MENU

by • 13 gennaio 2017 • Life & CultureComments (0)650

Pimlico – Capitolo 21

Pimlico Capitolo 21

Bellissimo il viaggio di ritorno invece, con il cuore che pompava ossigeno pur di fuggire dalle citazioni dei Vip dell’estate snocciolatemi per ore dalla cretina, rabbrividendo al pensiero di quanta gente inutile e dannosa bazzichi nei corridoi degli studi televisivi e quanto deficiente fossi stato a farmi guidare dall’homunculus pur senza batter chiodo; il suo indirizzo l’ho fatto volare dal finestrino appena svoltato l’angolo, dopo che la stronza aveva persino preteso che la aiutassi a portare le valigie in macchina. Le solite bugie di consuetudine, i ‘ti chiamo in settimana’, e i ‘vengo a trovarti in settembre’ più lo sbattere veloce della portiera. So che non la rivedrò mai più grazie al cielo, e sono eccitato proprio per questo. Che si accampi fuori dal Billionaire a scrutare se arriva il Principe Azzurro con la Porsche ed il sacchetto di polvere bianca al quale dischiudere l’orchidea impolverata. Era quasi meglio se ci provavo con la vecchia.

         Un bel ritorno a casa, con un sogno di una notte di mezza estate del cazzo, quattro fiaschi d’olio d’oliva comprati dalla vegliarda, e un mal di testa strepitoso dovuto all’intensa afa e umidità di parte del tratto autostradale. Non è servito a nulla, se non a imbottigliare i demoni, pronti a far saltare i tappi appena vedo il cartello e sento l’odore ignorante del mio paese.

         Quando mi faccio rivedere al bar – domenica sera – è uno strepitìo di fischi, battutacce oscene e domande spontanee. Cerco di spiegare il possibile a una folla semi inferocita che mi rivela di essere stata estremamente in pensiero per la mia sorte, comprendo che mi vogliono bene e li perdono per essere fatti così. Mi auto invito a mangiare la consueta pizza di fine week end. Elena mi dà di gomito e mi sussurra “salgo io in macchina con te, devo parlarti”. Non posso allontanarmi un attimo che succede il pandemonio.

         “Cosa c’è?” Comincio ad andare in fibrillazione e sono tornato da appena un paio d’ore, devo ancora disfare le valigie.

         “Nulla di particolarmente disastroso, soltanto eravamo preoccupati per te, magari la prossima volta lascia detto a qualcuno che te ne vai. Ad ogni modo ora lo siamo ancora di più per Lino. E’ proprio sparito e non l’abbiamo mai visto così deflagrato per una tipa”.

         “Ti riferisci a quella strega che ha incontrato al Joy? Quella nauseabonda cagna di Erika? Una puttana.” No, no, Signore falle rispondere di no, ci sono stati già troppi cadaveri qui intorno.

         “Proprio quella… Lino è bello che andato, la invita a cena ogni sera e la riempie di regali. Ha davvero perso la testa, non l’abbiamo mai visto così rincoglionito. Secondo me, ma che resti tra noi, lei gli sta fottendo stipendi su stipendi. E poi…”

         “E poi che…?” Immagino, se un po’ conosco l’arpia. E la conosco da almeno venti abbondanti anni, da quando faceva l’adolescente sfruttamaschi. Non è una ragazzina nemmeno lei anche se si atteggia tale.

         “E poi qualcuno dei ragazzi l’ha vista una notte, in un locale fuori provincia, abbracciata a un altro…”.

         “Beh… Magari era chessò… Suo cugino…” perché mentire? Per starne fuori forse?

         “Allora è incestuosa, se capisci cosa intendo. Dai, sveglia, hai capito benissimo… Comunque io e Simone abbiamo deciso che dovresti parlare con Lino, sappiamo che la conosci bene, quindi potresti inquadrargli il personaggio con maggior cognizione di causa di tutti noi”.

