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by • 10 marzo 2017 • Life & CultureComments (0)575

Pimlico – Capitolo 25

Capitolo 25 Pimlico

Sound Of Drums

Kula Shaker 1998

“Ho bevuto un unico sorso di vita. Ti dirò quanto l’ho pagato: esattamente un’esistenza – il normale prezzo di mercato, mi hanno detto”

Emily Dickinson – Poesie

         I sogni significano qualcosa, i sogni sono realtà dietro le palpebre. Sogno poco, e quel poco non ha nemmeno bei contorni, l’ultima volta avevo sognato di essere un archeologo che prendeva la multa in una autostrada della Svizzera, e sfiderei tutti i più grandi strizzacervelli del mondo a spiegarmi che cosa voglia dire. Senza contare quel sogno di qualche tempo fa, appunto quando mi facevano il terzo grado per entrare nel club dei singles; cose assurde, stratificate come un tiramisù alto due piani. Stavolta ho sognato migliaia di tamburi che suonavano per la mia incoronazione, nessuna parola, soltanto ritmi differenti per ore e ore, suoni pieni, grassi, caldi, melodie ritmiche ora delicate ora furiose. Battiti cardiaci amplificati, toni e tuoni, picchiettare di gocce sulla terra, alberi percossi. Un lungo unico ritmo vivente che mi entrava dentro per comunicarmi qualcosa. Avevo un lungo ed incessante rave notturno dentro la mia scatola cranica addormentata. Il suono dei tamburi, il suono dell’esistenza. Non so cosa voglia dire, nemmeno me lo chiedo, prima o poi qualche cosa, qualche avvenimento, qualche vicissitudine me lo rivelerà nella sua interezza. Magari sarà un cucchiaio che batte su qualche tavola, o un ragazzino che suona la batteria in casa, o il ritmare di un pallone da basket su un selciato, oppure qualcuno che si inventa un ritmo con le labbra. Non me lo chiedo, so che arriverà l’illuminazione, a patto di non cercarla spasmodicamente. Non sarò io a trovarla, sarà lei che deciderà di rivelarsi. Ma solo in quel momento ed in quel luogo. Prima non vale. Vai per la tua strada, mi diceva il ritmo in sogno e prendi le direzioni che più ti aggradano. Fai ciò che vuoi. Tu SAI cosa significa. Io non ho la minima idea, ma se il sogno così ha parlato, allora io ci credo. Il ritmo è la base, il ritmo è tutto: è caldo, sudato, ansante, oscuro, tutt’altro che puro e brillante. Lo si può scorgere a Memphis, a New Orleans, nero e duro come il porfido, scivoloso come il sesso, malizioso come l’inferno. Pieno di fluidi corporei e lingue che sbattono sulla carne; immagini di Bosch e visioni di Lautrèamont; Yu-Gung degli Einsturzende Neubauten; i flashes della Dream Machine di Gysin; un film porno in bianco e nero visto alla TV; il respiro incessante dopo una corsa pericolosa; un’impresa che nulla ha a che fare con la giustizia; caffè e benzedrina; strani attrattori; i Nitzer Ebb; richiami di H.P.Lovecraft; i primi Stones; Cuba Giamaica Port St.Michel; lycra bagnata aderente sul corpo. E’ insopportabile e doloroso come il silenzio. Anche il silenzio ha un suono, un ritmo; che magari è quello della neve che cade, con l’aria – rarefatta, pesante ed espansa – che tamburella a tempo sui fiocchi. O quello dei libri che si stirano durante la notte, dilatando le pagine quasi volessero imitarci quando ci stiracchiamo le stanche membra o i muscoli indolenziti. Provare ad ascoltare il silenzio, a seguirlo. Non il silenzio assoluto, quello non esiste, non può esistere in natura, intendo quel silenzio contaminato, quello sbavato dal brulicare di suoni di mondi ai quali non siamo soliti prestare attenzione. Qualche volta le sento le voci dei mondi, dei mondi piccoli che vogliono farsi notare. Ma è difficile, mi riesce difficile vedere il loro ritmo, sentire le nanosinfonie che prendono vita, che si agitano come cuccioli scodinzolanti e pieni di affetto. Certe volte riesco a sentire anche suoni che non esistono, ma che si generano spontaneamente dentro di me: il suono di una lacrima che cade, delle unghie e dei capelli che si allungano, il suono dei liquidi intimi, della pelle che cambia; la corrente che passa gorgogliando attraverso i cavi elettrici o il legno che borbotta, il mio Apple che si riposa.

