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by • 27 gennaio 2017 • Life & CultureComments (0)751

Pimlico – Capitolo 22

Capitolo 22 Pimlico

Ma una mossa decisa a questo punto necessitava. Se è vero che in amore vince chi fugge credo di aver perso almeno una dozzina di finali olimpiche di velocità. Sono la Marlene Ottey dei sentimenti. Ora penso a me e a divertirmi, a girare come un leone in gabbia lungo tutto il perimetro del Joy e a scambiare gli sguardi di una giovin donzella che continua a osservare me ed il mio gruppo di avvinazzati a intervalli regolari…Non mi ispira per nulla ma ho bisogno di flirtare innocentemente con qualcuno, magari regalandole un nastro. Io li registro, li sfrutto in auto per settimane e poi li regalo ai primi passeggeri che dimostrano di apprezzare. Mi sento molto più libero e rasserenato ora che ho tentato di chiudere il capitolo Monroe, ho meno ansie e posso mettermi a disposizione per chiudere la serata senza intoppi. Manca giusto un pelino per essere definitivamente felice in questa nottata nella quale sono talmente sgombro di nuvole da sfiorare il nirvana. Una cosina da nulla, quisquilie, pinzillacchere: vorrei una casa a Pimlico, una Chelsea Girl, una piastra di registrazione da urlo, un completo tonic rosso come quelli che sfoggiava Johnny Dean, una serata con i Primal Scream (se sopravvivo), un trancio di pizza alle acciughe, un take away cinese sotto casa, vorrei incontrare J.G. Ballard, passare un pomeriggio con Julia Valet, scambiare opinioni con Jarvis Cocker e bere tequila per settimane. Ma mi manca il tempo. Non ho tempo per andare a lavorare, mi distoglie da tutte le occupazioni che ho a casa. Strana euforia, forse dovuta al fatto che ho finalmente come la pensavo, vidimando e archiviando la pratica Monroe. Posso avvicinarmi alla giovin donzella senza alcuna intenzione di prenderla in giro, ho solo voglia di parlare con qualcuno che non conosco. Magari di sesso femminile, senza nessuna complicazione. Sarò buono, promesso.

“Londra o Parigi?”

“Eh?… Scusa…?” Su, un po’ di elasticità mentale. Saranno venti minuti che non togli gli occhi di dosso da me e da Simone; adesso che fai, la timida?

“Ho detto: Londra o Parigi?”

“Beh… Londra, ovvio”

“Boxer o slip?”

“Boxer”

“Posta o E-Mail?”

“Perché tutte queste domande? Non sei capace di invitarmi a bere come fanno tutti gli altri? O di chiedermi come mi chiamo, oppure semplicemente esordire con un – ma non ci siamo già visti da qualche parte, noi due?”

“Posta o E-Mail?”

“Vabbè… E-Mail, chi vuoi che spedisca lettere tradizionali al giorno d’oggi?”

“Blur o Oasis?”

Si ferma, mi guarda con un sorriso furbo e lancia un dardo acuminato: “Dovrei rispondere Pulp, se non sbaglio. Giusto?”.

Piano, piano pianopianopiano. Lentamente, adagio, senza fretta, a bassa voce, sommessamente, con calma e moderatamente. Come fa questa a sapere del test? Non l’ho mai usato a bruciapelo. A dirla tutta non l’ho proprio mai usato, era un semplice gioco escogitato tra amici al bar una sera particolarmente chiassosa. Volevamo stamparci anche la maglietta con le domande; non è detto che non si faccia… Ma questa qui… Come fa a saperlo? Come fa a conoscere le esatte risposte alle dieci domande essenziali formulate dopo attente limature e scremature? Chi è il fellone, il porco, il bastardo maledetto che ha parlato? Mi servono almeno venti secondi per riprendermi, prima di poterle rispondere: “Piano. Come fai a sapere questa cosa? Non dirmi che hai tirato a indovinare… Non è che ci conosciamo o sei la sorella segreta di qualche mio amico?”

Serissima, la neonata “ci sei rimasto male cucciolone? Ti ho rovinato l’entrata trionfale?” Noooo…Mi stai semplicemente umiliando.

“So tante cose di te e su di te, troppe…” continua imperterrita, come se io non esistessi.

“Una alla volta mi piacerebbe conoscerle tutte, grazie” le ribatto io, molto agitato.

“…Beh, per esempio so che sei separato e che hai una storia a singhiozzo con quella biondina che mi stà guardando proprio adesso. So anche che la prossima scelta avrebbe dovuto essere tra vodka e whisky. Può bastare o continuo? “

“Dai, spara… Chi ti ha rivelato il questionario? Bello scherzo, ma ora parla. Sono sorpreso, seccato e mi sento un tantino stupido. Tenderei a essere anche leggermente infuriato, se permetti; e avrei voglia di prenderti a sberle piccola saputella”

“Non ti conviene amico… Lo vedi quel buttafuori grande e grosso? Ciaooo…” Gli fa un cenno con la mano, giusto per far sapere che non stà mentendo “è il mio fratellone, al quale sono enormemente attaccata, non riusciresti a tirarmi più di una sberla prima di morire. Stritolato.” Solo il sentire come ha scandito E-NOR-ME-MEN-TE mi ha fatto cambiare idea.

“Okay, sono una persona ragionevole… Mi vuoi spiegare per filo e per segno ogni singolo pezzo di questo puzzle? Dove siamo, al Truman Show?”.