         “VOI avete deciso che IO devo parlare con Lino”. Cazzo, merda, cazzo, merda! Mica so come potrebbe prenderla il poverello; che cazzo gli dico “scusa, volevamo avvertirti che la tipa della quale sei profondamente innamorato è una troia da sette generazioni e ti sta pigliando per il culo giusto per scroccare qualche lauto pranzo o per farsi scarrozzare in giro”? Non esiste.

         “Non esiste, Elena! Non esiste proprio! Non ti pare che io abbia già i miei problemi ai quali far fronte?”

         “Ehm… Non è finita…”.

         “Che altro c’è ancora… Avete deciso che devo parlare anche con quella zoccola e redimerla? Impresa impossibile, scordatevelo” scordatevi anche di me, io torno nel mio loculo.

         “Ha telefonato Elisa”.

Boom. Oom. Om. M.

         “Ah, si… Bene… Ok… A chi? E per quale motivo?”.

         “Ha chiamato una sera al bar, e c’abbiamo messo cinque minuti buoni per capire chi fosse. Singhiozzava come una disperata, diceva che eri sparito, che non rispondevi al telefono, che non sapeva che fine avessi fatto e che nemmeno la tua auto era più sotto casa tua. Si era convinta che tu avessi commesso chissà che atto inconsulto”. Per la verità mi sembra d’averlo commesso, in quel borgo medievale. Favoloso, io ero irrigidito con una deficiente che mi attorcigliava i peli del petto e alla quale ho chiesto la sua quota per il regalo, e Monroe si struggeva d’amorosi sensi. Perfetto, un quadretto idilliaco.

         “Ci hai parlato tu, vero?”

         “Si, me l’ha passata Luigi perché non sapeva come togliersi d’impiccio… Siamo rimaste attaccate alla cornetta per un po’, l’ho tranquillizzata per quanto potevo, poi l’ho invitata a passare al bar ed abbiamo trascorso la serata – anzi ho trascorso la serata – ad ascoltarla. E’ confusa come non mai e si è presa proprio una bella fiammata per te”

         “Eccomenò! Tant’è vero che quando le ho chiesto di provare a essere una coppia ha risposto: mi dispiace! Non diciamo cazzate.”

         “In effetti è così. Non vuole vederti ma non riesce a farlo. Non ha nessuna intenzione di avere una relazione con te ma crede di amarti. Se non hai intenzione di instaurare qualcosa di duraturo o quantomeno serio dovresti sparire dalla sua vita senza prenderla in giro”.

O Signore degli sfigati, ascolta la mia invocazione…

         “Ma Dio Mirabile! Ma se quando vado via per qualche giorno scatenate il 118 e piangete tutti come dei dementi! Sta a vedere che la colpa è mia, che sono un vecchio porco maschilista stupra ragazzine danarose, un approfittatore maiale e viscido, un vecchio che vuole accasarsi bene… Mavaff…”.

         “Senti, secondo me dovresti parlarle, anzi dovreste parlarvi definitivamente e cercare di tirar fuori quei rospi che vi portate dentro. Poi deciderete il tutto. Anche perché secondo me avete fatto una tempesta in un bicchier d’acqua”

         “Quant’è che mi conosci Elena? Non molto, vero? Beh, ho passato una vita cercando di parlare e di chiarire situazioni. Il risultato lo stai vedendo. Ti rendi solo minimamente conto di come sono preso? Ti rendi conto di come mi senta completamente vuoto? E poi non ho rospi, io. Perlomeno con lei. Siamo arrivati, puoi scendere”. Pizza con acciughe, Pepsi Cola da mezzo litro, caffè e Fernet. Dodici euro e ottanta centesimi. Il tutto corredato da chiacchiericci riguardanti la musica del Joy, la barista del Joy, Lino, gli alcoolici più devastanti (vincono Southern Comfort e Pernod, ma qualcuno ha buttato sul piatto un vodka e Grand Marnier). Infine abbiamo fatto un referendum alcolico intitolato Do You Remember The First Time? plasmato sull’omonima videocassetta dei Pulp, referendum nel quale ognuno doveva passare al setaccio la propria prima volta; quando è stato il mio turno ho risposto: half-time.