         Apro gli occhi e vedo Beatrice che ronfa in perfetto tempo dispari a dieci centimetri dalle mie orecchie, mollemente adagiata sullo stesso cuscino. Beatamente. Mentre io realizzo di essere in orribile ritardo sulla tabella di marcia. Al lavoro cambio l’interruttore sulla vita di riserva e vado in in apnea. Ho dovuto fare tutto di corsa e con l’ansia, al risveglio; con il risultato che la giornata è divenuta peggiore di quella che mi attendessi. Nulla è ritmo qui dentro. Il ritmo è fuorilegge. Qui c’è solo il fruscio dei ticket ospedalieri e i gemiti viziosi della svogliatezza, germi patogeni e l’inutilità della concretezza fine a sé stessa. Forse il vero silenzio, il silenzio totale dato dalla assoluta mancanza di vita e libertà.

         In certi casi è meglio non voltarsi indietro, si diventa statue di sale. Eccoqua. Pensa te. Prova solo a immaginare. Ottoequindici e i primi respiri del male, i primi tenui dolori diffusi: emicrania, fitte alle cervicali e alle articolazioni, nevralgie varie. Mi lacrimano gli occhi, e più li lavo più li sento cisposi e torridi. La testa si espande, vivo delle ore di completo ovattamento. Spero sempre che piova, che gli acquazzoni lavino via i germi putridi e pesanti e i colleghi insopportabili. Spero che la pioggia blocchi in casa il mondo, o almeno quella parte che mi infastidisce. Alle nove e mezza comincio intensamente a bramare l’ora del ritorno a casa, cosicché il dolore si faccia più sopportabile; bramo dal desiderio di infilare la chiave nella toppa, di mettermi il pigiama e restare a poltrire tutta la sera senza uscire e senza vedere anima viva. Respirare. Un succo di frutta e un pacchetto di crackers.

         Fosse per me rimarrei a casa tutto il giorno, senza uscire, guardando la pioggia con una sigaretta in mano seduto davanti alla finestra dello studio, con i piedi sopra il termosifone. Altro che giaculatorie d’ufficio. Oslo, Reykijavik, Malmoe, Anchorage. Voglio vedere foche e merluzzi, orsi polari e pinguini, tundra e licheni. Non esseri umani pelosi, puzzolenti, piantagrane e spaccamarroni. Un cilicio personale da togliere il venerdì sera, quando scompaiono le stimmate contabili. Sestante assestante a sé stante, astrolabio. Fuori il periscopio. Guardali: testa china, pullover, mezzemaniche e dita sulla tastiera. Brave e inconsapevoli persone fuori dalle porte automatiche, quasi tutti almeno: gente con radicati principi morali, oneste, con le schede elettorali compilate alla perfezione; persone rette, quasi altruiste, come Rubens, Iosa, persino Brancamenta.  Ci sono colleghi con i quali dividevo il Valium durante l’adolescenza che adesso, a causa di due scatti di carriera, mi danno del Lei, non ricordando quando, bruciati dalle gocce, andavano a tirare calci alle vetrine dei negozi durante i loro sballi. Dovevo capirlo già da allora: vestivano così male, con quei jeans strettissimi alle caviglie e quei maglioni Isola di Wight, con le loro cassette dei Toto e Vasco Rossi e le festicciole con cazzate tipo Ad Visser e Daniel Sauleka. Donovan sembrava Bryan Ferry in confronto. Per fortuna è – quasi – subito sera. Arbeit Mach Frei. Stasera non uscirò nemmeno, non chiamerò nessuno. Magari sento Monroe più tardi, giusto per sapere come si sente, mi sembra il minimo.

         Sono esattamente le diciassette e trentacinque, giusto dopo una ravanatina all’homunculus, quando suonano. Un suono ritmato, un suono che ho memorizzato da qualche parte, nel passato e nel cervello. Un ritmo che mi apparteneva, tempo addietro. Forse il ritmo che ho sognato la notte scorsa. Forse è Monroe, o forse vogliono soltanto vendermi qualcosa, magari una religione; speriamo abbiano sbagliato campanello. Apro la porta e… Ora io non so chi conosca esattamente l’animo umano, chi possa illustrare alla perfezione le reazioni emotive ma tra l’aprire la porta ed il vedere in fondo alle scale la sagoma di colei che era solita essere mia moglie c’è stato un brevissimo istante in cui il mio io, o perlomeno qualche oscura parte del mio io, sapeva esattamente chi si nascondeva dietro quel segmento di legno, quasi fosse un deja vu con un leggero anticipo temporale. La riconosco da tutto, dalla forma, dal colore dei capelli, dall’odore che sale per le scale e che mi ha accarezzato per anni. Inebetito è la parola giusta, sorpreso un arrotondamento per difetto. Resto immobile sull’uscio, incapace di spiaccicare un minimo accenno fonetico. Mi guardo le ciabatte e la maglietta; devo essere in perfetto ordine. Cristo, non so se puzzo! Merda è l’anagramma di derma.

