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by • 24 febbraio 2017 • Life & CultureComments (0)505

Pimlico – Capitolo 24

Capitolo 24 Pimlico

Beautiful Loser
Clock DVA 1982

“Lo sport è l’unica cosa intelligente che possono fare gl’imbecilli”

Mino Maccari – Punture

          Non mi considero un vincente, non mi piacciono le gare anche se ho sempre la sensazione che i match li vincerei abbastanza agevolmente. Però, perché scendere in campo? Non mi va di entrare in competizione, con tutto quello che comporta in termini di energie e bile. E che cos’è una ingarbugliata relazione con l’altro sesso se non una finale di Coppa Campioni in campo neutro con un’arbitraggio scandaloso e con il pubblico che ti grida di tutto? Vieni atterrato in piena area e non fischiano rigore, anzi ti becchi una bella simulazione, i cartellini gialli sono a senso unico, gli avversari picchiano manco fossi un cavallo all’ultima curva del Palio di Siena, cominciano a piovere oggetti in campo e – a tempo abbondantemente scaduto – il direttore di gara fischia un rigore inesistente a tuo sfavore. Dulcis in fundo quando torni a casa i tifosi ti aspettano all’aeroporto per coprirti di improperi. Quasi un peccato non essere nati omosessuali. Credo di essere un vincente a metà, un beautiful loser. Al massimo riesco a pareggiare grazie a una difesa impenetrabile, memore degli insegnamenti di Nereo Rocco. Ma il trofeo… Dio… Quello non sono mai riuscito a rinchiuderlo nella bacheca della società. Non dispero comunque, la legge dei grandi numeri prima o poi farà capolino anche dalle mie parti.

         Ho appuntamento con Monroe in un bar del centro, quello dove vanno a mangiare tutti i dipendenti INPS, ovvero il ramo povero della famiglia statale, e mi chiedo se l’abbia scelto apposta o se ci sia qualche velata sottolineatura. Pare una cosa tipo Real Madrid contro Neuchatel o Grasshoppers, con nemmeno i bookmakers ad accettare scommesse. Non è colpa mia, ho trovato un bigliettino scritto a mano nella cassetta delle lettere con poche parole scribacchiate in fretta e furia: “Devo parlarti. Devo. Pensavo fossi in casa. Ore 16.30 Al Bar della Quercia. Domani. E.”. Chiamare o quantomeno firmarsi per intero pareva brutto, cara E.?

         Dodici giorni che sono uscito dall’ospedale, non so nemmeno da quanto abbiamo smesso di vederci o solo telefonarci. Chi regge il gioco? Chi vince? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Volevo appellarmi all’UEFA e farmi accompagnare da Blatter. Io non credo di volere relazioni. Non è la donna della mia vita. Ho cambiato idea… E poi sono ancora sbattuto da quelle ore di pronto soccorso. Il Toradol è peggio del metadone, mi ci sono volute parecchie ore per riprendermi da quel trip, perché quello è stato un trip in piena regola; mi sa che all’ospedale si erano sbagliati di brutto, avrei anche potuto denunciarli. Minimo avrebbero dovuto pagarmi il taxi. Come che sia: comprendo come possa essere difficile staccarsi per Monroe. Io stesso ancora, a volte, mi chiedo se non sia avviluppato a Kornelia; altrimenti non si spiegherebbe quella leggera stizza che mi assale quando vedo il Bassolino con lei, o solo il Bassolino, oppure solo lei. Oppure l’automobilina Polystil del nerdoso parcheggiata da qualche parte. Partono centinaia di pensieri in questi frangenti, ovvero: se c’è l’automobilina, quella con la targa CZ610TU che è più di un destino segnato allora vuol dire che c’è solo il Pelosius oppure c’è anche lei? O magari il macrocefalo sta aspettando che arrivi? O magari il nerd è dentro a piangere perchè lei l’ha lasciato? Ben ti starebbe, infame.

