargarlo ad altre mie passioni che, da sempre, mi fanno battere il cuore.

 

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