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by • 17 febbraio 2017 • Life & CultureComments (0)262

And the Oscar goes to…

Oscar 2017

Manca poco alla prossima consegna degli Oscar, il premio più ambito dell’establishment cinematografico mondiale, che ormai rappresenta solo la celebrazione della potenza commerciale del cinema statunitense.

Ma tra i nominati c’è almeno un film che si meriti il titolo di “Miglior film” dell’anno scorso?

Probabilmente sì, ma non è detto che glielo riconoscano.

I titoli in lizza sono nove, visto che da qualche anno è stato rimosso il limite delle 5 nomination, ma vi parlerò solo di 5, quelli visti finora, che sono: Arrival, del canadese Denis Villeneuve, atteso al suo esordio nella fantascienza come anteprima al sequel di Blade Runner; La battaglia di Hacksaw Ridge, ultimo film di Mel Gibson sugli orrori della guerra; Hell or High Water, produzione Netflix con il grandissimo Jeff Bridges; La La Land, il celebrato musical del nuovo cocco di Hollywood Damien Chazelle; Manchester by the Sea, un dramma familiare diretto con sensibilità da Kenneth Lonergan.

Tutti i registi nominati sono candidati anche per la miglior regia, tranne il poco conosciuto David Mackenzie di Hell or High Water.

Arrival è il film più sorprendente, uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni.

Villeneuve riesce a rinfrescare un genere ormai appoggiato da anni solo sull’efficacia degli effetti speciali e, grazie ad una solidissima sceneggiatura, a recuperare quello stile di fantascienza gentile che Spielberg rese popolare con Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma con un’innovazione notevole del linguaggio, grazie ad una narrazione non lineare che ricorda il monumentale Tree of Life di Terence Malick, ma con molta meno prosopopea.

Il risultato è un film davvero avvincente, completamente sostenuto dal suo personaggio principale, interpretato da Amy Adams, mai così convincente ed efficace nel ritrarre una donna appassionata dai suoi studi (è un’eccelsa linguista), così piena di dubbi e umanità ma allo stesso tempo forte e determinata, con una mente aperta e pronta a cogliere i segnali provenienti da esseri completamente ignoti e incomprensibili.

La comunicazione è il tema portante del film, l’importanza di imparare a comunicare con coloro che ci sono estranei, che ci incutono timore, sui quali abbiamo maturato pregiudizi e barriere difensive.

Il film ci mostra come il crollo delle barriere, l’abbandono dei pregiudizi  può portare a traguardi inimmaginabili e lo fa affrontando temi complessi che abbracciano campi scientifici come la fisica e, appunto, la linguistica, raramente resi così chiaramente in un opera di intrattenimento.

La visione è altamente consigliata per chi non teme di intraprendere viaggi ai confini dell’universo.

La battaglia di Hacksaw Ridge, al contrario, non sorprende granché. Si tratta del solito, vecchio Mel Gibson alle prese con una storia che mostra il coraggio degli uomini in contrapposizione all’atrocità della guerra.

Come suo solito, Mel non si risparmia nel mostrare gli orrori più crudi dei corpi mutilati di giovani soldati americani, senza purtroppo la sensibilità di descrivere anche gli avversari, in questi caso i giapponesi, con la stessa umanità; essi sono semplicemente il nemico.

Pur nel suo essere manicheo, Mel però racconta una storia bella e realmente accaduta, quella di un giovane soldato, etichettato col termine riduttivo di obiettore di coscienza, che rifiuta di toccare qualsiasi tipo di arma, ma determinato a sostenere il suo paese nel ruolo di soccorritore dei compagni sul campo di battaglia.

Naturalmente il film racconta il percorso del giovane in modo semplicistico, con tutti i cliché del genere, fino alla chiusura con le interviste ai veri protagonisti, un po’ didascalica a dire il vero, che però aggiunge un tocco di realtà ad un’opera altrimenti troppo enfatica.

Consigliato ai soli amanti del genere “sbarco in Normandia”.

