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by • 7 ottobre 2016 • Life & CultureComments (0)1122

Pimlico – capitolo 15

Pimlico capitolo 15

Inginocchiato a venti centimetri dalle sue labbra, combattuto tra una voglia indescrivibile di baciarla ed una paura cosmica di lasciarmi andare. Non ricordo più come ho fatto a cacciarmi in questa situazione, io che non sono mai stato il classico tipo che andava in giro per locali al solo scopo di accalappiare giovani donzelle. Non sono mai stato di quelli che segnano una tacca sul calcio della pistola a ogni vittima. Invece continuiamo a guardarci. 10 secondi netti lunghi quanto una qualsiasi finale del Superbowl.

         “E’ scontato dire che stiamo bene insieme”, cerco di essere più chiaro e diplomatico possibile “che abbiamo una discreta intesa sessuale, che non ci passa per la testa di avere altre storie. Vero?”.

         “Devi dirmi qualcosa? Ripeto: devi dirmi qualcosa?”

SI.

         “Vorrei solo parlare di questa linea che ci unisce e ci divide. Cristo, che difficile! Ci sono un sacco di disparità tra le nostre date di nascita ed i saldi dei nostri conti correnti. Tanto per cominciare. E non è cosa irrisoria” sono partito, ce la posso fare “tu odi frequentare quei brigatisti e magnaccia dei miei amici – parole tue – Lino lo saluti a malapena, io aborro le pellicce e le compagnie della tua famiglia; fratello e gentil consorte compresi. Capisco perché tu sia attratta da Different Class dei Pulp però tu non capisci perché io mi riconosca in Janis Joplin, in Nico o nei Joy Division. Non vorrei essere cinico e sarcastico, ma è esattamente quello che penso”.

         Cazzo, adesso capisco perché Kornelia una volta mi disse che ero un Ian Curtis in miniatura. Ferma ancora un po’ con le lacrime. Brava, ferma così che non ho finito. Non ancora, tanto vale svuotare tutta l’aria malsana che mi pervade. Resisti ancora due minuti e poi stop al televoto.

         “Poi…Dio! Hai poco più di vent’anni! Ovviamente noi vecchiacci, come ci chiami tu,  conosciamo così bene il corpo di una donna che i tuoi coetanei possono scordarselo almeno per un altro paio di lustri” sono un cretino, non so cosa sto dicendo ma magari non ho torto “e questa è una cosa che ha influito senz’altro nella tua infatuazione. Va bene che sono un tipo eccentrico ed affascinante, sempre come dici tu. Va bene che ho quella tristezza romantica di fondo che tanto piace a voi donne, magari aggiungici il fatto che è ganzo avere una storia con uno che – pur giovanile – potrebbe esserti padre. Che ti fa sentire emancipata, che puoi raccontarlo alle amiche, che è cool, eccetera.” non sono io, credetemi, è solo il mio hard disk andato in tilt. Continuo, fresco come una rosa “ma…sinceramente, abbiamo un piccolo futuro? Sai, il mio carattere, i tuoi studi e tutto il resto. Dovessimo progredire, di sicuro tra qualche anno ti troveresti un bel coetaneo ricco e abbronzato e lasceresti al palo il vecchiaccio qui presente. E’ già tutto scritto, credimi”. Credo di non aver mai detto una simile mole di parole in tutta la mia vita. Credo anche di aver ragione su tutta la linea.

         “Ma certo che potremmo avere un piccolo futuro, basta metterci d’impegno. E in ogni caso non serve che ogni volta tu, per paura di farti del male, rifiuti di fare qualsiasi cosa. Prova, tenta, dai una possibilità. Dammi una possibilità”

         Vorrei, vorrei tanto, ma non mi va di perdere un’altra finale di Coppa dei Campioni. Proprio no “non hai capito, l’abbiamo già vissuta, anzi è una possibilità che stiamo vivendo, ma siamo partiti col piede sbagliato. Io non voglio farti del male; avrei potuto scoparti e farti credere di poter avere mari e monti da me, prima di farti sloggiare con un ghigno feroce. Erano quelle le mie intenzioni, ed ero convinto che non avresti fatto una piega, che sarebbe stata una scelta condivisa anche da te. Invece mi ci sono trovato dentro ed ho preferito essere sincero. Per quello ne stiamo parlando. Elisa…Sono quasi coetaneo di tuo padre! Riesci a capirlo?”