         Infine, di botto, era nuovamente lunedì. E mi sono trovato davanti alla scrivania senza nemmeno rendermene conto. Non ero più abituato a lavorare, dopo qualche giorno di ferie scarico i miei files mentali relativi all’ufficio e a quell’odore ed ogni volta che devo riprendere l’incessante e claustrofobico disagio ho bisogno di tempo per ricaricarli nel mio hard disk cerebrale. Fortunatamente mi sveglio alle cinque e torno a casa. Cinque giorni alla settimana più varie ed eventuali. Non è che non mi piaccia lavorare, o recarmi ogni mattina dietro una scrivania; è che ci sono dei contro che proprio non mi vanno giù. Roba tipo alzarsi alle 6.30, beh, è una carognata infame da tirare a un lavoratore. Sfido io che poi ti viene voglia di diventare marxistamaoista e rispolverare molotov e cubetti di porfido. Alzarsi alle 6.30. Poi passi la giornata con il cervello impallato, gli occhi pesanti come migliaia d’anni, la nausea allo stomaco e una curiosa sensazione a metà strada tra la voglia di piangere e quella di far del male a qualcuno, possibilmente uno dei tuoi superiori. Non è che non mi piaccia recarmi al lavoro ogni mattina ma proprio non sopporto le levatacce, le troppe ore, i colleghi, la fila di rognosi che piange e mi illustra le proprie magagne. E non è piacevole che la gente ti scambi per uno sfaticato. Divento catatonico ogni qualvolta passo le sbarre metalliche di quel posto puzzolente, mi sento improvvisamente ovattare il cervello, come se mi infilassero del cotone idrofilo nel setto nasale, narcotizzare il corpo; cambio tratti somatici, carattere, interessi. Mi azzero e torno allo stadio prenatale; resto fermo come una lucertola al sole. E faccio il count down per tornare a casa. Poi, una volta a casa, ovvero quelle poche ore che i porci ti concedono fino all’agonia successiva, cado in paranoia al solo pensiero che l’indomani si debba ricominciare. Si fa presto a fare un rapido calcolo: un’oretta scarsa la impieghi per ritornare alla magione, un’altra ora ti sfugge tra doccia e cena…che ti rimane? Otto ore. Torpore. Indolenzimento cerebrale. Catalessi. Stasi creativa. Fase REM della vita. Mi da fastidio stare chiuso in quel box di quattro metri quadrati per ottoore, quattrocentoottantaminuti, mi da fastidio sospendermi la rianimazione per il caffè, mi da fastidio sprecare minuti importanti per la pausa pranzo quando potrei usarla per tornare a casa prima. La pochezza degli stipendiati è devastante. Le donne si fanno passare per vergini all’ultimo stadio, Giovanne D’Arco della Sanità Nazionale, pronte però a immolarsi sulla stoffa dei calzoni di qualche dirigente. Un pompino val bene una messa, o un’avanzamento di carriera. Delatori, viscide serpi con il sorriso stampato sulle labbra, il cazzo o le tette sovrappeso bene in vista e la tessera di qualche partito tatuata sullo sfintere. Bastardi patentati, bugiardi incalliti. Ogni tanto – raramente – qualche oasi felice di menefreghismo, scevra d’invidie e legulei del cazzo. Che cosa ci faccio dentro questo deposito di siringhe e aghi sterili visto che non riesco nemmeno ad avere una corsia preferenziale quando ho bisogno di esami? Perché qui. Perché adesso. Perché in questa vita. Non me lo sono scelto, ma non l’ho manco rifiutato quando si è presentato. Però questa settimana qualcosa al lavoro l’ho imparato: Non avevo mai fatto caso agli asciugamani automatici che mettono nei bagni pubblici o degli uffici. Era da parecchio che li osservavo, mi chiedevo quale relazione potesse esserci tra lo spazio lasciato affinché voi possiate infilarci le mani e le esistenze di chi carica queste caldaie larvate. Ho osservato per mesi le sfumature biancastre del rotolo pulito, le macchie nicotinizzate e spiegazzate del riavvolgimento funereo che penzola dalla sua bocca, il colore dell’acqua depositata sulla superficie della tela. Ed ho capito! Ho capito che sono le donne a stringere lo spazio al minimo indispensabile quando cambiano il rotolo di tela. Quando invece lo trovo comodo, avvolgente, con una lunghezza che ti mette di buonumore sono sicuro che è stato un essere di sesso maschile a metterci le mani – e non per asciugarsi – un essere maschile magari spregevole, incapace di adattarsi alla vita ma comprensivo e con sprazzi di universale bontà. Cambiare i rotoli di tela negli asciugamani automatici e lasciare molto spazio tra uno scatto e l’altro vale più di mille comizi a Sarajevo. Mi mette di  buon umore. Come una giornata di sciopero, come pensare di tornare sulle strade a sparare a chi voglio io, come pizza e cenere e briciole sul letto. Non ho paranoie riguardo a Monroe, ed il viaggio ha mitigato le nubi di Kornelia; la temperatura si sta alzando velocemente ed è meglio che prenda tutto quello che arriva da queste parti. Non voglio ritrovarmi in pieno inverno costipato dai rimpianti.

