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by • 16 dicembre 2016 • Life & CultureComments (0)1072

Pimlico – Capitolo 20

Pimlico Capitolo 20

This Town Ain’t Big Enough For The Both Of Us

Sparks 1974

“L’esperienza ha l’utilità di un biglietto di lotteria dopo l’estrazione”

A. d’Houdetot – Epreuves du coeur humain

         E’ esattamente così: questa città non è abbastanza grande per entrambi. Ma stavolta siamo in tre, più comparse, addetti ai lavori, truccatrici e manovalanza assortita. Vedete di cambiare aria al più presto. Ho focalizzato, grazie a un paio di notti insonni, gli strazi sentimentali in periodi ben distinti, in ere geologiche della disperazione: il periodo uno è quello che si rifiuta di prendere in considerazione il distacco, che lo vive come se la controparte fosse in vacanza per un paio di settimane ed è contraddistinto da una finta euforia, parecchie masturbazioni mentali sulla nuova condizione di single che, almeno nella tua testa, significa vagonate di donne che non aspettavano altro di rivelare tutto l’amore nei tuoi confronti che giaceva da anni nei loro cuoricini affranti. E’ caratterizzato da testa ovattata, naso perennemente chiuso, apatia e – naturalmente – perdita della libido. Dura poco purtroppo questo limbo di incoscienza e ti porta diritto al periodo due, ovvero il peggiore. Riconoscibile da un dolore estremo, da un fuoco localizzabile all’altezza dello sterno, da una paralisi dei sentimenti e dalla consapevolezza di non riuscire più ad affrontare la vita. Mancanza di stimoli, appetito ridotto al lumicino ed odio viscerale verso le passioni che fino a poco tempo prima ti riempivano la vita. Un macello, in poche parole. Dura dai tre ai sei mesi, anche se qualcuno ci lascia le penne per tutta la vita, e si porta via parecchie illusioni costruite in anni ed anni di vita a due. Ti lascia una cicatrice difficilmente cauterizzabile, una mancanza di fiducia nel sesso opposto ed una scrematura delle amicizie. Cosa con un risvolto anche positivo, quest’ultima, perché rivela chi davvero ti è vicino. In eredità si porta il periodo tre. Quello caratterizzato dalla consapevolezza del rifiuto e dalla voglia di stornarlo a tuo vantaggio. Rancore, astio e vendetta ti scorrono addosso ventiquattro ore al giorno finché arrivi al punto da urlare che questa città non è abbastanza grande per entrambi. Ma non sarò certo io ad andarmene. Roba da vecchio west e Sfida all’OK Corral; roba da voler dividere la popolazione in pro e contro. Da fare un censimento per decretare chi dovrà togliere le ancore. Non posso dividere il mio paesello con chi ha preferito abbandonare il campo. Kornelia Ender è una palla di fuoco, una cometa che tornerà a passare da queste parti; magari tra qualche migliaio d’anni, ma tornerà… Ed io sono già seduto sulla riva del fiume in attesa di vederla passare. Devo ancora decidere se con un fucile o un mazzo di rose. Probabile invece che sia lei a passare lungo il fiume cercando con lo sguardo qualcuno sulla riva. In quel caso quel giorno cercherò di essere a un rave party, imbottito di smart drugs, a scopare come un ossesso tutte le ventenni bavose che mi si presentano davanti. Elisa, ho scoperto, è il nome che si dà per convenzione al test di laboratorio usato per determinare la presenza nel sangue di anticorpi contro HIV (Enzyme-Linked ImmunoSorbent Assay). Credo non serva aggiungere altro. Quattro settimane che non ci si vede e – tolte sporadiche conversazioni telefoniche, noiose ed annoiate, quando non rancorose – sembra che ognuno abbia ripreso la propria vita, fingendo di essere amico della controparte. Al Joy abbiamo attuato un patto di non aggressione telepatico, ovvero: anche se sembra impossibile le due volte che ci sono andato lei era rimasta a casa per paura di incontrarmi e i rimanenti due week end ho fatto altrettanto. Ci si sfiora, ci si tollera, ci si sopporta.