“Mi offri da bere? Solo se mi offri da bere…”

Ho la vaga sensazione di essere nella merda fino al collo. E oltre. Cerco aiuto con gli occhi, ma, a parte Monroe che ha due laser dentro le orbite e che spero non venga a piantare casino proprio qui e proprio adesso, non vedo nessuna faccia conosciuta. Mi segue come un ombra fino al bar… Quando mi accorgo davvero che potrei essere nella merda fino al collo. Questa avrà si e no sedici anni. Giuro, da lontano sembrava essere almeno maggiorenne. Poi con calma, in quella specie di atrio del Joy e con una birra in mano, mi racconta tutto in nemmeno tre minuti senza che io abbia chiesto nulla: che ha 18 anni (e questa è la notizia più bella), che due anni fa si era innamorata di un tipo che gira con me del quale non rivela il nome ma che credo di aver capito perché sono intelligente; poi ha cominciato a venire sporadicamente al bar iniziando quasi per gioco a prendere timide informazioni su tutti noi; viene poche volte al Joy perché si svalvola (parole sue, probabilmente nuovi glossari giovanili) e si annoia, è bravissima a scuola e molto probabilmente uscirà con il massimo dei voti se non la puniscono per la mania che ha di dire tutto ciò che le passa per la testa. Sa di essere troppo intelligente e poco carina, è conscia del fatto che io probabilmente non so nemmeno che esista e che non l’ho mai notata, che però non vuole nulla, si è stancata dei suoi coetanei e cercava qualcuno di più adulto con il quale conversare. Non ha mire sessuali né su di me né su nessun altro che gira al bar, grazie a Dio; intanto mi ha conosciuto. Dice che io e gli altri del bar siamo un ottimo banco di prova per il suo futuro.

“…Infine, giusto per prendere qualche altro punto: ho già trecento compact disc… E ho solo diciotto anni” a 18 anni avevo già festeggiato il mio primo migliaio di vinili, non glielo dico per non umiliarla. Continuo ad indagare, invece: “non mi hai ancora rivelato dove hai avuto le informazioni sul questionario”

“A parte il fatto che ho conosciuto molto bene alcune persone che ogni tanto vengono al Joy con te… e anche i loro fratelli minori”

“I nomi”

“Calma, a parte questo dicevo…Beh…Quando vengo al bar, anche se voi non mi notate perché sono bruttina e non ho le tette come piacciono a voi, io ho le orecchie bene aperte”. E’ psicopatica…Perché capitano tutte a me? Perché? “Una sera mi sono gustata tutto il panegirico sul perfetto questionario, interessante tra l’altro…Lo posso usare se qualcuno mi abborda o se voglio abbordare qualcuno? Beh, non che succeda sovente, però…”

“Fai quel che vuoi… non ti sembra che la tua sia una mania… Come dire, un po’ insana?”

“Perché? Mica voglio vivere con l’angoscia dell’amore impossibile verso i tenebrosi sposati e spostati che frequentano un bar modello mafia russa. Figurati! Manco ci penso, sembrate dei disadattati sociali fuori tempo massimo…è che mi vanno stretti i coetanei. Ma non sei certo tu il modello sul quale plasmerò i miei futuri concubini” pare davvero psicopatica, è serissima mentre pronuncia questi discorsi “…ti lascio andare adesso, credo che la tua biondina non tolleri oltre il fatto che io stia qui a parlare con te. Quanti anni ha la tizia a proposito? Non mi sembra molto più vecchia di me, non ti vergogni? Ok, sto zitta…Avremo modo di riparlare con calma, vero?”

“Ciao…” non so cos’altro dire, indeciso se essere felice o terrorizzato.

“Scusa…”

“Dimmi…” dimmi, ma poi sparisci.

“Non è che mi faresti una cassetta? So che le fai per tutti… Anche se è una cosa davvero da vecchi babbioni tecnologicamente sorpassati, beh… mi piacerebbe averne una, dovrei avere un registratore a cassette da qualche parte”

“Oh già, voi giovani senza midollo masterizzate compact disc scaricando direttamente dalla rete. Buoni tutti, a far così”

“Io no, per quello ti ho chiesto di farmi una cassetta”

“Uhmm… Vedremo, va bene?”

“Grazie”.

Magari proprio psicopatica non è, di sicuro normale non si può definire, è una di quelle paranoie kafkiane che si leggono di solito sui libri o si vedono in qualche telefilm intellettualoide. Non mi va di passare il tempo guardandomi le spalle, scrutando le ombre quando torno a casa la notte, soffermandomi sui vestiti che devo mettere e stando attento a ciò che dico perché potrebbe essere nei paraggi. Magari sorveglia anche gli spostamenti di Monroe da e per casa mia, magari in qualche modo è riuscita anche a vedere (o sentire) che zompavamo l’uno sull’altra. Un incubo. Dio mio, un incubo. Diciotto anni, questa potrebbe essere mia nipote, altro che mia figlia. Sono ancora imbambolato nell’atrio e, passati i primi momenti di autentico sbigottimento mi viene da ridere; la storia è strana e comica al tempo stesso. Cosa ci faccio io alle ragazzine? Sicuramente tutto ciò che non mi riesce di fare con le loro sorelle maggiori, tipo la Numero 23.

Ci provo allora con una più grandicella, passabile ma non da Coppa Del Mondo, una da Uefa diciamo. Se prima era un’innocuo passatempo moralmente ineccepibile, stavolta caccio per sbranare la preda. Sta prendendo aria assieme ad un’altra manciata di insofferenti come il sottoscritto, tra l’altro è una faccia che mi dice qualcosa e che devo avere sicuramente già incontrato da qualche parte. L’atrio si sta lentamente riempiendo e il caso ci ha messi l’uno di fianco all’altra. Io sono stupido, ancora incazzato dalle Umbertiadi e quindi parto all’attacco senza riscaldamento, con voli concentrici ma sempre più rapidi come un avvoltoio che sente odore di qualche corpicino che sta per schiattare.

“Se hai caldo, potrei soffiarti sul collo fino al prossimo equinozio”

“Pensi di avere il fiato necessario?” si gira con una calma spocchiosa. Ribatte bene, sulla linea ma bene. Senza accusare il colpo.

“Certo, e con una mano potrei sventolare pure i Fabelli del Maestoso”

“Eh?” sveglia tesoro, non ti ho detto di essere Staffilococco Rubens o Emanuele Nuele. Mi cadono già le braccia, come si fa ad uscire da una partita a carte appena iniziata senza far incazzare il tuo compagno di briscola?