         Io stesso talvolta mi sorprendo a guardare fuori dalla finestra, convinto di vederla passare, magari autoconvincendomi di sorprenderla a guardare verso di me. Legami, rapporti di potere, giochi di ruolo, passioni, sentimenti, relazioni, impegni, istinto. Come si può solo lontanamente biasimare un essere umano divorato dalla passione? Come che sia: non vorrei andarci. Ma ci vado. Perché so come sono fatto, ed in ogni cosa la curiosità prende il sopravvento. Magari è la volta buona che sorprendo il portiere e metto in saccoccia l’agognata coppa. Perché mi chiedo sovente se sia meglio un rimorso o un rimpianto. Mi preparo tutte le possibili combinazioni di risposte a ipotetiche domande; passo tutta la notte a incastrare argomenti nervoso come durante l’orale di maturità. Verso le due di notte mi alzo, mi rivesto e scendo le scale per fumarmi una sigaretta in strada. Freddino però, per essere quasi estate. Devo stare attento, non posso rischiare un’altra colica. Alla seconda ti squalificano. Che sia un’altra delle cose che ti avvicinano alla felicità? Quella di fumarsi una sigaretta alle due di notte, solo con i propri pensieri intirizziti, intendo. Non la seconda colica.

         Alle 16.10 ho già preso posizione al bar, un posticino tattico vicino alla porta ma non troppo, dal quale si vede chi entra ma non viceversa. Arrivo sempreSEMPREsempre in anticipo, è una mia forma mentis che va di pari passo con Campari e salatini. Non dovrei bere Campari, me l’ha detto il medico mentre mi rivestivo.

         Cazzo, qui è pieno di personale paramedico che pare conoscere a menadito la mia cartella clinica, tipo quello che mi pare davvero l’infermiere gay. Sedicietrentacinque. Mi hanno detto di evitare anche cioccolato e frutta secca. Odio i ritardi. La più grande forma di maleducazione che esista è il ritardo. Comincia ad assalirmi una leggera stizza che – alle sedicietrentotto – si tramuta in piena crisi paranoica. Disperato bisogno di andare in bagno e di mangiare cioccolato e frutta secca assieme. Bisogno che soffoco preoccupato dal fatto che Lei potrebbe entrare mentre sono in bagno ed andarsene subito non vedendomi. Sono sicuro che tutto il personale paramedico presente mi stia scrutando, chiedendosi come mai io sia solo e continui a guardare con ansia l’orologio. Ho come l’impressione che mi si legga in faccia dell’appuntamento mancato. Sediciequarantuno. Devo essere paonazzo perché qualcuno effettivamente si gira a guardarmi. Tremo? E’ più forte di me, non riesco a controllarmi. E mi viene anche da piangere, merda schifosa. Sono come bloccato sulla sedia. Odio essere preso per il culo. Stai calmo, mi dico. Alzati e vai a pagare.

         Sediciequarantaquattro. Dai, ancora un minuto, a meno un quarto te ne vai, ok? Non puoi alzarti quando hai collo e guance rosse come il fuoco. Sono le sediciecinquantuno quando – accompagnato da una dozzina di paia d’occhi (ventiquattro, cioè) – mi alzo e zoppico fino alla cassa. sento anche delle ENORMI fitte al rene. Psicosomatico. Ipocondriaco. Frega un cazzo, sono io che sto male. Vero o presunto è male. Di quello buono, invecchiato quarantanni in perfide botti di carne e sangue. Potrei uccidermi con un overdose di arachidi ricoperte di gianduia e farmi seppellire sul cimitero della Nestlè. Farmi saltare in aria come un terrorista imbottito di noci e cacao.

         “Sono quattro euro e sessanta”

         “Mavaffanculotuttoetutti” con i denti stretti, ma mi scappa ugualmente.

         “Prego?”