         Se questa città non è grande abbastanza per entrambi e non sarò certo io quello che se ne andrà, allora perché getto alla rinfusa qualche indumento in una capiente borsa da viaggio, perdo due pomeriggi a farmi delle cassette che mi tengano compagnia, mi scelgo una sporta di libri per le serate che immagino solitarie, vado in edicola a prendermi La Settimana Enigmistica giusto per dare una parvenza di ufficialità al viaggio e mi ritrovo in macchina, una domenica mattina, al casello dell’autostrada? Ciao amichetti miei. Ciao tossine. Ciao scorie. Vi esorto a non seguirmi, lasciatemi in pace almeno questa manciata di giorni. Sono un pochino preoccupato, perché – a essere sincero – non ho mai fatto una cosa simile; ho sempre fatto i miei viaggi con un navigatore al fianco, o una guida esperta, o solo qualcuno che potesse starmi ad ascoltare duranti gli intoppi e le crisi da turista che mi accompagnano immancabilmente. Facile che al trentesimo chilometro io, le mie cassette, la mia Settimana Enigmistica e la sporta di libri, si faccia inversione e si torni al bar. Facile, niente di più facile quando ci sono io di mezzo. Intanto continuo finché resisto all’impulso di non abbandonare i miei consueti paesaggi. Sorrido subito al primo autogrill dove mi fermo a fare colazione con caffè doppio, brioche alla marmellata e bicchiere di minerale con sigaretta annessa; mi sento leggero e sono soddisfatto di migrare via, seppure per poche ore d’aria. Il piacere che ti accompagna mentre varchi le porte degli autogrill è qualcosa di difficilmente spiegabile, è qualcosa che può essere accomunato alla speranza di trovare un’oasi nel deserto, o un biglietto da 100 euro per terra. Roba da tuffarsi di testa all’interno di quel padiglione delle meraviglie costruito lungo le rive delle autostrade; mi piace tutto degli autogrill, persino le fantasiose scritte oscene che si possono leggere nei bagni e che avevo cominciato a raccogliere in un quaderno tanto sono geniali. Dalle parti di Faenza mi fermo per un pranzetto con i fiocchi e per fare la scorta di sigarette. Un bel posticino tranquillo, la mia pasta al forno, patate fritte e crostata di mele, mezzo litro di minerale naturale e caffè. Due ore di autoanalisi gastronomica per far uscire tutti questi pensieri. Quanti pensieri ho, mio Dio. E tutti belli, tutti puri. Peccato che si affollino e si intasino all’uscita, presi dalla smania di venir fuori in fretta ed in troppi. Finché, troppo preso dai miei pensieri, non riesco a pensare ad altro…Ad altro che non sia Lino ed al fatto che sia sparito da giorni e che, molto probabilmente è stato catturato dall’esorcismo di quella strega, alla mia voglia di rimettermi in discussione e di prenderla come viene, magari dando una mano al destino e trasferendomi per un po’ da Giò a fare il montanaro. Perché la vita è come è perché è stata come è stata. Punto. Inutile stare tanto a ciurlare nel manico o fare filosofia spiccia. Quando rialzo la testa non c’è quasi più nessuno fermo a mangiare, eccetto un paio di giapponesine che mi guardano e sorridono. Forse ho parlato ad alta voce per qualche minuto. Forse ho uno sbuffo di marmellata sull’angolo del labbro. Di sicuro non sono l’uomo più bello del mondo, quello che fa girare la testa alle giapponesine arrapate e rampicanti. Quindi chissà perché guardano e ridono. Domo Arigato, signoline. Aveste quei tre numeri in più di tette sareste da sufficienza abbondante.

         Da qui è tutta una curiosa avventura, soffusa e pastellata, qualcosa che ha i contorni sfumati ma odorosi di lavanda e il centro vergognosamente assurdo. Un’avventura che non riesco ancora a inquadrare e che potrebbe essere stata sognata durante un febbricitante vaneggiamento. Un romanticiume diabetico che mi vergogno persino a descrivere tanto è stato imbarazzante. Pochi chilometri in macchina, giusto perché raggiunto dall’abbiocco post autogrill; e poi prendere la prima uscita dell’autostrada con un nome simpatico, fermarsi in una locanda che abbia camere libere ad un tiro di schioppo da un famoso borgo medievale invaso dai turisti per farsi dodici ore di sonno difilate. Senza che nessuno rompa i coglioni, una goduria che non mi gustavo da mesi. Mi accompagna in questa avventura anche il mio Walkman costato un intero anno di bollini alla stessa stazione di servizio mille milioni di anni fa. Giorni di gloria, anche se gli altri viaggiano ad iPod e io ancora col vetusto walkman. Mi immagino gangster fuggitivo come nei migliori romanzi di Ellroy; iper diffidente, occhiali neri, una borsa zeppa di dollari, una automatica e dei documenti falsi. Pronto a sobbalzare per ogni rumore. “Baby…Forse ci rivedremo un giorno…Ti ricorderò per sempre… Yeah!”, roba simile, con voce impostata, sguardo languido e barba incolta.