“Niente, farti aria con delle piume, intendevo”

“Beh, non aspettavo altro di trovare uno schiavetto stasera, l’avrei preferito di colore, però”.

“Di che colore?” vaffanculo il vostro politicamente corretto.

“Cosa dici? Che domande fai…di colore nero”

“Ah! Un negro insomma”

“Sì, ma non è bello dire negro”

“Dipende come lo si dice, con che tono” e in ogni caso non è bellissimo nemmeno augurarsi di avere uno schiavetto negro, cara mia giovine fanciulla dal politicamente corretto dimmerda. Non è che chiamandolo di colore lo affranchi dalle tue voglie di latifondista. Non ti dico nulla altrimenti scappi. Devo morsicarmi la lingua e pensarlo soltanto.

“Bah, io dico di colore, mi viene spontaneo”

“Io di spontaneo, ho solo l’autocombustione; mi prende pochissime volte, e stasera è una di quelle, sfortunatamente mi sei capitata a fianco e dovrai essere testimone del mio immolarmi” sorride, e comincia a sciogliersi, credo che cominci a piacergli il tizio che si trova davanti. Dopo un primo momento di noioso scazzo sta facendo due conti.

“Piacere, mi chiamo Clelia”

Che cazzo di nome è Clelia? Da dove l’hanno tirato fuori, dalle vecchie fotografie seppiate dei nostri avi? E’ un nome da film porno anni settanta, come Tecla. E dove cazzo le ho già viste ste tette pantagrueliche?

“Piacere”

“E tu?”

“Io cosa?” Manco per il cazzo ti dico nome, numero civico e telefono. Siamo qui per provare a giochicchiare con il pisellino e la patatina, non per mettere gli annunci matrimoniali.

“Come ti chiami”

“Te lo dico dopo, ho un caldo boia, usciamo? Chiamami Oscar, come il Telegattone”

Mi guarda stranita e preoccupata ora, forse ho davvero la faccia del pazzo o dell’esibizionista stupratore, faccio appositamente un’espressione da bravo ragazzo della porta accanto, con sorriso ingenuo annesso e pare calmarsi, non senza aver prima lanciato un’occhiata d’intesa ai suoi amici. Mi pettino anche le nuca con le mani, giusto per sottolineare la mia bontà.

“Beh, aspetta almeno che finisco la birra, poi usciamo a fumare. Fumi, tu?”

“Tutta roba lecita”

Ride, se le bastano ste cazzate per ridere non arriva salva al mattino; in ogni caso che cazzo mi sono messo a fare, mi chiedo. Per carità, vale un giro in giostra questa Clelia: sarà un metro e settanta scarso ma con un ammasso di tette da paura, metà delle quali occhieggiano vistosamente da una maglietta che definire taglia small è arrotondare per eccesso. Pastrugnarle con calma dev’essere come impastare la pizza. È tutta carina comunque, con in sovrappiù anche una discreta faccia da troia che attizza non poco. Io dico trenta scarsi, ventotto per darle fiducia, quindi ampiamente oltre la soglia della galera. Mi faccio già in mente il mio bel pornazzo personale, vedendomela ansimante in posizioni ineffabili sul letto. Stavolta chiamerei anche Lino, non fosse intrigato dalla cagna isterica, perché questa merita un bel sandwich, ha una cilindrata che può agevolmente sopportarlo. Però non ho più voglia di proseguire con la cazzata; magari è una che mi fagocita in tre minuti e tutti questi scrupoli morali me li posso infilare nel colon; non ho voglia di proseguire, è come se la stessi usando per le mie Umbertiadi personali, tanto più che scorgo Monroe guardare nella nostra direzione – devastata, mentre si tortura una ciocca di capelli con le dita – da un angolo della pista. Il fresco della notte fa benissimo ai miei pensieri, mi ossigena e mi fa vedere che questa tettoruta, all’aria, è qualcosina di più che da Uefa, forse da preliminari di Champions. La solita conversazione impersonale si protrae per almeno una ventina di minuti, nei quali le do ragione in tutto ascoltandola solo la metà, indeciso se piegarla sul cofano per cose veloci o fuggire. Siamo a non più di quindici metri dall’ingresso del Joy, a fumare e a dividere il chiacchiericcio con altri accaldati avventori che cercano refrigerio alla bolgia della pista; alcuni visi noti, un paio di cretini che fanno i devastati e si arrotolano una canna a quaranta centimetri da un buttafuori, amici, perfetti sconosciuti. C’è un po’ di tutto in questo scorcio di parcheggio e di notte dove, con calma e senza darlo a vedere, sono riuscito a spostare Clelia in un posto sufficientemente nascosto, da dove si vede l’entrata senza essere visti. Credo che a questo punto lei si aspetti soltanto una mia mossa, e la attenda entro cinque, dieci minuti al massimo prima di darmi il benservito o chiedersi se io sia normale. Vorrei davvero fare la prova del cuoco con quelle tette, non ne capitano spesso di Senati simili, ma poi…domani come mi sentirei? Uff! Perché non sono un solido cazzone come la maggior parte dei maschi? Me lo chiedo maledicendomi inconsciamente; potrei avere l’ottovolante mammario per tutta la notte e invece mi faccio un sacco di scrupoli inutili visto che sono anche single. Che coglione. Ma io mi butto, sissì, no riesco più a star dentro nei boxer con questo agitar di tette. Lino, amico mio, non sai cosa ti perdi, resta pure aggrappato all’Erika, tu.