         Ora sembra stranamente calma, quasi rassegnata “continua a fare del male a te ed a ciò che ti sfiora. Non potrai mai avere fiducia nelle relazioni che instauri; hai chiuso il cuore a doppia mandata e gettato via la chiave. Stai sempre a fare dietrologia e vedi complotti ovunque. Io non posso far nulla oltre a essere me stessa per dimostrarti quanto tenga a te. Se non riesci a capirlo da solo…Beh…Getto la spugna. E non me ne frega un cazzo dell’età, dei soldi e dei brigatisti. Cazzo. Cazzo. Cazzo. CAZZO! Sei solo un coglione innamorato di te stesso; ma in un certo senso sei scusabile, tutte le tue paranoie sono da imputare al tuo passato. E’ quella la causa, e non serve essere uno psicoterapeuta per capirlo, e senza arrampicarsi tanto su storie di età avanzate.”.

         “Non penso pr…”

         “Ecco, bravo, non pensi e basta. Usi il cazzo, e nemmeno troppo spesso, quindi sei coglione due volte”

         Apperò. Mi viene in mente il video di Into the Groove di Madonna; più precisamente quella parte dove Nostra Signora della Trombata Epocale entra in bagno e si rinfresca all’asciugatore automatico. Mi piace Madonna. Non che questi siano i pensieri più logici da fare mentre la donna con la quale ti frequenti da qualche mese se ne sta andando senza aver capito un cazzo di quello che hai detto. Credo di avere le turbe col turbo. Ma sfido chiunque a prospettarmi un futuro diverso da quello che sono andato ad illustrarle; quando avrò settant’anni lei avrà la mia età attuale.

“Sono disilluso e – per essere sincero allo spasimo – non so fino a che punto posso contare su di te. Ho l’impressione che ci sfoggiamo a vicenda nei rispettivi circoli. Mi sembra di essere il tuo giocattolino delle periferie. Mi sembra che tu sia la mia Lolita che gli amici invidiano. Potrei quasi essere tuo padre, e questa – passato il primo comprensibile momento d’imbarazzo – proprio non riesco a farmela andare giù. Credevo fosse tutto più facile”. Le parole gocciolano via come sangue dal naso.

         “E allora? Come vuoi risolverla?”.

         “Non ne ho la minima idea, per questo sto affrontando il problema.”

         “Ho capito, è già diventato un problema, vero?”

         “Dio mio, adesso non precipitare nel baratro delle paranoie…”.

         “Bravo, prendimi anche per il culo. Adesso sono diventata paranoica, vero? Dov’è la mia roba. Dammi una borsa”.

         “Aspetta, che stai facendo? Parliamone…”

         “Dov’è  la mia roba?”

         “Abbi pazienza, ti ho detto che potremmo parlarne, mi piacerebbe sapere come la pensi”

         “E io ti ho chiesto la mia roba. Subito.”

         La lascio andare? Anche se brucia? Gira isterica per casa qualche minuto, poi si avvicina e mi getta addosso la felpa. Quella felpa. Dalla prima volta l’ha sempre tenuta lei; ed ha sempre – ripeto: sempre – voluto lavarla da sola. Se la portava a casa. Questo gesto gela tutto. Conosce alla perfezione dove colpire. Ha scandagliato i miei bersagli vitali.

         “Certo che sai fare del male se vuoi”

         “NON DIRE PIU’ NEMMENO MEZZA PAROLA O TI AMMAZZO!” lo dice proprio così: urlando in maiuscolo.

         La sento scandire ogni singola lettera con una pronuncia simil francese dettata dalla rabbia, poi corre a raccattare i suoi trucchi in bagno che non avrei dovuto permettere mi lasciasse in ostaggio, si prende quei pochi vestiti che aveva in camera e caccia tutto nervosamente in una borsa. Quando si gira vedo – attraverso il fumo della sigaretta che tiene tra le labbra – rabbia e lacrime rigarle il volto.