         “Lasci perdere, arrivederci e grazie”.

         In strada fa freddo, o almeno io sento freddo, anche se è luglio inoltrato. Resto dieci minuti oltre l’angolo del bar a pensare cosa possa essere successo, forse a cercare di scusarla, di trovarle qualche giustificazione, e a sbirciare se – per caso – arriva trafelata e scusante. Non cavo un ragno dal buco da nessuna delle due situazioni. Quattro euro e sessanta per un Campari. Fa quasi più male del pacco di Monroe. Girare fino a sera inoltrata giusto per azzerare il saldo del mio conto corrente ripetendomi che tutti i Grandi avevano le mani bucate, tipo Richard Wagner, ad esempio. E lui non doveva pagare gli alimenti a nessuno. Vago zoppicante per negozi climatizzati con in testa vecchie canzoni dei sixties: Locomotion, Surfin’ Safari, Mr. Tambourine Man; pago sempre con un bancomat stremato, portandomi a casa dei vecchi quarantacinque giri scovati in un negozio dell’usato prima di ritrovarmi – completamente impazzito – dentro un rivenditore Telecom canticchiando proprio Firebomb Telecom degli Under Neath What, a chiedere alla commessa prezzi e prestazioni dei telefoni cellulari. Vado sul Motorola che mi sembra quello più proletario, e dalla forma estetica stile incudine. Preciso, massiccio, indistruttibile, con un bel nome da Soviet Supremo. La batteria dura un bel po’, e poi si possono mandare anche i messaggi scritti. Tutte cose che io, buon neofobo, non sapevo. Spendere soldi porta via energie, elimina scorie e tossine e ti riconcilia con il mondo. Ma è di una pesantezza quasi insostenibile. L’insostenibile leggerezza dell’etere. Non ho nemmeno chiuso la porta di casa alle mie spalle che vedo occhieggiare il led rosso della segreteria. Ha i giorni contati e non lo sa. Bottonepulsante.

         “Ciao, sono io… Scusa ma è successo un casino… Il solito Danny, ‘sto cretino! L’ha combinata davvero grossa stavolta. Se posso ti chiamo più tardi e ti spiego. Bacetti.”

         Il solito Danny. ‘Sto cretino! Bacetti? Adesso siamo tornati ai bacetti, così tutto d’un tratto? Che sia vero? Però mi scappa da ridere non poco; non so cosa possa essere successo, ma immagino benissimo il clima da Pearl Harbour che dev’esserci in quella casa, con mamma, papi, cameriera, prozie a inorridire per magari una cazzata. Cosa avrà mai combinato il poveraccio? L’hanno beccato con la cocaina? A letto con un extracomunitario? Rubava? Sono troppo curioso. Defloriamo il telefonino, suvvia.

         “Pronto?”

         “Elisa?”

         “Ciao, puoi chiamare tra cinque minuti, che me la squaglio e vado in camera mia? Qui c’è una guerra in atto, è tornato anche papi da Cuneo”.

         Ho sempre sognato di vedere i ricchi darsele di santa ragione. Abbandonare tutta la loro flemma e le loro erre mosce per sputarsi addosso e bestemmiare come muratori alcoolizzati. Sentirli dire TROIA! e MERDA! con la erre piena, lanciare piatti e stoviglie da fior di bigliettoni in giro per la casa, strapparsi capi d’abbigliamento firmati e prendersi a ceffoni. Dev’essere esaltante.

         “Okay, sbrigati però”.

Quattro minuti. Tre. Due. Io chiamo lo stesso.

         “Ehila!..”

         “C’avrei giurato che non resistevi cinque minuti, ma da che cazzo di numero chiami?” ride.

         “E’ la curiosità che smuove l’intelligenza sedimentata”

         “Smettila con le troiate, Danny ha messo incinta la sua tipa. Sei al bar?”

Oooh, anche gli angeli usano il cazzo, dunque. Anzi, il pene. I ricchi hanno il pene.