“Torniamo dentro o finiamo la serata da qualche parte?” inutile menare il can per l’aia. Posso buttarmi senza rete, perché improvvisamente mi sovviene dove ho già visto queste tette da corrida. Mi pareva una faccia nota! Io non dimentico mai una faccia, e nemmeno un paio di tette: questa è la sfattona che voleva farmi il lavoretto in apnea durante la famosa festa in piscina. Quella che sberciava Maracaibo alle tre di notte e voleva che le dessi una ripassata alla micetta. Non serve nemmeno chiederlo, questa ci sta sicuro. Andiamo lisci. Dai rispondi come hai risposto quella notte…

“Potremmo tornar dentro e poi, più tardi, andare a finire la nottata altrove. Magari a far colazione in spiaggia. Se vuoi unirti a noi…”

Eccomeno, sorella, chessono sti scrupoli?… Perdo la serata ad attenderti, poi ti scarrozzo per un centinaio di chilometri assieme ai tuoi amici chiassosi senza aver uno straccio di sicurezza di potermi tuffare su quel seno? Chiudiamo l’affare, piccola, che io sono cinico. Buono. Un cinico buono. Non facevi tutti questi inutili salamelecchi quella sera in piscina a casa di Andrea, anzi. Sii te stessa, fai la zoccola. O forse non ti senti sicura di sputtaneggiare se non sei attorniata dai tuoi amici ricconi o piena di alcol?

“Avevo ben altri propositi, molto più immediati visto il fascino che irradi”

Le si drizza la spina dorsale dal complimento. A mali estremi, estremi rimedi. Mi guarda come se stesse recitando in una fiction, ora si sente strafiga. “E quali sarebbero questi propositi?” cinguetta. Questa non mi ha riconosciuto, del resto come avrebbe potuto? Era cotta come non mai.

“Senza voler sembrare volgare, ma con un corpo perfetto, sinuoso ed arrapante come il tuo quali potrebbero essere, mia dolce Clelia?” sembro il Gatto e la Volpe mentre circuiscono quel pirla di Pinocchio.

“Scordatelo, almeno per stasera” diventa improvvisamente dura facendomi perdere l’equilibrio mentale. Sta a vedere che ha avuto la conversione negli ultimi giorni, l’unica Canossiana della discoteca, l’unica che cerca il grande amore e vuole un marito, l’unica ad aver fatto lo stesso percorso spirituale di Claudia Koll. Proprio stanotte. Proprio con quella faccia e quelle tette. Ora vuole rifarsi una verginità che mai ha avuto? Non ho la minima idea di cosa dire o come comportarmi, questa risposta mi ha lasciato di stucco e non riesco né ad avanzare e nemmeno ad indietreggiare.

“E’ un vero peccato, ero convinto che fosse l’unica fine possibile per noi due, era scritto anche nel mio oroscopo di oggi” la butto sullo scherzo, ma puttanaeva ero convinto di riuscire a combinare qualcosa. Anzi, molto più di qualcosa. Mi pareva una da gang bang.

“Io non sono una troia” dice proprio così: troia. Forse non lo sei stasera sorella, ma sta sicura che quando sei in mezzo ai ricchi se davvero una gran troia. Fidati. In ogni caso: niente gang bang.

“Ehi, piano…non ho mai nemmeno lontanamente pensato che lo fossi” l’ho sempre pensato, a dire la verità, soprattutto dopo averti riconosciuto. Ma ora è meglio levare le ancore, questa è mentalmente instabile, potrebbero arrivare guai grossi. Scusati, inchinati e fuggi.

“Senti, ci conosciamo da mezzora, non hai voluto dirmi il tuo nome e vorresti che passassimo la notte assieme? Scordatelo, ripeto scordatelo. Io non mi butto via subito per noia o con il primo che mi abborda, sii serio”

Peccato, con quelle tette t’avrei raccattato volentieri. Una volèe di dritto e un bel rovescio sulla rete. “Beh…” balbetto come un sedicenne sorpreso a masturbarsi dalla madre, mentre lei  continua imperterrita “Io pensavo ti fossi avvicinato perché ti piacevo come persona, non perché sbavavi sulle mie tette. Poi con calma si può sempre proseguire nella conoscenza reciproca, e le cose – anche il sesso – vengono naturalmente, ma non dopo mezzora. Dai! Sarà anche retrograda ma io con il primo che passa non ci vado, ho i miei tempi, ho bisogno di prendere le misure” io te le ho già prese le misure cocca, avrai un 110 di seno, cazzo. Hai finito l’omelìa? Posso sedermi?

“Non prenderla così male, mi fai sentire un verme, sembra quasi che abbia tentato di stuprarti. Calmati, tranquilla. Non ti ricordi di me, vero?” odiosa, donna odiosissima, crede di averla solo lei? Contenuta in una teca a quattro metri sul livello del mare? Cos’ha, la vagina conservata al British Museum da quanto è importante? Due si salutano e questa vuole subito marito, pattine, spazzolini da denti e luna di miele incorporata.

“A me basta sia chiaro questo, ora che l’abbiamo appurato possiamo tranquillamente proseguire nella nostra conoscenza; magari ci si può vedere anche domani…”. Magari anche no, a questo punto.

Lungi da lei smettere con la predica, comunque “…domani saremo sicuramente più tranquilli, più disposti a conoscerci, magari anche io sarò meno timorosa e sospettosa; insomma vorrei tu capissi che si può proseguire nel frequentarci se lo desideri anche tu. E comunque no…Non mi ricordo assolutamente di te, ci conosciamo? Non volevo spaventarti” Spaventarmi? Ma le trovo tutte io? Questa insegnerà teologia, sarà la nipote di Ersilio Tonini, avrà otto spirali di platino iridio inserite nella vagina per non rimanere incinta, sarà una che uccide gli amanti dopo l’amplesso e li sotterra in giardino. Questa è Frau Brücken diocristo! Una logorroica Frau Brücken che si fa scopare solo dai ricchi “dai, vieni, finiamo la serata in bellezza, non fare quella faccia, non ti mangio mica…allora, ci vediamo domani per un giro sui colli o in settimana per una cenetta? Rientriamo, intanto?”