         Settimane tranquille, dunque. Giusto un po’ d’ansia per l’imminente arrivo dell’estate che verrà sicuramente a sconvolgere le vite di parecchi di noi, ne sono sicuro. Non ho ancora parlato con Lino e non so se mai ne avrò il coraggio, su quella arpìa bisogna sbatterci il grugno prima di capirne l’ottusità e la cattiveria. Lo si vede sporadicamente e sporadicamente si porta la megera al bar. Ha cercato di introdurla nel nostro giro venendo al Joy, ma non la fila nessuno e le sue arie da primadonna l’hanno resa lo zimbello della compagnia. Lei cerca di essere iper gentile con il sottoscritto, ma solo per una questione di convenienza: la conosco da anni ed ho memorizzato parecchi scheletri che tiene nell’armadio. Lei lo sa e si guarda bene dall’avventurarsi per terreni impervi. Mi dà un fastidio enorme vederla arrivare a tiro con quella bocca rosso fuoco, quei sorrisi di circostanza, quel naso retrogrado che pare una circoncisione e quei “Ciaaaao” finti come un Democristiano mentre accoglie in gola l’eucarestia. Non va – comunque – a genio a nessuno e Lino poveretto ne soffre alla grande.

         Che fare? Studierò qualcosa nei prossimi giorni, in ogni caso non credo sia una cosa destinata a durare. Quello che mi preme è che da oggi si riesca a cambiare e ci si diverta come nei migliori giorni di Richard Nixon, di Linda Lovelace, di William S. Burroughs, di Enrico VIII, di Kenneth Anger, di Innocenzo III, di Madonna, di Erroll Flynn, di Laura Palmer, di Gianni Morandi, dei Krisma, di Oscar Wilde, dei Beastie Boys, di Gabriel Pontello, di H.R. Giger, di Momus, di Paul McCartney, dei Jesus and the Mary Chain, di Ken Russell, degli Who, di Russ Meyer. Spirito nuovo. Possiedo l’anima, sto ritrovando anche il sentimento.

         Mi decido a rifrequentare – dopo una pausa di ulteriori due settimane – quel localaccio infame dove ho conosciuto Monroe; decisione gravosa, si­curo com’ero di provare terrore e brividi di freddo in quella caverna degli orrori, come un bambino al luna park, pressato in quelle macchinine che fanno il giro del castello delle streghe. Ma voglio godermela, e siccome quel postaccio è più o meno legato alle ultime due storie della mia vita mi sembra che rituffarmi all’interno di quella bolgia possa rappresentare un ottimo banco di prova. Sto facendo il consueto tagliando al cuore, la convergenza alle emozioni, sto cambiando i filtri dei sentimenti. Ogni manciata di chilometri lo devo fare. Mi sento abbastanza pronto. Stavolta sono io a spronare quel branco di caproni a partecipare al consueto rally alcolico, anche se nessuno pare dimostrare una particolare voglia. Chi perchè sfatto dalla sera prima, chi per una improvvisa voglia di casa, chi perché semplicemente stanco del Joy. Sono state necessarie parecchie armi psicologiche, piagnistei e vecchie terapie d’urto.