         Tutto molto Los Angeles anni quaranta, Dalia Nera, hotel solitari. Merito di una camera bellissima, anni cinquanta, uscita direttamente da un film di James Ivory; con una donnina gentilissima che ti porta la cena in camera, ti cambia gli asciugamani e ti chiede ogni due ore ‘se ha bisogno di qualcosa ha soltanto da suonare il campanello, ‘un si preoccupi’.

         ‘Un mi preoccupo ‘ccoddio vecchia ho solo bisogno di un casino di cose di tranquillità di pace di una lunga crociera intorno al mondo di abbandonare il lavoro e l’italia di trovare una donna capisce cazzo signora di non rifare gli stessi errori di tornare a casa mia di ascoltare pop triste e stralunato di avere almeno dieci anni in meno help the aged di farmi un viaggetto in Inghilterra verrei a lavorare qui fuori dal mondo niente minestra stasera ravioli al pomodoro il ragù lo proviamo domani magari.

“C’ha fame, peccaso?” fa la simpatica vecchia scassacazzi. Ha un che di Tina Pica, la geniale caratterista dei film di Totò, solo un po’ più rotondetta e rilassata, ma rompe i coglioni alla stessa maniera, talmente astrusa e tacchente da risultare giocoforza cordiale: “le preparo qualcosa di veloce e sano?” sospira, senza accennare a fermarsi, con un pacco di tovaglie in mano, fresche di asse da stiro, che qui non si conoscono le lavanderie industriali “uh suvvia, e non sia così triste, mi faccia un sorriso, pare c’abbia il mal d’amore stampato sul grugno”. Sarei già morto io, con il peso delle tovaglie; questa avrà almeno 75 anni e nessun segno di cedimento; a braccio di ferro mi schianterebbe. Queste han passato guerre, carestie, dittature e morte, eppure sono fresche come se la loro età anagrafica non contasse. Dovrebbero aprire degli studi d’analisi e rilasciare regolare fattura. Due mesi in cura da persone con così alto voltaggio ti riportano in perfetta parità con la vita. Anche se rompono i coglioni, perché vedono qualsiasi essere umano sotto i cinquanta come un loro probabile figlio. Controllano se hai mangiato tutto, se ne vuoi ancora, a che ora intendi tornare, ecc. ecc. Uno spaccamento di marroni tragicosmico, manca solo Umberto Tozzi a cantarmi Mamma Maremma.

“Sono solo stanco signora, sa che mi sarebbe proprio piaciuto avere una nonna come lei, invece di quel mostro raggrinzito che dava solo ordini e mai una carezza? Probabilmente non sarei qui. Non si offende vero se le mando un bacio, anche se non ho il mal d’amore come lo chiama lei?”. Figurati, adesso sono in piena crisi misticoadolescenziale, con picchi di bontà ultraterrena. Lo so come sono fatto, mi faccio sempre trasportare dagli eventi. Se davo retta a quei cacciamucose dei miei amici adesso avrei dovuto farmi un giro per l’Europa in loro compagnia, Lino e Simone si sarebbero volentieri sacrificati; magari ora sarei ad attenderli spazientito dentro qualche negozio di dischi usati mentre loro finivano una veloce copula con qualche straniera succhiauomini.

         “Si figuri signorino, alla mia età guardare gli uomini l’è più fatica che gusto. Piuttosto baci le ragazze” abbassa la voce, come se pensasse ad una mia probabile omosessualità “Ha visto la poverella della numero 23. Per me c’ha’l mal d’amore pure lei. E’ arrivata qualche giorno fa e un si vole muovere dalla stanza. Sempre triste, sempre gli occhi rossi. Perché non andate a fare una passeggiata assieme?” ecco, spaccano i coglioni cercando di combinare matrimoni, di fare le sensali. Io non mi struggo il cuore, non più, e manco ho il mal d’amore, come questa vecchia babbiona rincoglionita continua a chiamarlo. Magari ho solo bisogno di una bella galoppata, sigaretta e ronfata. Che cazzo me ne frega della numero 23? Magari è anche una frigida di lusso, o una lesbica dominatrice pronta a tirarti un calcio nelle palle. Il mal d’amore, figurati. Cioè, magari è vero che ce l’ha. In tal caso è anche probabile che uno più uno faccia due entro breve. E un’ottima copula notturna potrebbe essere un delizioso surrogato a questa letargia sentimentale. Magari videoregistro il tutto e spedisco un paio di nastri a chi dico io.