“Ok, ma ci conosciamo già noi due, anche se non lo ricordi. Non puoi ricordarlo, eri in apnea” che altro dire? Forse che Prima di avere Viale della Vittoria bisognerebbe approcciare Vicolo Corto? Mi riferisco a lei, chiaramente.

Monroe è ancora da qualche parte qui intorno che guarda, ne sono sicuro. Sento due laser perforarmi le scapole, sento anche l’impulso, la necessità di girarmi e vedo che avanza verso di me. Io e questa terrorizzante Clelia stiamo per rientrare quando percepisco nitidamente l’avvicinarsi della sagoma di Monroe. Perché non mi lascia finire questo ovattato pensiero molecolare che mi sta ossigenando la mente? Perché non sento più la musica? Clelia sta per farmi l’ennesima domanda, stavolta incuriosita e un po’ intimorita dalla nostra possibile conoscenza, forse qualcosa, tra i fumi dell’alcol di quella sera le è rimasto appiccicato ai neuroni. Prima che riesca a dire anche una sola sillaba arriva un drago fiammeggiante.

“Devo parlarti, subito. E tu tettona, sloggia”

Ci mancava solo questa, stasera. Clelia dei Miracoli non batte ciglio, anzi “chi cazzo sei tu? Che cazzo vuoi da me?” sputa velenosa. Nemmeno Monroe batte ciglio “sparisci ho detto”; dal fioretto stanno passando alla spada, e non è un bel vedere. La tettoruta trentenne si volta verso di me con fare schifato “ma chi è questa pazza, la conosci? E’ una drogata? Dalle cinque euro e falla contenta”. Non so cosa rispondere, lascio sia Monroe a sbrigarsela: “Ehi, Premiata Latteria Marconi, piano con le parole altrimenti ti sfregio. Sono quella che si scopava lo squallore che hai di fianco, ora sloggia”.

Scusate, ci sarei anche io, qui. Non ha bisogno d’altro per girare i tacchi guardandoci come fossimo due poveri mentecatti, due tossici che battagliano per mezza dose di roba; se ne va rivolgendoci un sonoro “siete davvero due poveracci” e mi lascia con le zanne di Monroe a venti centimetri dalla faccia. Mani sui fianchi, guance rosse e un filo di bava sugli angoli delle labbra che non è un bel vedere. Se mi è concesso: noi saremo anche due poveracci, ma non andiamo in giro ad offrire gratis pompini in apnea. Vorrei fosse chiaro.

Detto questo, mi pare chiaro di non essere l’uomo più fortunato della terra. Sembra che tutte le mentalmente instabili della provincia convergano sul sottoscritto, il quale sta cercando di costruire una difesa contro Monroe, particolarmente isterica: “Stupida stronza, chi ti ha dato il diritto di venire a fare queste piazzate? Ha ragione Clelia, tu sei pazza, sei davvero esaurita, una ricca esaurita.”

“Clelia si chiama? Bene, nome davvero del cazzo per una con due tette simili; le trovi tutte tu le più troie e succhiacazzi, vero? Giuro che se te la portavi a casa davo fuoco alla tua auto. Credimi, te lo giuro su ciò che ho di più caro”.

Quello che hai di più caro sono io, piccola. Lo sai bene e non riesci più ad uscirne, altrimenti non saresti tornata.

“Le trovo tutte io le più troie, dici? Può darsi, a guardarmi intorno. E a guardarmi indietro. Cosa vuoi ancora da me, oltre a rovinarmi le serate?” la incalzo mentre lei sbolle, non raccoglie l’offesa e con un sibilo di voce ribatte “Sei disgustoso. Dovrei fuggire di corsa da te, lasciarti qui a fare l’adolescente sfigato che non batte chiodo. Invece…” fa una pausa torcendo il pacchetto di sigarette, nervosissima “Invece non l’ho mai fatto”. Occhio che si da fuoco come i bonzi, che palle queste sceneggiate napoletane. E’ calma adesso, respira profondamente e parla in maniera soffusa e cadenzata. Meglio stare al gioco.

“Non batto chiodo? Se non arrivavi a fare la pazza borderline avresti visto ondeggiare il tetto di casa mia stasera” le posso raccontare ciò che voglio, altroché se posso. Così paga e soffre. Perché è giusto et sacrosanto. “…Cosa sarebbe ‘sta cosa che non hai mai fatto? Tornare a rompere i coglioni dopo nemmeno un’ora?”.

Arrivati a questo punto potrei dirle qualsiasi cosa, sta evitando di raccogliere offese e umiliazioni da almeno cinque minuti; credo si stia preparando qualche uscita spiazzante, e qualcosa mi dice che non dovrò attendere molto per soddisfare questa curiosità, tanto più che credo abbia smesso di ascoltare ciò che dico da quando le due tette sono schizzate via.

“Non ho mai fatto una cosa simile; non sono mai tornata sui miei passi, non ho mai voluto scegliere una seconda possibilità, non ho mai voluto subire. I soldi di Papi anestetizzavano qualsiasi cosa”.

Beh, non sono mai stato ricco io, ma persino Jarvis Cocker ne cantava i pro e contro in Common People: “If you called your Dad it could stopped it all…”

“E…Allora? Sbrigati, non ho tempo per le piazzate” è completamente anestetizzata, potrei offenderla per ore e non sentirebbe, ha in testa solo una cosa credo, finire il discorso che si era preparata e che ha avuto degli intoppi a causa di Clelia.

“Allora nulla, non voglio che finisca così; non voglio l’odio tra di noi, non voglio che l’oggetto dei miei sentimenti si rifiuti di avvicinarmi e viceversa. Non ce la faccio a starti lontano. Voglio provarci anche se sei un bastardo”

“Provare a fare cosa, a rompermi i coglioni ogni sabato sera da adesso in poi?”

“Voglio provare in tutti i modi a ricucire la relazione tra noi, e portarla avanti. Ci devo provare, non voglio poi darmi della stupida tra qualche tempo, se dovessi voltarmi indietro. Non voglio non provarci questa volta. Questa volta è diverso, lo sento. E’ impossibile che io mi sia sbagliata.”