         “Non disturbarti, dopotutto potresti essere mio padre, giusto? Chiamo Danny”

Non mi disturbo. Ma solo per una specie di blocco nervoso dei miei centri decisionali. Osservo inebetito la scena, come uno scoglio che frange i flutti. Lei continua a frugare nei cassetti con smania e odio per almeno altri dieci minuti. Provo da un’altra angolazione.

         “Non capisco perché tu debba prenderla così seriamente. Avevo solo chiesto spiegazioni e certezze, se possibile”.

         “Povero, non capisce perché debba sentirmi umiliata quando mi fa capire che potrebbe continuare a portarmi a letto, ma devo limitarmi a essere una presenza invisibile nella sua vita. E soprattutto devo essere disponibile soltanto in determinati periodi. Non capisce, lui…”

         “Non essere stupida, non intendevo proprio questo”

         “Lo so che non intendevi proprio questo. E’ proprio quel proprio che ti tradisce. Non intendevi questo, ma una cosa simile. Ci sono andata vicina parecchio. Non hai nemmeno tentato di fermarmi. Devo pesare in maniera opprimente sulla tua vita ben ordinata…Stammi bene ‘vecchiaccio che conosce così bene il corpo di una donna’. Che razza di coglione ho imbarcato! Dio mio, mai più!!!” Alza le mani e la testa al cielo.

         Mi sta incastrando e forse ha ragione; quel vecchiaccio è detto con il peggior veleno e rancore che possa esistere in natura. Inutile continuare a ribattere, ha ragione lei. L’ho capito anch’io. Gira nervosamente per la casa, raccattando di tutto in maniera nervosa per poi riporre da un’altra parte, nevrastenica. Il tutto dura una ventina di minuti, venti minuti di silenzio, interrotti solo da qualche imprecazione. Sua. Fortunatamente il campanello viene a salvarmi. Dev’essere Danny.

         “Ti aspetto in macchina, sorellina”

         Lo stronzo ha un sorriso sulle labbra come se volesse scrivere “aspettavo questo momento, del resto l’avevo previsto” in cielo, affinché tutti si rendano conto di quanto perspicace sia. Con i soldi che ha Papi è facile che affitti le Frecce Tricolori e scriva questa frase tra le nuvole che sovrastano la mia casa. Monroe sta già uscendo. Stringe tra le mani il pennarello indelebile, me lo agita sotto il naso, si gira e – rossa sino allo spasimo – mi dice: “tanto lo so che mi richiamerai e che non riuscirai a starmi lontano”. Lo so anch’io che lo so. Forse. Prima che chiuda la porta riesco a infilarle in borsa un nastro che volevo regalarle da tempo; l’avevo compilato solo per lei. 90 minuti che per me valevano più di centomila dimostrazioni d’amore urlati a squarciagola. Una cosina tenera, che ha sempre funzionato con le donne. Una delle cose che riesco a fare meglio; non sono disinibito nel portarle a cena, e nemmeno nel cospargerle di doni. Dò il meglio di me stesso soltanto quando sono a tu per tu con la mia piastra di registrazione (ha un male incurabile – io – che la sta consumando). E’ facile andare al negozio all’angolo e comperare dei fiori per una donna. Ti presenti, il fiorista ti consiglia e ti prepara la confezione, paghi e sei a posto. Il più delle volte non fai nemmeno la fatica di caricarteli in macchina. Li recapitano direttamente loro. E’ facile anche regalare dei profumi. O gioielli. O vestiti. O creme per il corpo. E’ facile portarla a cena fuori. O al cinema. Hai la mappa dei desideri e la consulti ogni volta che devi comprarle qualcosa (“Vuoi andare al cinema?” oppure “Cosa preferisci vedere?” o ancora “Ti piace di più la camicia verde o quella blu?”). Nessuna fatica, nessun disturbo. Ma quanti sanno regalare un nastro che colpisca le giuste corde di una donna? Soprattutto in tempi di iTunes e eMule?