         “Eddai! Sembrate un branco di vecchi, sempre qui a impolverarvi il culo bevendo come spugne! Proprio stasera, che magari finisce che trombate tutti, dai”

         E chi aveva tutte le paure del passato, ma desiderava vincerle. Io. Ne porto via quattro con me, anche se capisco che lo fanno giusto per caricarmi il morale di un piacere; Parcheggio vicino all’ingresso e arrivo quel canonico quarto d’ora prima, giusto per avvistare e non per venir avvistato. Non si sa mai.

         Via al bar per poi lasciarsi cadere su un soffice divanetto mentre la gente salta come cavallette arrapate. La gente. Una persona la riesci a identificare, a catalogare, a decifrare. La gente no, la gente mette paura e basta perché è un ammasso di energie confuse e parecchio contraddittorie. Belle donne, stasera. Particolarmente affascinanti…O forse sono io particolarmente attratto. Per un attimo mi sfiora il pensiero di puntarne una, poi trovo l’idea decisamente stupida e mi rido addosso. Non sarei in grado nemmeno di guardarle dritto negli occhi, non è sera, magari un’altra volta. I miei Nemici Pubici non ci sono, prendo sotto braccio un paio d’amici e ci piazziamo al bar a guardare la beltà delle inservienti. Potrei snocciolarvela a memoria la scaletta del Joy, tanto è conservatrice, noiosa e tanto l’ho ascoltata in questi lunghi anni. Potrei farcela io una festa al Joy, con una rigorosa selezione naturale alla porta che bandisca figuri con magliette dei Marlene Kuntz, o rappers poco credibili, o fans dei Rage Against The Machine. Potrei, ma non so mica se ho proprio voglia di farla. E poi, inviterei Monroe? E Kornelia con damerino? Va bene essere un signore, ma spararsi in bocca davanti a tutti mi sembra proprio esagerato. Meglio una sventagliata di kalashnikov. Chi prendo prendo. Da oggi non faccio più prigionieri, la bontà è bandita. Un colpo alla nuca. Ma prima chiedo scusa.

Una vodka con succo d’arancia, grazie.

         E’ una gnocca imperiale quella che viene a prendere le ordinazioni, carne fresca che non starebbe male sul calendario di qualche rivista. Con una gomitata attiro l’attenzione di Mauro e Mirko, i due bastardi con i quali sovente m’accompagno. Non mi filano di striscio, han già preso a sandwich presso il bancone del bar una incauta ragazzina che ride come un’ochetta, ignorando a cosa potrebbe andare incontro. Poi rispondono con una specie di grugnito alcolico, hanno gli occhi brillanti e le narici che fumano come qualsiasi animale che ha puntato la preda. Non vorrei essere nei panni di quella poveraccia che crede di avere davanti due simpaticoni pronti a lasciarla tornare dalle sue amiche. O ribatte da subito e comincia ad insultarli, oppure è spacciata; con quei due non si scherza e stasera non avrei nessuna voglia di discutere con loro per salvarla.