         “Puoi aprire per favore?”

         Eh? Cosa? Come? Aprire? Certo, si, subito. Dov’è il pulsante? Apro, che diamine! Certo che apro, subito, aspetta solo che capisca cosa devo schiacciare, certo che apro, ecco apro, aperto, ecco, ovvio che apro il cancello, scherzi? Perché non dovrei aprirlo? Apro, certo…Ci mette almeno quaranta minuti a salire le scale, almeno così mi sembra.

         “Ciao, posso entrare?”

         “Beh…Si, entra”

Qualcosa di simile al silenzio per un tempo variabile che va dai cinque secondi ai dodici anni luce.

         “Ciao”

         “Cosa vuoi?”

         “Ti sei sistemato bene, mi sembra”

Cos’è venuta a fare, un sopralluogo per conto dell’USL? Li fa un mio collega quelli. Non mi incanta, l’ho frequentata per oltre dieci anni e conosco quel tremolìo della bocca e quel colorito pallido.

         “Con le poche cose che mi hai lasciato dopo il saccheggio credo di aver fatto miracoli. Cosa sei venuta a fare? Se ti riferisci al ritardo del bonifico mensile a giorni avrai tutto, ho avuto un po’ di problemi questo mese. Se è per qualcosa d’altro allora cerchiamo di non fare gli stupidi e a non sprecare il tempo con le frasi di circostanza”. Ecco, sia ben chiaro. Che dopo mi tornano in gola tutti i minuti che ho passato con te, e tutti quelli che ho passato senza te. E si uniscono in un bel groppo impossibile da sturare.

         A volte i paradossi. Le certezze più solide e stupendamente vive che hai nella vita sono quelle che finiscono con il deluderti prima. Da bambino ero convinto che i numeri dovessero finire prima o poi; che senso aveva stare lì a contare per l’eternità? Impilare cifre su cifre fino alla fine dei propri giorni e oltre? Non riuscivo proprio a entrare nell’ordine di idee che qualcosa non avesse fine. Mi sembrava impossibile e anticostituzionale. Più aggiungevi numeri e più potevi sommarne uno. E ti ritrovavi al punto di partenza. Ma come? Tutto aveva una fine, anche le cose più rare, esotiche ed irraggiungibili: il mio cane, la raccolta delle figurine, l’epopea di Sandokan, il campionato di calcio, il Papa. Finiva il Papa e i numeri no? Ma se ero convinto che anche il dolorosissimo (per me) ciclo di vittorie della Juventus di Furino prima o poi sarebbe finito. Se ero arrivato a una simile conclusione, come potevo solo lontanamente accettare il fatto che quei piccoli sculettamenti di penna da addizionare, sottrarre, dividere e moltiplicare fossero immuni dalla parola fine? Li avevo sempre odiati i numeri, poi. Sempre incastrati l’uno sull’altro, piramidi formate da decine, virgole, decimali, radici. Incubi matematici. Puzzle di asetticità e perfezione. Con il tempo ho dovuto mio malgrado ammettere che una certa soddisfazione nel risolvere una particolare equazione o un problema di geometria analitica si riusciva a tirar fuori. Ma valeva la pena raschiarsi le cellule cerebrali? Lo stesso succedeva per il modo che avevo di rapportarmi alle altezze: ero profondamente convinto, roba da scommetterci le chewing gum con le foto dei giocatori, che gli adulti, lì sopra, soffrissero di vertigini. Sai che botto se cadevano? E non era impossibile, a mio vedere, che cadessero; con un baricentro così alto l’equilibrio mi sembrava qualcosa di molto instabile. Tutto questo perché? Perché, allo stesso modo, diventando più grandicello, mi ero convinto che la nostra relazione non sarebbe mai finita. Avrei sempre aggiunto un giorno. Per quanto doloroso avesse potuto essere. Non saremmo mai caduti. Perchè volevamo rimanere piccoli per tutta la vita. E adesso è qui, e comincia a gocciolare dagli occhi e a torcersi le mani. Non la tocco, non la posso toccare, altrimenti la mia terapia dell’ultimo anno va a farsi fottere; convogliamo il pensiero su Monroe nuda a letto, o sulle mongolfiere di quell’altra… come si chiamava… Clelia, sì Clelia. E se proprio non fosse possibile, pensiamo a Baresi che ferma l’attacco del Real Madrid quel giorno inciso nella memoria, quando lo stellare Milan di Sacchi ne inchiodò cinque dentro la rete dei supponenti iberici.

