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by • 11 febbraio 2013 • UncategorizedComments (0)851

Lunedi su misura : Marco, l’altra metà di AccademiA

Oggi è Marco, l’altra metà di Accademia, ad aprirsi e a raccontarci la sua storia. È un’esperienza significativa, perché la ricerca di un lavoro su misura per lui, costruito attorno alle sue passioni e alle sue attitudini, lo ha portato a fondare Accademia stessa.

Nella mia vita c’è un prima, un durante e un dopo. Ci sono stati dei passaggi che hanno segnato le fasi del mio percorso, ma mentre avvenivano non me ne rendevo conto. Li ho colti dopo, appunto, dopo essere diventato consapevole di me, delle mie passioni, dei miei punti di forza e di debolezza. Fino a quel momento ho vissuto, ho lavorato, raggiunto un discreto successo, ma senza essere io a determinare le mie scelte.

Il prima corrisponde all’adolescenza passata a Pavia, in mezzo ai campi, a stretto contatto con la natura, che è sfociata nella scelta della scuola superiore, agraria. Con mia grande soddisfazione. A quella fase appartiene la prima esperienza professionale: controllare le derrate alimentari per il Consorzio Agrario della Provincia di Milano.

Nel durante ci sono stati diversi lavori, cambiati più per occasioni che si sono presentate, che per scelta. È una fase che inizia negli anni ’90, con il boom dell’informatica. Infatti, lascio la dimensione agreste per confrontarmi con quella dei numeri e dei codici digitali, fino a diventare programmatore senior. Un percorso che si conclude, quando una multinazionale del settore mi vuole come It Manager. Altro biglietto staccato. Cambio di nuovo attività: ora mi muovo su una dimensione internazionale, mi confronto con tante persone, di formazione ed età diversa, viaggio molto. Ma finisce anche questo. Vogliono trasferire il settore It in India e mi propongono di diventare Buyer e Facilities Manager, vista la mia capacità di fare contratti e progetti. Mi occupo di tutta la gestione e organizzazione del trasloco, della logistica, del personale, dei servizi. Un lavoro dinamico, con tante novità, ma che finirà, quando lo spostamento sarà concluso. Comincio a interrogarmi sul dopo, ma nel frattempo arriva una mail dell’azienda: è disposta a dare una buona uscita a chi vuole andarsene. Rispondo immediatamente. Ero pronto ad andarmene: tratto con l’azienda e in un mese sono fuori.

A questa esperienza, segue quella in Emi, come Cost Controller, dove conosco Francesca Zampone, che allora era HR Manager dell’azienda, e talent coach. Diventiamo amici, ci accomuna la passione per la musica e la controcultura indie. È stata lei a intuire che in tutto il mio percorso c’era un elemento che tornava: la noia. Dopo aver esplorato tutte gli aspetti di un lavoro, di un’esperienza, la noia a un certo punto faceva capolino, e il bisogno di novità, pressava dentro di me. Era questo che mi spingeva a cambiare lavoro. Ma non ero io a gestire il cambiamento, avveniva in modo fortuito. Non ne ero consapevole e non riuscivo a incanalare in modo positivo la mia ricerca del nuovo.

E qui inizia il dopo: dopo la presa di coscienza. Francesca mi suggerisce di fare coaching, potrebbe aiutarmi a imparare a gestire le mie risorse interiori, e mi consiglia una coach molto brava.

Il percorso di coaching mi apre gli occhi su tante questioni personali irrisolte. Sulla timidezza che mi ostacola nelle relazioni personali, a cui si affianca (e forse camuffa) un problema di autostima, che mi fa vivere con disagio il rapporto con gli altri. Anche se ho ricoperto ruoli manageriali, mi rendo conto, che non ho mai avuto piena consapevolezza delle mie capacità e potenzialità. Ho sempre fatto tutto in modo “istintivo”, ma sempre con un leggero disagio, con un senso di inferiorità di cui non ero consapevole. Capisco che il mio bisogno di novità è l’espressione di un grande potenziale creativo, mai coltivato. Finora l’avevo compensato con lavori dinamici, su cui scrivevo la parola fine quando esaurivano la carica di innovazione. Era un circolo vizioso. Comincio a intuire che forse la mia realizzazione professionale può avvenire solo valorizzando in modo consapevole il mio estro e la mia fantasia.

Nel frattempo finisce la mia esperienza alla Emi, e inizia quella per una start up che si occupa del recupero di toner usati. Ma termina velocemente. Mi auguravo che fosse una realtà dinamica e il lavoro interessante. Era esattamente il contrario.

Non accuso il colpo, perché il coaching porta i suoi frutti: io mi sento meglio, e finalmente inizio a individuare cosa voglio. I pensieri e i progetti cominciano a prendere forma nella mia mente… Leggo, approfondisco, cerco stimoli. Tra tutti gli spunti, sono due articoli di Monocle (link http://monocle.com) a colpirmi. Il primo è sulla figura del manager del futuro, che non avrà più il ruolo di controllore, ma di coach del suo team. Dovrà essere in grado di motivare, guidare, sostenere i suoi collaboratori. E solo chi riuscirà a farlo, avrà successo. Il secondo racconta l’esperienza di un’azienda produttrice di caffè in Brasile, che vanta una finalità sociale: dare lavoro agli agricoltori locali. Annoto nella mia mente questo concetto: attività di business con una finalità etica. È possibile lavorare, guadagnare, e contemporaneamente permettere che tutta la comunità ci guadagni.

La strada è segnata: capisco cosa voglio e come lo voglio. Contatto Francesca, che nel frattempo si è licenziata dalla Emi per darsi totalmente alla carriera di coach e le propongo la mia idea: aprire una società di formazione e coaching, che non affronti solo tematiche femminili e personali, ma anche questioni professionali. L’idea è quella di usare gli strumenti del coaching sul fronte lavorativo. Passiamo una notte a parlarne e nel giro di qualche mese apriamo Accademia della Felicità.

Oggi mi rendo conto di quanto il coaching mi abbia aiutato. Ho messo a posto tante cose mie personali, e dal punto di vista professionale mi sento appagato. Finalmente faccio un lavoro dove la mia creatività è gratificata e stimolata: sono sempre alla ricerca di idee, ispirazioni da rimandare ai nostri coachee. Essere curioso, cercare, guardare, leggere fa parte del mio lavoro. E soprattutto, quando devo confrontarmi con gli altri, il disagio che prima avvertivo, è del tutto sparito. Mi sento completamente sicuro della validità e della qualità delle mie proposte. E se prima, la domenica sera provavo l’angoscia per l’idea di tornare al lavoro il giorno dopo, oggi non capita più. Mi sono costruito i miei lunedì su misura e un lavoro fatto apposta per me. E aiuto gli altri, la comunità, a trovare la propria strada.

 

 

 

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