         Passa veloce una settimana, se non vi fermate a cercare di afferrarla e se trascorrete i primi tre giorni chiuso in camera con i cruciverba, evitando le vecchierelle simpaticamente invadenti. Vola quasi, e si trascina appresso le cose più impensabili, e si riesce anche a tirarne fuori una pseudo relazione durante i pasti e le cene, quando invece vorresti che quel mediocre esemplare di femmina cattolica praticante ti stesse lontano. Succede. Succede se due persone in vacanza si incontrano alle medesime ore e devono dividere la bottiglia dell’olio d’oliva o se si scontrano in corridoio, uno ingrugnato da far paura per tenere lontani i ficcanaso e l’altra tutta sorrisi e decoltè in bella vista; due sguardi, nessuna fiammata ma estremo bisogno di far vedere la tessera del Club dei Cuori Solitari e Spezzati, bisogno di passare i pochi giorni di purgatorio che ci siamo concessi cercando di credere di aver trovato qualcosa di raro per la legge dei grandi numeri. Due sorrisi, due frasi di circostanza e la decisione di unire i tavoli per pranzare assieme conduce direttamente al Calvario di una visita a piedi per le strade del borgo medievale, con me a fumare distratto tirando calci ai ciottoli, pensando che c’è gente che ogni anno paga centinaia di euro per prenotare vacanze solo per rimorchiare; magari crociere in posti di intenso traffico ormonale, e che se avessi prenotato uno di quei tristi viaggi per single non avrei comunque cavato un ragno dal buco. E mentre pensavo a queste cose senza degnarla di uno sguardo pur avendola sottobraccio, lei passava i minuti cercando in tutti i modi di farsi fare un regalo.

         Passeggiata tra le più pesanti della mia non breve vita e della quale avrei fatto volentieri a meno in quanto sintomo di imborghesimento precoce, soprattutto se accompagnato da una clericale noiosa al braccio. Un bacio svogliato poco prima di mezzogiorno appena fuori dai bastioni del borgo, ma giusto per creare appetito, per poi finire con un paio di pranzi, una notte e sabato sera imbarazzato e triste come se l’indomani dovesse consegnarci alla fine del mondo.

         Mi viene il diabete se ripenso a come è stato, a tutto il miele che colava, alle stronzate che le ho detto pur di toglierci l’un l’altro dalle palle nel più breve tempo possibile ed alla improponibilità della storia. Manco Liala sarebbe arrivata a tanto. Sapevamo dal primo momento che non avremmo mai potuto condividere qualcosa e che questa settimana non l’avremmo rivelata ad anima viva nemmeno sotto tortura, tanto eravamo squallidi nella nostra mestizia dai capelli arruffati. Non eravamo nemmeno teneri o dolci a vederci, solo dei poveracci; lo sapeva anche la vecchierella che ci guardava sospettosa ogni qualvolta le passavamo accanto e ci toccava le spalle. Le facevamo pena, e dunque come rimanere impassibili? L’unica a essere veramente felice durante quei giorni era proprio nonna Ace, esattamente identica alla vecchina della pubblicità, forse le fanno in serie in qualche laboratorio nelle segrete della clinica Mount Sinai. Per me c’entrano gli ebrei. Sicuro. Le regalammo un mazzo di fiori grande come la cattedrale di Chartres, ed un compact disc di canzoni d’amore degli anni cinquanta e la vedemmo sgorgare lacrime calde come le sorgenti sulfuree della regione. E col cazzo che avevo pagato tutto io, avevo preteso l’esatta metà da quella palla al piede marchiata 23. Cafone, ma non scemo.