         Me la godrò la prima volta che perderanno davvero sonno e cuore per qualche insensibile figlia di Eva che li farà soffrire. E’ la legge del contrappasso Dantesco sulla quale praticamente tutti cadiamo. Quindi inutile fare i boy scout o i Rodolfo Valentino, le Gloria Swanson o le Bernardette Soubirous; ci lasciamo tutti le penne e ne siamo pure contenti. E comunque non stavo scherzando riguardo l’angelica barista: capelli di colore indefinito ma tendenti al biondo, corpo filiforme, microscopico vestito Moschino di un azzurro abbagliante. Quasi una Dea, praticamente. O l’ottava meraviglia del mondo, anzi, la nona, l’ottava è Cindy Crawford. Uno dei maiali tra un grugnito e l’altro mi dà di gomito come un mafioso, si mette a posto la patta con una grazia da ergastolano e muove il mento come a indicare qualcosa o qualcuno; capisco al volo, trangugio la vodka in un solo sorso e mi giro con nonchalance dopo aver contato fino a dieci. Indovinato: Monroe. Ma non sola. E’ accompagnata da un anoressico lungocrinito che, qualcosa mi dice, potrebbe essere il famoso Umberto, tanto ha la targhetta con la dicitura “sfigato” impressa addosso. Sono tranquillo. Come i cosmonauti appena dopo il lancio della Soyuz, ignari del meteorite che li sta puntando. La cosa non mi tocca minimamente. Mi sto divertendo, il locale è pieno di ottime compagnie femminili, se ci provo sono sicuro che qualcuna in macchina riuscirei a punzonarla e la vodka mi tonifica i neuroni. Perché, dico perché preoccuparsi? E’ il passato, ed il passato non fa mai male; fa male solo mentre si svolge, mai dopo. Anche quando è prossimo e non remoto.

         Finge di prendersi da bere e mi passa accanto, si ferma a non più di mezzo metro da me, appoggia le mani sul bancone mentre l’ossuto la segue catatonico.

         “Ciao” non gli vibra la voce manco ad ucciderla.

         “Ciao bellezza, che fine avevi fatto? Sarà un mese che non ci si vede” visto come si fa? Visto come si sfoggia un carattere di circostanza? Come se si fosse davanti al tavolo del Black Jack nel miglior Casinò di Las Vegas, mentre Frank Sinatra sta tenendo uno spettacolo qualche sala più in là, vestito con un gessato da urlo. Diciamo verso il 1962. Non guardare le carte, lascia che escano come meglio credono, e non dar corda nemmeno alla escort del casinò che cerca di distrarti. Un distaccato comportamento, un mellifluo sorriso ed una faccia tosta da coglione all’ennesima potenza. Voce impostata e sguardo perso verso la pista da ballo.

         “Sì, in effetti è un pezzetto che non ci si incontra. Ti presento Umberto”.

         “Onorato, signore” Sguardi intrecciati e sovrapposti, mi sa che il figuro è ignaro di tutto. L’ominide è magro, altissimo e capelluto. Mi consola sapere che le mie ex li cercano brutti e freak apposta. Visto l’ho visto, ora posso anche andarmene, frega un cazzo a me di rimanere qui a fare il chierichetto con questi sfigati. E’ talmente brutto che potrebbe essere uscito dalla penna di Stan Lee o avrebbe potuto agevolmente aspirare ad un ruolo in Freaks di Tod Browning, magari Pinhead. Con i capelli. Giro apposta lo sguardo a 180° come se stessi cercando qualcuno, poi cerco di svignarmela onorevolmente: “Beh vado, è stato un piacere. Magari ci si becca dopo qui in giro. Buona serata” non mi va di rimanere lì a guardare che si sbaciucchiano o fanno i fidanzatini per farmi schiattare. Faccio per voltarmi senza attendere risposta o saluti quando lei mi afferra un braccio, piantandovi le unghie. La guardo negli occhi, incredulo e con un sorrisetto che è pura stronzaggine al cento per cento, e vedo che sfoggia una faccia assolutamente tranquilla; riesce a fingere benissimo anche se dentro dev’essere prossima allo scoppio, ma non capisco a che gioco voglia giocare, la sgualdrinella.

         “Te ne vai così? Subito?” sorride fingendo di aver fatto la domanda giusto per circostanza ed educazione.

         “Sì, volevo uscire a prendere un po’ d’aria; ti lascio in buona compagnia” lancio un sorriso decrepito al lungocrinito che si infligge una automutilazione : “tranquillo, resta con noi, figurati nessun problema”.

Ma allora se le cerca il tricotico pirla, allora fa apposta a mettere le manine nella vasca dei Piranhas. Occhei, occhei, come vuoi.