Io invece voglio con tutte le mie forze dell’odio tra noi. Quanto meno, se non odio un patto di non aggressione. Tolleranza. Sparire reciprocamente. Non sono maidicomai rimasto amico delle donne con le quali ho avuto una relazione. Non ce la faccio proprio. La signora Ender mi parla tramite carte bollate, avvocati o per snobbarmi quando mi trova al Joy, ed è stata mia moglie per anni. Figurati quanto mi frega delle altre relazioni. E’ finita? Se è finita addio. Chiusoclosedfermècerrado. Che cazzo serve mettere toppe o far finta di essere amiconi? Se una porcellana si rompe la butti via o usi l’attack? Non glielo dico mica però. Aspetto ulteriori delucidazioni: “Non vuoi, non vuoi, non vuoi…Smettila di fare la bambina. Cosa vuoi?”

“Voglio vedere come si comporta una persona normale, voglio mettermi alla prova, voglio resistere al potere che hai su di me. Voglio vedere per quanto.”

“Fammi capire: restiamo-amici-ma-forse-qualcosa-di-più?”

“Esatto”

“E nel frattempo…Io? Hai preso in considerazione che ci sono anch’io?”

“Nel frattempo i problemi sono soltanto miei, tu continua pure con la tua vita…Sarò io quella che si contorce dal dolore se rifiuti un mio invito a cena perché devi uscire con qualche ragazza. Sarò io quella che avrà lo stomaco lacerato se ti vede in qualche disco a fare il cretino con la Clelia di turno. E’ un banco di prova, per tutti e due, solo che i test vengono fatti esclusivamente sulla mia persona.”

Mi sembra ragionevole, anzi mi sembra proprio figo; non potrei desiderare di meglio. Pare un sogno messa giù così! Dove devo firmare?

“Mi sembra ragionevole, per me. Non capisco invece perché tu voglia far indossare il cilicio ai tuoi sentimenti. Perché devi castrarti così?”

“Perché non ho mai provato nulla di simile per nessuno prima d’ora. Ed ho una paura folle. Meglio forse il dolore allora; se può far scemare questa paura. Mi stava venendo il panico prima, quando ti ho visto uscire con quella puttana. Sei un bastardo, con i tuoi modi mi hai rapita”

“Io trovo che sia un’idea disgustosa, umiliante, davvero stupida. Un’idea che non ti fa fare gran bella figura. Ma che mi va più che bene; non sarò certo io a fare il Crocerossino, te ne accorgerai a tue spese che cazzata stai mettendo in piedi”

L’avevo avvertita che ero un individuo straordinario. Il mio ego si espande come l’universo dopo il Big Bang. Ci diamo uno strano arrivederci e continuiamo con le nostre faccende: io ballo e bevo tutta la notte, lei – vedo con la coda dell’occhio – discute con Umberto, seduta in un appartato divanetto. I miei amici non dicono nulla, si limitano a darmi qualche pacca sulla spalla e regalarmi sorrisi di incitamento. Clelia continua ad indicarmi a mezza discoteca, facendomi fare la figura del disadattato socialmente pericoloso finché non decido di averne abbastanza e mollo gli ormeggi. A casa, di notte, mi regalo una bella e nostalgica rimpatriata negli anni della mia adolescenza. Una cosa becera e volgare nel suo guardare indietro, una cosa che non andrebbe mai fatta, soprattutto in queste situazioni: apro il file del mio Mac riguardante la mia collezione discografica e scelgo una ventina abbondante di grandi canzoni che mi riportano al mio essere poco più che teenager. Giro per almeno un paio d’ore tra divano e impianto stereo, meravigliandomi di come siano ancora impresse nitidamente dentro di me, dopo tutti questi anni. E’ praticamente mattina quando riesco a coricarmi, calmo e rilassato come non mai, con Charlotte Sometimes e Someone, Somewhere In Summertime in rigorose versioni a dodici pollici che ancora mi scivolano addosso. Che altro ci vuole per avere un po’ di serenità? Certo non che ti capiti in casa, qualche ora dopo, al risveglio, Lino con la megera.

Sono in una specie di pseudo pigiama quando, verso le tre del pomeriggio, suonano nervosamente al campanello. Mi affaccio, li vedo, alzo lo sguardo al cielo e – mentre schiaccio il pulsante per aprire il cancello – sputo un perché?? grande come la Royal Albert Hall.

“Ciaaaaaooo!” la strega.

“Ciao vecchio mio” il povero Lino.

“Ciao ragazzi, come mai da queste parti?” un incredulo me stesso.

“E’ un pezzo che – ehm – non ci vediamo, si insomma…Sono venuto anche per presentarti Erika”.

“Beh…Mi fa piacere, anche se io e la signorina ci conosciamo già, non so se si ricorda” si ricorda, eccome se si ricorda “…E poi scusa, sei venuto qualche volta al bar con lei, no?”

“Si, ma questa è una cosa diversa, come dire…Ufficiale, si ufficiale è la parola giusta. Ti ritengo forse la conoscenza più stretta e sincera che ho, volevo quindi metterti a conoscenza del nostro fidanzamento ufficiale.”

Andato. Perduto. Bruciato dal freddo sulle montagne dell’Himalaya. Abbiamo perso Lino per un po’ di mesi, ovvero sino a quando la troia non si stancherà di lui. E solo allora dovremo ricomporre i suoi pezzi cadenti, e succhiarci i resti, le ossa, i dolori per ripulirlo dal calcare che lei le ha lasciato addosso. Ma non mi pesa, e non mi peserà. Perché non mi è mai pesato farlo verso una persona alla quale tengo molto. E poi avrò l’alibi per distruggerla. Quando avrà spolpato Lino, quando se ne sarà andata senza alcun rimpianto, semplicemente desiderosa di provare e sfruttare qualche altro maschio per un po’ di mesi; allora mi metterò d’impegno per bombardarla a tappeto. Non può sfuggirmi, la sua sorte è segnata.