         “Sei incazzato con me, immagino”

         Figurati, chi io? Solo perché sei sparita dalla mia vita dopo millemila anni di vita in comune più altri centocento anni di matrimonio facendomi quasi venire un esaurimento nervoso dal quale ci metterò cinque vite per riprendermi? Perché mi hai lasciato come un perfetto idiota dalla mattina alla sera? O per essere stato lo zimbello dell’intera città per mesi e mesi? Per così poco? Naaaaah, non me lo permetterei mai.

         Forza Baresi.

         “Dovrei forse? O devo comunicarlo al tuo avvocato?”

         “Volevo vederti, non hai mai avuto voglia di vedermi in tutti questi mesi?” adesso singhiozza rumorosamente “Ho lasciato così poco nella tua vita, nonostante gli anni trascorsi in perfetta simbiosi?” blah blah blah, Madame Bovary, non attacca. Non più. Il secolo scorso è passato da un millennio, cambia registro che qui ormai si respira aria nuova.

Che ci fosse già stato anche Evani quell’anno?

         “Ti ho visto dall’avvocato poco tempo fa, mi è bastato. In ogni caso non parlavi così fino a pochissimo tempo fa. Siediti pure, se vuoi. Un anno fa ero un essere abietto, primordiale, un inetto, una palla al piede; uno che ti ha rovinato l’adolescenza. Roba da sanatorio, da psicologo. Un Girolimoni. Permettimi di essere sorpreso, guardingo e poco incline a dimenticare. Soprattutto poco incline a dimenticare. Ho passato mesi desiderando vederti ogni singolo istante della giornata. Ho passato intere nottate cercandoti dietro qualsiasi angolo. Adesso basta, grazie. Mi hai fatto più male tu di qualunque altro essere umano, hai scavato ferite profonde e difficilmente rimarginabili, ed ora mi capiti qui ansiosa di vedermi. Cazzo succede? Che minchia vuol dire adesso perfetta simbiosi?”

Sì sì, mi sa che c’erano sia Evani che Ancelotti. Dopo devo sfogliare l’almanacco.

         Ma prima mi piacerebbe rincarare la dose: “se vuoi quei maledetti soldi me li faccio anticipare da Simone e domattina ti faccio il bonifico, sarai qui per la vile pecunia, immagino. Beh, non preoccuparti”. Non risponde, continua a guardarsi in giro con aria nostalgica. Mi sta facendo perdere tempo prezioso.

         “Insomma, che cosa vuoi? Spara e vediamo di chiudere al più presto questa sceneggiata patetica”

         “Succede che le cose non sono mai come ce le descriviamo, non corrispondono mai alle nostre immagini mentali” si soffia il naso con un fazzolettino di carta “succede che negli ultimi tempi mi va stretto tutto, succede che ultimamente ciondolo spesso da queste parti senza mai trovare il coraggio di entrare. Perché ti conosco e so come avresti reagito, so come reagirai a ogni mia parola. So come la pensi e so che non ti smuovono le montagne; però ho preferito affrontare questo leviatano che ho nello stomaco. Me lo dovevo, ed eccomi qui.”

         Cosa vuole esattamente? Qual’è il motivo scatenante da farla salire una rampa di scale, la mia rampa di scale? Tiriamo fuori la verità senza rifare le scene di Via Col Vento.

         Anche Colombo c’era! Angelo Colombo, cazzo quello sì correva come un matto.

         Mi pare di essere quelli che per ritardare l’orgasmo pensano alle cose più nauseabonde, tipo vasche di vermi o necrofilia o annusare la testa sudata di un vecchio mentre prende la pioggia. Robe così.

         “Sei venuta qui a piangere o ti serve qualcosa?”