         “’Un dovevate grazie, mi sono commossa un bel po’” ci disse la vecchierella mentre la mia temporanea partner mi baciava la guancia lamentandosi di avere fame. Pensai subito al sesso, dimenticando che le donne non hanno vari livelli di lettura. Intendeva tagliatelle al ragù. Arrampicarsi in un’altra nottata era l’ultima cosa al mondo che avrei voluto, piuttosto mi sarei fatto una briscola con Nanescu e Umberto. Avevo ancora i residui della precedente, tanto amorfa da irrigidirmi mentre la tipa stava aggrappata a fare ricciolini ai miei peli del petto – pratica che aborro e che cercavo con pazienza di impedirle di mettere in pratica – nominandomi ogni cinquanta parole il nome del suo ex; un essere, a suo dire, infernale che l’aveva abbandonata dopo otto anni di convivenza per sposare la di lei cugina con la quale aveva intessuto da tre anni una relazione. Un sacco di chiacchiere, pettegolezzi, nullità sui personaggi televisivi sui quali era ferratissima (metà dei quali io manco avevo mai sentito nominare) e nessuna intenzione di mollarmela. Nemmeno come ricompensa per aver avermi fatto ascoltare tutti quei piagnistei. Sigaretta, fumava quelle cosine finissime e nauseabonde alla menta, e dormita con lei che passava il suo tempo a cercare di addormentarsi abbracciata al sottoscritto ed io che cercavo di sgattaiolare via pregandio Iddio che mi desse un mattino al più presto. Un incubo dal quale ancora non mi sono risollevato e che ha avuto ore piene di bestemmie mentali ed una crisi di rigetto verso l’inconsistente futilità di quell’esemplare di specie umana. Forse lo capisco il suo lui, anzi lo capisco benissimo visto che di trombare proprio non c’è stato verso, bravissima com’era a respingere gli attacchi cambiando discorso o trovando le scuse più strane. Sono praticamente sicuro che la cugina sia stata una bomba del sesso pronta a farsi l’Europa in sella a una moto ed a passare le notti nelle fumerie d’oppio di Istanbul o preda di una feroce gang bang. In più Lady Futilità aveva dei completi intimi da erezione istantanea che mi facevano incazzare il doppio. Forse aveva sfoderato il servizio buono per l’umile sconosciuto. Guardare e non toccare, si teneva l’orchidea buona per chi l’avesse impalmata, nemmeno masterizzata me l’avrebbe concessa.

         Mi sentivo un perfetto coglione: seminudi, a letto, senza riuscire a scardinarla. Chiacchiere su chiacchiere, paranoie su paranoie e un sacco di scuse assurde. Niente, manco un giro di tarocchi o una masturbazione coi fiocchi. Dopo due ore di imbufalimento e con le grinzose palle pronte a scoppiare decisi che era meglio dormire. E vaffanculo anche i miei peli del petto.  Fossi stato in un bel hotel a mille stelle almeno avrei avuto la pay tv in camera e mi sarei scolato un bel pornazzo, invece ero in questa stanzetta anni cinquanta a pregare Domine Iddio che mi lasciasse libero. In poche parole non vedevo l’ora di tornarmene al mio bar e mandarla a cagare. Quasi sentivo la mancanza di una sana rissa con la Valchiria di Lino o le mani sulla carotide da parte di Banana. Voglio dire, non è che per forza di cose ogni volta un rapporto a due debba essere improntato sul romanticismo, può capitare che sia soltanto una mera transazione commerciale, pur senza arrivare all’atto del pagamento. Non mi ricordo nemmeno più la faccia di Lady Futilità, ricordo solo il tempo perso e la malsana gioia nel darle il numero di cellulare di Banana, numero che – dopo la famosa telefonata – mi ero impresso bene in testa. Mi sono bastati due calcoli per comprendere come il 90% delle donne non facessero per me, e se lei era l’esemplare dell’italiana media, tutta Un Posto Al Sole, Billionaire e Principe Azzurro miliardario et cocainomane allora una neo-omosessualità sarebbe stata una scelta più consona.

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole:

“Magari qualche volta ci potremmo rivedere… Certo, se mi trovo da queste parti e non c’è un cesso nei paraggi…” (Il Grande Lebowski)

“Non c’è alcun problema se moriamo tutti, l’ambizione nel retro di una macchina nera” (The Cure)

“Se un filosofo vi dà una risposta, non siete più in grado di capire nemmeno la domanda che avevate posto”  (André Gide)

Dieci Suoni:

Liars, Wixiw 2012

Rory Gallagher, Tattoo 1973

Yo La Tengo, Fakebok 1990

The Go-Betweens, Spring Hill Fair 1984

Wire, 154 1979

Leonard Cohen, Old Ideas 2012

Amazing Blondel, Fantasia Lindum 1971

Jamiroquai, Emergency On Planet Earth 1993

Lush, Spooky 1992

Van Der Graaf Generator, Still Life 1976

 

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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