         “Giusto due minuti, dai… Posso offrirvi da bere Mon…Elisa?” Non ci sto provando, giuro. Cerco solo di darmi arie da persona educata, da superiore che non si lascia intaccare da queste cretinate adolescenziali; lascia che faccia, vuole sfoggiarmi davanti al naso l’amichetto nuovo? Che faccia pure; lui è stato così caaaaaarino con me.

         “Perché no… ti dò una mano altrimenti non ce la fai a portare tre bicchieri fino al nostro tavolo”

         “Io non voglio venire al vostro tavolo Elisa, credo sia ovvia la cosa”

         “Va bene, beviamo qui allora”

         Se accetta vuol dire che ci sta provando lei? Oppure crede che io ci stia provando ed è disposta a cedere? Appoggiati al bancone luminoso del bar, sorseggiando Red Bull ghiacciata con un filino di vodka, ci studiamo come due boxeur durante il primo round. L’anoressico lungocrinito sta incominciando a far di conto, anche perché sono un po’ troppo appoggiato ai glutei di Monroe, ed il risultato non sembra piacergli. Non che lei cerchi di sottrarsi all’appoggio, la zoccoletta. Ora, io so per certo che, volendo, potremmo nuovamente finire a innalzare evoluzioni amorose in qualche tappeto di casa; lo sa anche lei. Entrambi sappiamo che potremmo farci del male continuando con questo gioco al massacro. Ambedue sappiamo che il primo che lo chiede vedrà la controparte capitolare.

Puntare.

         “Non mi piace come sei vestita, quella maglietta senza maniche è allucinante. Senza parlare del colore. Pessimo, davvero”. Lo dico con i gomiti appoggiati al freddo metallo del bancone, girando la testa il minimo indispensabile affinché mi senta. Resta un attimo interdetta prima di rispondere.

         “Da quando ti occupi di moda? Oppure sei solamente ubriaco come al tuo solito?”.

Quel al tuo solito era particolarmente pungente. Passare sopra.

Mirare.

         “Da quando ti vesti male…Hai bisogno di un consulente estetico, e quello potrei agevolmente essere io”.

E’ indecisa se ridere o fuggire per sempre. Sceglie di ridere: “dai, che cazzo dici?”.

Sei spacciata, addio…Fuoco.

         “Spiegami perché continui a avvicinarti se hai intenzione di chiudere completamente ‘sta storia del cazzo. Non avevi deciso di non soffrire? Sei masochista?”. Dai, vanno dette queste cose. Mi infila un’occhiataccia torrida in fronte. Non me ne frega nulla se l’anoressico lungocrinito non deve sapere; è tempo di scoprire le carte. Stiamo giocando a Tetris con le occhiate.

         “Non mi sembra tempo e luogo per…”

         “Invece si, e voglio proprio vedere se ora hai il coraggio di essere chiara e sincera, magari davanti a bellicapelli”. Urlo, perchè la musica è altissima e perché comincio a stancarmi di tutto e tutti.

         “Potrei farti soffrire” sibila come un cobra pronto a colpire. Mi odia, semplicemente.

         “Oooh…Adoro il rischio!”

         “Torno subito, scusate”. Caro, caro Umberto apprezzo la tua discrezione.
Non ce l’ho con te, l’avrai capito ma fuori dalle palle, vai a chiuderti in bagno a recitare il rosario, vai a giocare con le manine nella pressa.

Riprendo, quasi con la schiuma alla bocca dalla smania di sputare tutto. “Non riesco nemmeno io a starti lontano, pur sapendo a che torture andremmo incontro se ci legassimo. Eppure quando vedo questo coglione al tuo fianco vado talmente via di testa che sarei disposto ad affrontare il rischio. Sarei disposto perché quando ti vedo mi si chiude lo stomaco, magari meno dei primi tempi, e questo, secondo i miei parametri, è indice di una sola cosa…” riesce ad interrompermi, visibilmente disorientata “sai che ho parlato con Elena – una grande, diglielo. Dille anche che mi piacerebbe uscire con lei qualche sera – sai cosa ci siamo dette, sai cosa provo. Adesso voglio sapere anch’io cosa mi sta succedendo. Forse siamo uno di quei casi che vanno avanti a fisarmonica per tutta la vita. E’ questa la nostra condizione”. Sta mettendo a fuoco.