Il canale Netflix quest’anno si aggiudica una meritatissima nomination a miglior film con Hell or High Water, un dramma cadenzato da dialoghi brillanti, con attori semi conosciuti, ma mai così efficaci, ed un immenso Jeff Bridges in una delle sue migliori caratterizzazioni.

Il film, pur non avendo alcun collegamento a fatti realmente accaduti, come invece nel caso di Mel Gibson, risulta però totalmente immerso nella realtà, una realtà depressa e desolante.

La storia si svolge in Texas, una zona del paese descritta come un deserto attraversato da strade vuote, punteggiate da cartelloni che pubblicizzano società finanziare che rilasciano prestiti.

Partendo senza aspettative, il film conquista dal primo all’ultimo fotogramma, merito di una sceneggiatura di ferro e dialoghi indimenticabili.

Decisamente da non perdere, specie per chi gli abbonati Netflix, che non devono nemmeno uscire.

La La Land, invece, il film più osannato negli ultimi mesi, finisce per deludere, forse proprio a causa delle grandi aspettative.

Certo, il sogno di resuscitare i fasti dei grandi musical hollywoodiani si può dire riuscito, grazie soprattutto alle spettacolari sequenze che aprono e chiudono il film e ai due protagonisti, Ryan Gosling e Emma Stone, che sono belli e accattivanti, soprattutto lei, occhi e sorriso magnetici.

Però il film non emoziona, magari diverte, ma tutto resta in superficie e l’estetica piena di colori brillanti, forse per dare un’immagine senza tempo al film, finisce per rendere la visione un po’ stucchevole.

Il regista Damien Chazelle dovrà osare molto di più se vorrà essere ricordato come maestro del cinema, perché per ora le sue opere non fanno che rivisitare gli stereotipi dei generi aggiungendo qualche tecnicismo moderno in più, ma null’altro.

Consigliato a chi non ha mai la tentazione di abbandonare la propria comfort zone.

Per finire, il film più commovente della cinquina, Manchester by the sea, opera di un regista che ha già dimostrato di trovarsi a suo agio con i drammi familiari e storie intimiste (vedi il suo primo lungometraggio “Conta su di me”) .

La sua ultima opera ha fatto razzia di candidature in tutti i festival in cui è stata presentata, con laudi sperticate, e meritate, indirizzate al regista, per la sensibilità e la grazia con cui riesce a raccontare una storia così dolorosa, e al suo principale interprete, Casey Affleck, il fratello bravo del più famoso Ben, che dà vita ad un personaggio difficilissimo con una delicatezza che commuove per tutta la durata del film.

Aggiungerei altri due componenti di un cast perfetto, il giovane Lucas Hedges, nel ruolo del nipote Patrick, fresco e brillante come deve essere il personaggio alla sua età pur alle prese con drammi familiari, e la splendida Michelle Williams, in un ruolo particolarmente drammatico in cui lei, a dir poco, rifulge.

Per chi non crede sia possibile mettere in scena sentimenti veri al cinema.

Ci sono ancora un po’ di giorni per vedere tutti i film candidati prima della premiazione e farsi un’idea prima di essere condizionati dall’effetto vincitori e vinti.

Provateci, sono tutti in circolazione e quelli mancanti sono in uscita, anzi, se possibile cercherò di aggiungere una postilla per Moonlight, tra i nominati a miglior film, che vedrò tra un paio di giorni e di cui ho letto molto bene.

Altrimenti, sarà argomento per la prossima volta.

Gianfranco Taino

Gianfranco

Responsabile amministrativo per ADF e non solo, ho un lato razionale e pragmatico che si manifesta nella facilità a lavorare con i numeri, nel tenere i conti e nell’essere preciso e affidabile, e una forte vena creativa che mi ha permesso di lavorare come consulente musicale per sfilate ed eventi, come giornalista e come deejay. Ho frequentato la prima edizione del Master in Coaching di ADF e sto studiando per diventare Life Coach.

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