         “Che minchia è successo??? Non te la prendi se mi scappa da ridere, vero?”

         “Uhh… E’ lunghissima da spiegare, e fa anche un po’ ridere, se è per quello, hai ragione. Che ore sono?”

         “Ma che doman…”

Mi interrompe annoiata e frettolosa.

         “Eddai, rispondimi, che ore sono?”

         “Esattamente ventunozerotre, perché?”

Perché?

         “Se vengo da te a spiegartela a quattrocchi mi offri da bere? O sei sguarnito di tutto come al solito e devo fermarmi in un bar a comperare qualcosa?”

         Visto come tendono a considerarti le donne? Un perfetto idiota, inetto, completamente inaffidabile e non autosufficiente. Per loro un uomo è quella cosa che necessita di una donna per riuscire a fare un acquisto decente. Poi si arrampicano sulle leggende – per loro scientificamente provate da illustri luminari – che tutto questo succede perché il cervello maschile è organizzato in maniera differente, che non può seguire due cose contemporaneamente, che ha una visuale estremamente ridotta rispetto a quello femminile. Ed è per quello che non riusciamo mai a trovare i calzini anche se li abbiamo sott’occhio, per quello non riusciamo a fare conversazione mentre guardiamo il telegiornale o la partita, per quello non siamo in grado di spiegarci bene o solo di sostenere un dibattito. Tutte queste cose. Alla fine però non sanno nemmeno leggere una cartina geografica, se vogliamo dirla tutta; e quando si fermano al casello dell’autostrada per prendere lo scontrino d’entrata è una comica (se l’auto non è vostra). Insomma, veniamoci incontro: io ti trovo i calzini, ma poi tu mi spieghi il golden goal. Infine, capiscimi: se non ti ascolto mentre sto guardando la partita e a tre minuti dalla fine ci danno un rigore mentre tu mi stai illustrando una svendita di jeans alla quale non puoi assolutamente mancare, un motivo c’è. Te lo giuro.

         “Ho appena comperato del succo di frutta, ho due bottiglie di Southern Comfort, del Martini Dry, una confezione di lattine di Coca Cola e da qualche parte – oltre alla solita acqua minerale – dovrei avere anche dello sciroppo alla menta e qualche amaro ignobile. Ti basta o vuoi dell’assenzio?”

         “Stupido. Ma da che numero chiami?”

         “No”

         “No… cosa?”

         “No non te lo dico da che numero chiamo”

         “Posso venire da te, almeno? Ti va?”

Perché mi offendono tutti quando faccio dello spirito? Perché lo fanno – bonariamente – ma lo fanno?

         “Tra quanto?” la mia risposta, è un sì, se non si fosse capito.

         “Mi ci vorrà una mezzoretta, prendo la macchina di Danny, mi sa proprio che a lui stasera non serve. Ricorre or ora in appello, a giudicare dagli strilli”

         “Ti aspetto”

         “Bacetti”.

         Ancora con ‘sto ‘bacetti’? Che palle! Chissà invece come dev’essere immaginare Danny che scopa, non me lo vedo proprio. Non avrà un grammo della grazia della sorella. Che arriva, trafelata e con un vestitino trasparente e minuto talmente eccitante che non riesco a trattenermi dal metterle le mani sotto le spalline. Mi lascia fare, si stringe a me, mi abbraccia e comincia a ridere di un riso nervoso e cattivo. Non deve essere facile vivere in una famiglia dominata dal danaro e dalle feste di mamma; non deve essere facile, ma ci proverei volentieri una volta nella vita, io. Soprattutto se si è un tipo sensibile, completamente noncurante dei soldi e innamorata di uno che ha il doppio della tua età.

         “Non voglio nemmeno pensare a domani o soltanto a dopo; ti prego, portami a letto, spogliami, fammi sentire almeno un pò desiderata, se fosse necessario fingi”.