         Una piccola cassettina da due euro scarsi, presa in un supermercato durante una pausa pranzo, piena di passione e sentimento. Uno degli ultimi nastri magnetici che ancora si trovano in commercio. Ne ho fatto scorta da mesi di questi piccoli rettangoli magnetici, proprio per tirare avanti il più possibile prima di soccombere e piegarmi alla masterizzazione. Pratica volgare e onanista, invero; quando invece la cassettina stava nettamente a significare che – i dischi che volevi duplicarti – li avevi fisicamente in casa, e non a portata di mouse o di furtarello in rete. In più c’è pure del lavoro dietro: tipo la copertina fatta a mano, i titoli scritti in una calligrafia perfetta, e le linguette anti registrazione coatta rigorosamente divelte; lo sforzo mentale è sovrumano ed in genere il lasso di tempo rosicchiato da questi lavoretti è pari a un paio di giornate d’ufficio. Nessuna connessione veloce a lavorare per te. Una buona cassettina ha una valenza psicologica altissima e – ne sono sicuro – se a novant’anni dovesse ascoltare alla radio una delle tracce contenute in quel tenue pezzetto di plastica, le ritornerei in mente con una precisione maniacale. Anche se fosse sposata da tempo immemore con un neozelandese e vivesse in prossimità di Anchorage. Un semplice nastro magnetico. Uno degli ultimi, prima dell’estinzione.

Side A

Side B

THE BEATLES  – Strawberry Fields Forever

HOUSE OF LOVE * Shine On

CARLY SIMON – Why

XTC * Senses Working Overtime

TRACEY ULLMAN – They Don’t Know

THE GO-BETWEENS * Bachelor Kisses

TUXEDOMOON – In A Manner Of Speaking

COCTEAU TWINS * The Spangle Maker

THE LA’S * There She Goes

OASIS * Whatever

STONE ROSES * Made Of Stone

THE SMITHS * Girlfriend In A Coma

PRIMAL SCREAM * Loaded

THE SOUND – I Can’t Escape Myself

JAMES * Sit Down

BILLIE HOLIDAY – The Man I Love

LA DUSSELDORF – Rheinita

DAVID BOWIE * Ashes To Ashes

         Sento sbattere il cancello e resto comprensibilmente inebetito una manciata di minuti prima di ritrovarmi un caffè fumante e una sigaretta tra le mani. Mi immagino la conversazione in auto: lui che cerca di dipingermi nel peggior modo possibile, ricordandole di averla avvertita a più riprese; lei che piange e stringe i pugni e continua a farfugliare di lasciarla stare. Due probabilmente sono attratti reciprocamente ma cercano di scagliarsi il più lontano possibile l’uno dall’altra. Mi rigiro tra le mani i cd che si era portata da casa. Un buon motivo per tornare, mi dico, non vorrà mica lasciarmi I Should Coco dei Supergrass, Violator dei Depeche Mode (ce l’avevo anch’io – in vinile -, che bisogno c’era di portarne un doppione?) e To Bring You My Love di PJ Harvey? Continuo a rigirarmeli addosso, li porto al viso e scopro che hanno ancora residui del suo profumo. Guardo anche quel pacco di NME rovesciato a terra e vengo fulminato dai ricordi. Non ho avuto fortuna con le donne. E viceversa. Devo imparare a conversare con le mie solitudini, o soltanto appoggiarmi agli amici, fare in modo che il loro cinismo e il loro saper prendere la vita di petto – magari palpandoglielo pure – mi faccia svicolare al più presto da questo bagno di sangue. Solo loro adesso possono spingermi fuori da questo periodo; loro e la maniera che hanno di passare sopra alle difficoltà come rulli compressori, usando tutti i mezzi a disposizione, fossero pure illeciti o immorali. Magari proprio con l’aiuto anche di quelli che, al limite della legalità, c’hanno vissuto.

Un Consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole:

“Pensa in questo momento quanto mi ami; Non ti chiedo di amarmi per sempre così, ma ti chiedo di ricordare. Nascosta dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera” (Francis Scott Fitzgerald)

“E’ lungo il tempo tra due drink” (J.M. Moreheads)

“Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti” (Jules Renard)

Dieci Suoni:

Adorable, Fake 1994

Snatch, Snatch 1983

AD Frank, Mr. Fancypants 2001

Supersystem, Always Never Again 2005

Barry Manilow, Even Now 1978

Guy Chadwick, Lazy, Soft & Slow 1997

The Field Mice, Skywriting 1990

John Howard, Technicolour Biography 1974

Glamour To Kill, Musik Pour The Ratas 2004

Rialto, Night On Earth 2001

 

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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