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by • 11 aprile 2016 • MasterComments (0)1571

Master in coaching (anche) per trovare il lavoro che ti piace

Master in coaching e lavoro

 

Le facce sono un po’ più stanche e tirate oggi, il Master pian piano si avvia verso la conclusione (a giugno), tante cose sono cambiate per molti dei partecipanti, dal punto di vista personale e lavorativo.

Sembra incredibile questa magia, ma davvero le vite delle persone che partecipano al Master subiscono delle impennate, è come se d’improvviso il mare che fino a quel momento è stato calmo cominciasse a portare a riva delle onde pian piano sempre più alte, piano piano sempre più violente fino a quella che travolge tutti i castelli di sabbia costruiti sulla battigia.

Niente di devastante, per carità, ma è incredibile vedere persone che arrivano al primo weekend di Master e che sembrano così in carreggiata nella loro vita ben disposta e ben avviata, con certamente il desiderio di intraprendere un percorso di crescita personale ma forse non poi così convinti che un cambiamento sia possibile (no, beh, non a me!).

Invece il Master porta un sacco di cose, soprattutto quelle che crediamo meno “possibili”, meno realizzabili perché ci sembrano così lontane, così fuori dal nostro universo.

Poi invece man mano che si va avanti qualcosa succede, il guscio si rompe e fuoriesce un becco, forse di un brutto anatroccolo ma sappiamo tutti, sanno tutti (gli altri, perché noi non ci vediamo o ci vediamo molto distorti) che quel brutto anatroccolo è destinato a diventare cigno, basta solo un po’ di tempo, di perseveranza – e anche un po’ di fatica.

Per questo gli sguardi un po’ vacui dei masterizzandi, questo weekend, non sono un cattivo segno, ma un ottimo segno: gli occhi sono pieni di stanchezza perché il Master, e il percorso che comporta, sono stancanti, a volta sfiancanti, ma poi d’improvviso si ha un’illuminazione, nella testa e anche sul viso, e tutto cambia, la percezione di noi stessi e degli altri, la vista della luce in fondo a un tunnel che credevamo cieco e senza uscita.

Un weekend di Master al mese sembra poca roba, ma vi assicuro per quel che ho vissuto e per quel che ho visto, che non lo è affatto. Anzi. Di più sarebbe davvero troppo, c’è bisogno di tempo in mezzo per recuperare, per riflettere, e anche per agire.

In questo weekend si parla di lavoro, un tema che ha attraversato trasversalmente tutti i weekend perché molti sono arrivati perché infelici sul lavoro e con il desiderio di cambiarlo, altri con la certezza di voler rimanere ma voler cambiare il proprio atteggiamento e la propria situazione. Altri ancora volendosene creare uno nuovo da zero, dopo essersi lasciati alle spalle esperienze molto impegnative. E altri che pensavano davvero di essere felici e di avere il lavoro più bello del mondo e che all’improvviso si sono ritrovati a dire: cambio. Voglio cambiare.

Il risultato di tutte queste diverse “energie” è una classe, sebbene stanca, molto attenta a quel che viene detto dalle due coach che in ADF si occupano di lavoro, Rita Zambrelli e Ilaria Squeo, entrambe con grande esperienza sul campo. Le orecchie sono ben tese, i radar accesi, per afferrare tutto quello che raccontano, sia della propria esperienza professionale, sia di quella (altrettanto professionale) come coach.

In questa due giorni si è parlato di lavoro, di come affrontare le problematiche di tipo lavorativo con i nostri futuri ed eventuali coachee, di quali strumenti utilizzare per aiutarli, di come supportarli nel definire un obiettivo professionale. Ma sono tutte cose che, come sempre, si sperimentano in prima persona qui, prima di riproporle ad altri.

Il primo modo per affrontare i problemi portati dai coachee che vengono per il lavoro è far prendere coscienza alle persone quali sono le loro competenze, le cose che sanno fare perché le hanno acquisite in precedenti esperienze lavorative.

Poi l’analisi delle soft skills, le competenze trasversali che possono fare la differenza in un percorso professionale.
Facciamo mettere nero su bianco ai coachee le loro competenze, sia tecniche sia trasversali, chiedendogli di rispondere alla domanda: che cosa so fare?
Non sempre è così facile dare una risposta, spesso diamo per scontato che saper fare una certa cosa sia, appunto, scontato, la sappiano fare più o meno tutti.
E poi ancora: qual è il tuo stile? È importante da sapere e da saper individuare, perché può fare la differenza. E soprattutto potrebbe essere adatto per un’azienda ma non per un’altra. Cosa ti rende diversa/o da tutti gli altri?

Queste domande e le conseguenti riflessione generano un grande valore per il coachee, che si rende conto di cose di cui prima non era consapevole. E un bel bagaglio da portarsi a casa e che potrà utilizzare per i suoi prossimi passi.

Quando sono proprio in crisi, dare al coachee un piccolo obiettivo può essere una buona strada. Dobbiamo portare il coachee a capire quali sono le sue competenze, talenti, sogni con ciò che ha a disposizione come bagaglio personale. Da lì si potranno poi individuare, a valle del percorso, un discorso più approfondito sul ruolo professionale, ma solo dopo aver capito quali sono le sue competenze (quali studi ha fatto, quali esperienze).

Si parte sempre dalla persona che ho davanti, come sempre nel coaching, e si cerca di capire cosa vuole, come vorrebbe lavorare, come si vorrebbe sentire, quali attività lo gratificano e lo fanno stare bene e quali invece abbandonerebbe all’istante.

I primi incontri sono quindi sempre una grande analisi di chi abbiamo di fronte, delle sue esigenze, dei sui sogni e dei suoi talenti.
La consapevolezza delle competenze è molto complessa, complicata, riuscire a farla tirar fuori alle persone non è per niente semplice. Questo per un motivo molto semplice: troppo spesso non ci rendiamo conto che alcune attività, benché ci riescano facili, sono a tutti gli effetti delle competenze. Essere capaci di dare delle priorità alle  mille cose da fare è una competenza estremamente rilevante, ma che spesso le persone non si riconoscono perché si tratta di un’attività che compiono “normalmente” nella loro vita, talvolta anche extra lavorativa.

Su queste fasi specifiche possono essere di aiuto alcune risorse, per esempio i test sui tipi psicologici di Jung, i saggi Ce l’hai il paracadute? di Richard N. Bolles (una vera “bibbia” sull’argomento), Trovare il lavoro che piace, e Trova il tuo lavoro di Gianluca Antoni e Nicola Giaconi.

Anche il contesto è fondamentale perché influenza tantissimo la persona, e quindi bisogna tenerne conto. Questa analisi serve al coachee per individuare più nello specifico i settori e i ruoli professionali più adatti per lei/lui, riconducendo questi ragionamenti a un obbiettivo professionale. Compiuta questa analisi, si passa alla definizione delle esigenze del lavoratore, in termini di tempo e di impegno e poi ancora si cerca di individuare quali sono le azioni da compiere, i passi da fare, per arrivare all’obiettivo. Eventualmente anche i gap di competenza che devo essere colmati, magari frequentando dei corsi di formazione e raccogliendo informazioni sul ruolo cui ambisce parlandone con chi già svolge questo lavoro.

Non mancano ovviamente indicazioni più specifiche e personalizzate, sul curriculum e sul mercato cui ci si vuole rivolgere, ma lì, oramai, è questione molto specifica che deve essere affrontata in modo personalizzato con il coachee.

 

La prossima edizione del Master in coaching parte a settembre, ancora in promozione early bird: 2400 euro più IVA per chi si iscrive entro il 30 aprile!

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