“Non hai niente da dire? Sei dispiaciuto?”

La troia provoca. Se vuole la guerra sono pronto. Ma il campo di battaglia dev’essere neutro e Lino non deve sapere nulla.

“Certo che non sono dispiaciuto, come fai a pensare una cosa simile? Dovete ammettere entrambi che non è una notizia da tutti i giorni, soprattutto dopo un sabato sera alcoolico ed iper emotivo. E poi credevo che i fidanzamenti ufficiali esistessero solo nelle corti europee, non tra borghesi piccoli piccoli come noi”.

“Mi stai dando della borghese piccola piccola? Suvvia non è carino farlo verso la fidanzata del tuo migliore amico” ci mette almeno otto secondi per scandire la parola fi-dan-za-ta-a-a.

“Bevete qualcosa? Tu Lino, il solito Jack?” Non raccolgo sennò la dilanio.

“Io prendo un succo all’albicocca”.

Tu parli troppo per i miei gusti; siete qui da dieci minuti ed il pover’uomo è riuscito a dire al massimo trenta parole scarse. Cosa farai, brutta puttana, lo costringerai a scorrazzarti per tutta l’Europa a sue spese, a cambiare macchina perchè non ti piace, a vestirlo secondo i tuoi canoni estetici, a umiliarlo sfarfallando in giro con tutti i tuoi spasimanti? Ti odio.

“Lino, Cristo…Parla! Bevi qualcosa o sei ancora narcotizzato dal fidanzamento?”

“Dai, cosa dici? Va bene il solito Jack. Grazie”

“Allora scusatemi, vado a prendere da bere. Lino, se vuoi vedere la TV o sentire qualche compact sai già come fare”

“Grazie”

Servono un paio di minuti e una veloce fuga in cucina per sbollire tutta l’avversione verso la concubina di regime che mi sta ammorbando l’aria di casa. Lo so che non dovrei essere così caustico verso l’oggetto del desiderio del mio migliore amico, che dovrei essere contento per lui. Ma lui non è contento, crede di esserlo, come ho detto prima è semplicemente narcotizzato da una stronza dal gran carattere ed estremamente capace a letto, da quel che si dice. Bisognerebbe soltanto scoparla – oh…Non io, la trovo semplicemente ripugnante – e poi gettarle sopra il corpo nudo una banconota da cinque euro. Giusto per il disturbo arrecatole. Attacco il ghetto blaster, per coprire eventuali rumori, e noto con piacere di non avere uno straccio che sia uno di succo di frutta, che il Jack basta per una sola dose e va tutta per Lino, ovvio, ne ha estremo bisogno, e che – per fortuna – di ghiaccio ne ho in abbondanza. E’ allora che sento Lino chiamarmi.

“Telefonooo!”

Chi cazzo rompe i coglioni alle prime luci della mia alba? Ho già la pazza per casa e mi è difficile fronteggiarla, cosa succede oggi…E’ un complotto cosmico per rovinarmi la settimana a venire?

“Pronto?”

“….Come …Stai?”

“Scusa, chi sei?”

“Fai apposta o veramente non mi riconosci?”

“Ah, ciao… Non l’ho fatto apposta, giuro. E’ che mi sono appena alzato e qui c’è un po’ di casino… E poi non mi sento troppo bene, è per via di ieri sera, sai… Si, mi capisci… vero… Oh Dio, aspetta un attimo… Ho lasciato il frigo aperto ed il ghiaccio sopra il tavolo. Torno immediatamente”. Prima di immediatamente.

“Rieccomi, cosa stavi dicendo?”

“Nulla, ho telefonato per sapere come stavi e se ti andava di uscire qualche ora con me”

“Beh… Bene credo, mi hai visto una decina di ore orsono, non credo che le mie condizioni fisiche possano essere mutate improvvisamente” non raccolgo invece l’invito. Sono stronzo, lo so che sono stronzo. E anche permaloso. Chiedi a Umberto che ti accompagni e ti faccia da portaborse, diobono.

“Cos’è questo casino che si sente in sottofondo? Hai gente?”

“Oh niente… Ospiti”

“Una donna?”

“Anche…”

Sarò anche stronzo, non lo discuto, ma ho la memoria di un elefante e certe cose devo farmele pagare con gli interessi. Sono come Elvis Costello, ho un libricino nero con i dare e gli avere della mia vita. Non dimentico.

“Ah… Allora ci sentiamo in un’altra occasione”

“Come preferisci”

Cazzo, sono gelido ed inattaccabile come L’Invincibile Armada.

“Va bene, Ok… Ciao…”

“Ciao”

“Ah, senti…”

“Dimmi”

“Possiamo vederci magari nei prossimi giorni?”

“Non lo so” veramente, non lo so se lo voglio.

“Posso ritelefonarti allora?”

“Quando vuoi, se mi trovi in casa. Altrimenti lascia un messaggio” chiaro, secco e semplice come un qualsiasi numero verde.

“Allora ciao”

“Ciao”

Cristo, a parte la telefonata – che mi ha fatto piacere ma non posso rivelarmelo – scorgo con la coda dell’occhio Lino e la strega intenti a baciarsi nel mio divano di casa. Praticamente un insulto. Ho già i coglioni potentemente girati per migliaia di cose: per l’ora del giorno e per il giorno della settimana, per la visita improvvisa, per avere la troia per casa, per il mio abbigliamento attuale, perché non so dove cenare stasera, perché le cene con Lino avranno un calo pauroso, per la telefonata, per il sonno che mi avvolge, perché tutti hanno la loro bella storia sentimentale ed io arranco su specchi oleati alla fine dei quali mi attendono cocci aguzzi. Li lascio lingua-in-bocca e mi vado a chiudere nello studio mandandoli mentalmente al diavolo; prendo un cd a caso e la terza sigaretta della giornata. Stà a vedere che mi scopano sul divano. Stà a vedere che la troia l’ha fatto apposta. Stà a vedere che mi tocca buttarli fuori di casa…

“Che cazzo fai li? Non dovevi offrirmi da bere?” è Lino che si affaccia sulla porta dello studio.