         Fingere è un po’ difficile credo, per un uomo avviene tutto alla luce del sole, o dentro una piccola caverna. Fingere è molto difficile se non porti a tua difesa una malformazione delle gonadi. Eh sì. A meno che non volesse intendere a livello sentimentale, in quel caso siamo maestri e non serve nemmeno esortarci a farlo. E’ uno di quei rari casi in cui il nostro cervello riesce a seguire due cose contemporaneamente, tipo citare a memoria i brani che compongono Faith dei Cure, la formazione del Brasile del 1970 e la sublime finzione dell’amore con la A maiuscola.

         “Che cosa c’è esattamente? Cosa è successo a Danny? Che cazzo succede a casa tua? Cosa dovevi dirmi di tanto importante oggi pomeriggio in quel bar? Ho aspettato come un cretino, ero incazzato nero”

         “Ssshhh. Non dire nulla, tienimi solo qui con te per un po’” Mi fa un cenno con il dito di tacere, chiude gli occhi, mi mette le mani sotto la maglietta e mi trascina in camera dove si lascia andare con una delicatissima ferocia; la lascio fare, mi lascio fare, lascio che decida velocità e percorsi perché capisco quanto sia a pezzi e sull’orlo di un bel crollo nervoso. Non dico nulla cerco soltanto di calmarla con tenui baci e sospiri da decollo. Sono nervoso anch’io, è una situazione abbastanza inusuale anche se devo ammettere che la scopata forse non era la migliore della mia vita ma sicuramente da podio. Procediamo in perlustrazione con calma.

         “Vuoi una sigaretta?”

         “Si, grazie”

         “Vuoi mangiare qualcosa?”

         “Non ho fame, grazie”.

         “Pensi di fermarti qui stanotte?”

         “Ci sto pensando, grazie”

         “Vuoi che usciamo un pochino, allora?”

         “No, grazie.”

         “C’è qualcosa che posso fare per te?”

         “No, grazie”

         “Prego”

Pare il giorno del ringraziamento, questo. Ci vorrebbe un tacchino per festeggiarlo adeguatamente. Forse è per quello che Beatrice occhieggia in perfetto equilibrio dal corrimano del pianerottolo, implorandomi di aprirle le finestre con un suadente miagolìo.

         “Okay, dimmi tu allora cosa vuoi fare, e quando hai intenzione di parlare, io vado a farmi una doccia”

         “Vengo anch’io”

         “Solo se poi pulisci il bagno”

         “Io pulisco il bagno se tu domani sera mi porti a cena fuori”.

         “Io ti porto a cena fuori se passi la notte qui e mi spieghi il fuorigioco”. Strabuzza gli occhi come se avessi confessato di essere Pietro Pacciani “non ho capito cosa c’entra questo”.

Lascio scorrere, troppa fatica “se ti fai trovare anche domani sera quando torno dal lavoro intendevo”

         “Mi piacerebbe, mi piacerebbe un casino ma devo valutare bene cosa sta succedendo a casa, non posso rimanere fuori due giorni senza avvertire, capisci”. Capisco.

         “Avverti la tua famiglia allora”

         “No, adesso no! E’ il momento meno indicato. Andiamo a fare la doccia, dai…” implora come una bimba davanti allo zucchero filato. Con l’acqua che scroscia è difficile sentirsi, soprattutto se lei crede di essere in spiaggia e gioca a spruzzarti.

         “Vuoi stare ferma un attimo e cercare di spiegarmi cos’è successo? E vorresti per cortesia farlo senza tenere il broncio?”

         “Okay, sarò breve, non fare domande e per ora accontentati di quel poco che ho intenzione di dirti”.

Chiudo l’acqua, mi siedo per terra e la faccio accovacciare vicino a me.