         “E allora?”

         “Allora non so, non vorrei, non posso, ho paura”.

Se non la blocco io, questa valanga rischia di provocare danni colossali giù a valle.

         “Senti, io ho intenzione di divertirmi e non di perdere tempo con te e i tuoi bambocci autistici pieni di bulbi piliferi. Ti lascio al tuo cavaliere anoressico, a te ti ci vuole uno così, non uno come me.  Prendiamola come una cosa intensa e sfuggente. Mettici il sigillo, tienti il bel ricordo del vecchiaccio difficile da gestire, sorridine con le amiche e vantati d’aver scopato un vecchio. Fai quel cazzo che vuoi, ora non mi interessa più. Da parte mia cercherò di lasciarti ancora un po’ di tempo per mettere a posto i tuoi complicati registri mentali. Poi accantonerò la tua immagine sotto la dicitura brutti sogni. E tu sai che lo farò, cazzo se lo farò. Ci vediamo”.

         “No, aspetta un attimo…ti prego!” è implorante e i suoi occhi sono prossimi all’emissione di copiose lacrime. Giro solo la testa, quel tanto che basta, e mi esce anche una smorfia stronza e insofferente, di quelle che uccidono le donne. Specialmente se in procinto di innamorarsi Se ci fanno una foto finisce sul Times dal pathos che sprigioniamo. Magari ci mettono anche la famosa dicitura Why? e ci becchiamo il Pulitzer.

         “Ho aspettato anche troppo, non trovi? Senza nessuna sicurezza eccetto la tua instabilità. Divertiti, con quel Cesare Ragazzi au rebours…”. Faccio un perfetto accento francese che mi fa sembrare ancora più carogna; per la prima volta sono io a voltare le spalle, e se qualcuno considera il sottoscritto come un bastardo schifoso, prima di tranciare un giudizio ci pensi settanta volte sette come consiglia la Bibbia, che ne ho le palle piene di femmine problematiche. Io ho già dato in abbondanza, ora posso prendermi la meritata pensione. Magari un po’ stronzo, ecco. Giusto un pochino stronzo lo sono davvero, se la lascio piantata al bancone del bar con gli occhi spalancati, la bocca stretta e qualcosa che le cola fuori dai pori, qualcosa che non può più essere odio, solo smarrimento e dolore puro.

Un consiglio:

 http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole:

“Io sono fatto d’acqua. Non ve ne potete accorgere perché faccio in modo che non esca fuori. Anche i miei amici sono fatti d’acqua. Tutti quanti. Il nostro problema è che non solo dobbiamo andarcene in giro senza essere assorbiti dal terreno ma, anche, che dobbiamo guadagnarci da vivere” (Philip K. Dick)

“Gli errori sono allegri, la verità è infernale” (Albert Camus)

“Essere innamorati espone al rischio d’innamorarsi. Per carità, badate bene, non voglio entrare in lizza con Chamfort, questa è solo una mia constatazione. La gente è portata a credere che in questo giochi il sesso, che lui o lei non faccia il proprio dovere a letto. Io invece non penso che le cose stiano così. Non c’entra il sesso, ma il cuore. Il cuore si è fatto tenero, ed è lì il pericolo” (Julian Barnes)

Dieci suoni:

Cockney Rebel, The Human Menagerie 1973

Babe Ruth, Stealin’ Home 1975

Steve Hackett, Spectral Mornings 1979

Blur, The Magic Whip 2015

Steve Lacy, Sortie 1966

The Pandoras, It’s About Time 1984

Three Dog Night, Harmony 1971

VV.AA., A Christmas Gift For You 1963

Seal, Seal 1991

Van Dyke Parks, Jump! 1984

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

Related Posts

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>