“Ah Lino… No… E’ che vi avevo visti teneramente avvinghiati e non volevo risultare inopportuno ed indiscreto” volevo starvi il più lontano possibile, ma non posso dirtelo. Perdonami.

“Figurati… Dai non fare il coglione, offrimi da bere… Chi era al telefono, la dolce bionda strappacuore?”

“Sì, l’ex dolce bionda strappacuore”

Beviamo avvolti da un drappo vellutato di silenzio pesante come le tende al Grand Hotel di Vienna qualche vigilia di Natale del secolo scorso. Poi la stronza esce con la sua condanna a morte.

“Che stupida! Mi sono sempre dimenticata di dirti che vedo spesso tua moglie..” la interrompo subito “la mia ex moglie, ex. Stiamo divorziando” non mi ascolta e continua “…mi dice sempre di salutarti, la vedo assieme – sempre assieme – a un mio vecchio amico. Ora non so se abbiano una relazione o che… Ma non credo sai… Credo sia ancora legata a te, se posso esprimere un opinione”.

“E     r        i        k       a…” cadenzo bene quelle lettere, affinché capisca.

“Siiii?”

“Ti ringrazio della premura…”

Non prendertela, ma non puoi esprimere un opinione. Non lo potrai mai fare davanti a me, per tutta la vita che ci rimane.

“Oh, dovere… Sei una così caaaaara persona” eccomenò, se solo potessi mi faresti giocare a Pinocchietto su un campo minato. Come io farei con te, del resto, ma ti metterei le racchette da sci ai piedi in sovrappiù, così hai maggiori probabilità di saltare per aria.

“Fammi finire, grazie… Però preferirei chiudessimo per sempre quel capitolo, e una volta per tutte. Ti ringrazio dell’interessamento, ma preferisco non saperne più nulla. Dillo pure in giro, anche ai tuoi vecchi amici, parecchi dei quali sono anche miei vecchi ex amici. Ne ho sentite troppe in questi mesi, e sinceramente ne avrei abbastanza. Più che abbastanza. Tanti auguri a tutti. Ma che mi stiano tutti lontano, ti prego di prenderne nota”.

Imbarazzo, fastidio e povertà d’animo; questi i primi sintomi che mi escono dallo stomaco, uno stomaco già messo a dura prova di per sé.

“Comunque contraccambia i saluti della signora che mi ciuccia mezzo stipendio ogni mese e…” Lino mi interrompe con un tempismo che solo i veri amici possono avere, probabilmente sa che potremmo cominciare a far fuoco entro breve. “Erika, forse è meglio se andiamo, si è fatto tardi, devi passare anche per casa, ricordi? Lascia stare quella sigaretta, la accendi in macchina”

“Vabbè… Peccato, mi piaceva stare qui a parlare con voi, ma avremo altre occasioni, vero?” Cerco di rispondere abbozzando un sorriso che deve uscirmi davvero male, molto più simile ad una smorfia “La risposta mi sembra ovvia. Bye bye.”.

Ma probabilmente abbiamo risposte differenti. Anche se credo che potrebbero essere uguali.

FUORI TUTTI.

Finalmente solo. E lo stronzo che fa?

Piglia l’apparecchio telefonico, Compone un numero che conosce a memoria e…

“Pronto?”

“Salve, c’è Elisa in casa?”

“Chi parla, scusi?”

Dai sguattera, l’hai capito. Hai detto chi parla, scusi mettendola sulla difensiva proprio perché hai capito che sono io. Che cazzo serve che te la tiri? Sei soltanto una stipendiata. Io bluffo alla grande.

“Sono passato prima, ricorda?”

“Un attimo che vedo”

Attesa brevissima e un gran respiro in sottofondo.

“P… Pronto?”

“Ciao, sono io”

“Cosa c’è? E’ successo qualcosa?”

“Non è successo niente. Vorrei soltanto vederti. Vieni qui.” pare Buonasera, Dottore di Claudia Mori, siamo patetici.

“No, tu sei pazzo, sei tutto scemo… E tu credi che io accetti queste umiliazioni? Tu credi che io possa solo lontanamente essere il giochetto di un sadico perverso che vuole soltanto farmi stare male?”

“E’ esattamente così. Ma non proprio. Altrimenti cos’hai chiamato a fare prima? Muoviti, ti aspetto”

“Bruttostronzofigliodiputtanabastardo”

Click. Troia di regime, puttana platinata. Rompicoglioni pluridecorata. Sei nata quando impazzavano gli Happy Mondays, che cosa vuoi sapere della vita? Voglio soltanto prenderti per il culo e farti soffrire perché te lo meriti, e mi sei sempre stata sul cazzo e sei anche mezza frigida, e altro non mi sovviene altrimenti lo aggiungerei. Vaffanculo, vaffanculo tu, i soldi di papi e anche il suo tappeto milionario. Vaffanculo ma vieni qui, ti prego. Venti, trenta, quaranta minuti. Suona, campanello di merda, suona Cristo. Suona…

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole

“Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno” (H. Hesse)

“Se dici sempre la verità non hai bisogno di ricordare ogni cosa” (Mark Twain”

“L’amore è l’infinito abbassato al livello dei barboncini, e ci ho la mia dignità, io!” (Louis-Ferdinand Céline)

Dieci Suoni:

B 52′S, Mesopotamia 1982

Sparks, Kimono My House 1974

The Passions, Sanctuary 1982

P.I.L., The Metal Box 1979

Peter Gabriel, III 1980

He Said, Hail 1986

Julian Cope, Autogeddon 1994

White Rose Movement, Kick 2005

Joan Armatrading, Me Myself I 1980

Blur, The Great Escape 1995

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

 

 

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