         “Ti avevo dato appuntamento al bar perché mamma comincia a farmi delle storie inaudite, dice che sono sciupata, che il nostro è un legame pernicioso, ti rendi conto? Ha usato la parola pernicioso; solo mamma riesce a essere così cattiva, lei e i suoi sonniferi, lei che non è riuscita a tenersi accanto un uomo nemmeno dieci anni. Adesso ha intenzione di farmi conoscere i figli papabili delle sue amiche riccone; poi è arrivata la tegola di Danny. Voglio bene a Danny ma spesso mi chiedo come faccia a essere così ragazzino nell’affrontare la vita” ha preso il via e non ha intenzione di smettere “per lui è tutto facile; vuole venire a vivere a casa nostra con la sua tipa e sai cosa hanno risposto i miei? Che va bene, al limite sono disposti a darmi una rendita mensile e a trovarmi un appartamento. Mi chiedo come facciano a  essere così insensibili. Sono anche contenta di andarmene da quel bunker dorato ma pare vogliano farmi fuori come una macchina usata”.

         “Perché sei l’unica che ha la testa sulle spalle e potrebbe cavarsela da sola, per questo lo fanno. Malignità necessaria, mettiamola così. Sai che puoi trasferirti qui quando vuoi, sai che possiamo tentare in qualsiasi momento di legarci a filo doppio. Per tutto il tempo dovesse durare”.

         “I miei non vogliono che io ti veda”. L’ho capito, non serve ripeterlo ogni tre frasi, che siamo: Montecchi e Capuleti? La Guerra Delle Due Rose? Eddie Vedder e Courtney Love? Blur e Oasis quel 14 Agosto del 1995? Spaziale quando hai un amore o qualcosa che ad esso si avvicina, e tutto il mondo te lo contrasta. Meraviglioso, da scriverci un’opera lirica per eunuchi.

         “Per questo mi lasci bigliettini nella cassetta delle lettere e estorci appuntamenti al buio? E’ un grosso problema?”

         “Si, perché se tra noi dovesse bruciarsi tutto non avrei mai il coraggio di tornare a piangere dai miei. Morale: siccome Danny ha scopato in giro e male io mi trovo incastrata in una situazione dalla quale potrei trovarmi praticamente se non diseredata quantomeno derisa da tutto il parentado.”.

         “Resti qui stanotte?”

         “Non credo, meglio che io torni a casa… Sai cosa dice mamma di te? Dice che sei un inetto, il classico proletario senza alcuna ambizione di carriera, tutto perso nei fumosi sogni di adolescente, nelle magliette dei gruppi e dei finocchi invece di avere una famiglia e almeno una casa al mare come Dio comanda e come la tua età imporrebbe. E che, se uno alla tua età non si è ancora fatto una famiglia, sotto sotto ci dev’essere qualcosa di losco”.

         “Scusa sai, ma non posso non mettermi a ridere… La mia maglietta di William Burroughs le è rimasta così impressa? Come reagirebbe se mi presentassi con quella Christianity Is Stupid? Mi denuncerebbe?”.

         “Schizzata o non schizzata adesso sta cercando di appiopparmi tutti i signorotti del luogo a cominciare da Umberto che è perdutamente innamorato di me e che si fionda a casa mia, con il suo beneplacito, praticamente ogni giorno. Si sono alleati per farmi capitolare”.

         “E tu non capitolare. Vestiti, torna a casa prima di peggiorare la situazione. Ci penseremo nei prossimi giorni a come controbattere”.

         “Quando ci vediamo?”

         “Quando vuoi e puoi. A proposito, puoi chiamarmi al cellulare in qualsiasi momento, così eviti bigliettini da liceale…”

         “Cooosaaa? Tu il cellulare?” Scoppia a ridere, Deo Gratias, “Brutto ipocrita democristiano, l’hai sempre odiato quell’aggeggio; ecco da che numero chiamavi! Come mai ti sei deciso?”

         “Perché ci deve sempre essere un perché? L’ho comprato e basta. Tieni il numero.”

         “Poi mi fai una chiamata a vuoto così lo memorizzo in automatico; prima però devi togliermi una spina… L’altro giorno al telefono mi hai detto che c’era una donna in casa tua… chi era?”

Ora potrei godermela per ore, se non giorni, tenerla sui carboni ardenti e sfibrarla all’inverosimile. Potrei. Ma scelgo di non farlo: “se non erro ti risposi che c’era anche una donna, avevo in casa Lino con la zoccola, erano passati a trovarmi”

         “Devo crederti?”

         “Ti ricordo che sono io il paranoico, in questi frangenti, no? Sembri me, ora. Lo sai che è vero, dai…non tiriamola troppo per le lunghe”

Sembra soddisfatta della risposta, ma prima che esca mi balza in mente una domanda: “Un’altra cosa…”

         “Si? Che c’è?”

         “Come stà Banana?”

         “E’ completamente dalla parte di Danny, ma sono settimane ormai che mi saluta a malapena. Odia con tutte le sue forze la nostra relazione, ma ormai credo sia lo sport nazionale”. No tesoro, lo sport nazionale è insultarmi.

Meglio non riferirle la visita del centauro geloso a casa mia.

         “Un’ultima cosa… Tu sei disposta a capitolare?”

         “Che domande, certo che no…”.

         L’amore è solo un paradosso, funziona meglio solo quando è pieno di problemi, l’amore è il contrario della tecnologia. Anzi è tecnologia esoterica: un chip ed un ciuffo di peli. Soltanto qualche settimana fa ci chiedevamo se avremmo mai potuto condividere ideali, gioie o un pezzetto di vita in comune. Poi, il fratello ha una copula di troppo e scoppia la bomba. Ci vediamo e sembra di non essere mai stati così uniti. Si dimentica tutto e si cercano spasmodicamente i punti in comune. Si fa del sesso cosmico e ci si scopre legati. Forse i problemi liberano i nodi, i sedimenti, i giochi di ruolo. Nelle avversità si è più veri, non si ha bisogno di indossare maschere a meno che tu non sia un figlio di puttana galattico. Del resto se qualcuno ha bisogno d’aiuto, perché negarlo? Anime ribelli, è più eccitante portare avanti una relazione quando il mondo intero la osteggia. E’ bello poter dimostrare l’eventuale cantonata presa dall’intero pianeta. Ma chi ha ragione e chi può dirlo? La sento accendere l’auto e sfrecciare per la mia via. C’è un odore di fumo inaudito in camera, spengo le luci del salotto, mi faccio un succo all’ananas in cucina e lo metto sul comodino. Fuori è caldo e l’afa asciugherà il vapore impigliato sulle finestre e sulle piastrelle. Aprire tutto e sentire il venticello è anche una buona scusa per avere Beatrice che gira per casa.

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre parole:

“Così come io ho sempre creduto nel suo valore, lui ha sempre creduto nella mia forza, mi ha sempre ripetuto che ero più in gamba di quanto pensassi. E io so, senza che me l’abbia mai detto nessuno, che è questo che fa l’amore, quando è vero amore: ti rende più grande di quello che eri, più grande di quanto pensavi di poter mai essere” (Veronica Roth)

“Se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara” (Dalai Lama)

“Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non iscambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più alta delle felicità umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglierà quell’attimo” (Gabriele D’Annunzio)

Dieci suoni:

Japan, Quiet life 1980

Manic Street Preachers, Generation Terrorists 1992

Kraftwerk, Autobahn 1975

Blondie, Eat To The Beat 1981

Simple Minds, Sons And Fascination 1981

Freur, Doot Doot 1983

The Crass, Stations Of The Crass 1984

Duran Duran, Rio 1982

Brainiac, Electro-Shock For President  1997

Modern Eon, Fiction Tales 1981

 

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

 

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