         “Sapevo che avresti reagito così, l’hai sempre fatto; è un tuo modo per difenderti quando hai paura. Non mi stupivo prima, figurati adesso”.

         “Quanto abbiamo vissuto qui noi due?” continua “ti ricordi? Ti ricordi che dovevamo cambiare l’arredamento?” certo che ricordo puttanaeva, me l’hai portato via in due raid notturni “Fammi sentire se ci sono ancora gli spifferi in quell’angolo”, si sposta di scatto portando in avanti le mani “Non siamo mai riusciti a capire da dove venissero. Lo studio? Hai cambiato qualcosa dentro lo studio?”. Tenta di ricomporsi. Io scommetto che il Polystil Peloso sa che sei qui e probabilmente ha l’auto parcheggiata a non più di un chilometro.

         “Già, abbiamo vissuto un bel po’ di anni, qui dentro… Poi tu hai preferito cambiare idea, casa, marito ed amicizie. Non te lo faccio vedere lo studio. Non ora, perlomeno. Era nostro, ma ora è solo mio. E’ solo mio e hai perso il diritto di esserne ammessa. Voglio sapere perché sei qui.” Il pallone è mio e giochiamo finché lo decido io, sarà infantile ma lo pretendo visto quanto è costato il pallone. E poi, io ho Baresi dalla mia. Dai, facciamo pure le formazioni, ti lascio Rui Barros visto che come altezza ci siamo.

         “Certo, non sarà giusto, ma io, a differenza di te, non mi faccio frenare da stupidi codici morali, orgoglio e chissà quant’altro se c’è in gioco la mia felicità e la mia salute psico fisica” pausa, adesso sono sicuro che me lo dice.

         “Hai capito cosa voglio dire?”

         “No”

         “Dico che pensavo di stare meglio e invece non è andata come pensavo”

         “Muoviti e non usare parabole, non ho capito un cazzo. Se non capisci chiedi all’avvocato, lo paghi anche per quello” non ho nemmeno voglia di capire, io. Bei nervi saldi, comunque. Non fa una piega.

         “Abbiamo la possibilità di ricominciare a frequentarci? Solo frequentarci, non pretendo un rapporto, sesso, obblighi; soltanto cominciare a vederci ogni tanto”.

         Certo che no.

         “Non mi va di stare male, ho già dato in passato. Non mi va proprio di frequentarti, mi prendi per il culo? Cosa dovrei fare, accompagnare te ed il tuo bello, il tuo uomo tutto pelo, capelli e retrazione gengivale in giro per locali o al cinema? Dovrei andare a prendertelo a casa quando ha la macchina rotta? Sei scema o che?”

         “Ho usato la parola frequentarci perché sarebbe oltremodo imbarazzante e disdicevole, tanto per usare le tue terminologie da fumetto, ricucire il rapporto in quattro e quattr’otto…E non serve che tu lo offenda, soffre molto anche lui, sai”.

         “Cazzo me ne frega se soffre, per me potrebbe anche saltare sopra una mina antinano, o fare i gargarismi col vetriolo, non sono mica un frate trappista io. Se soffre vai consolartelo, il piccolo naviglio. Ma hai visto come assomiglia a Austin Powers? Non ti vergogni a girare con i freaks? Che merda avrai trovato di così affascinante in quella paletta per gli escrementi! Me lo chiedo ogni santo giorno senza trovare risposta”.

         “Non pretendo ti sia simpatico, ma almeno cerca di non essere maligno gratuitamente nei suoi confronti. Non davanti a me.”

         “Fanculo, se non ti sta bene perché sei qui, allora?” ti metto spalle al muro io, te e anche quel rasoterra del tuo amichetto; lo uso per pulirmi i mocassini sporchi di materiale radioattivo.

         “Hai una relazione vero?” cambia gioco la stronza, da uomo passa a zona. Ripeto: io ho Franco Baresi, non si passa.

         “Chiedilo a Erika. O al tuo avvocato. E tu?”

         “L’ho fatta io la domanda”

         “Beh, io l’ho girata a te. E comunque avevi eluso la mia precedente, quindi…”

         “Quasi…”

         “Come sarebbe a dire quasi? Cosa porco cazzo merda schifo significa quasi? Ne ho piene le palle di essere preso per il culo”mi sa che entro cinque secondi le metto le mani addosso, giuro. Se continua con questi giochi le metto le mani addosso. Non ho mai picchiato una donna, ma forse è il caso che io cominci.

         “Non ho proprio una storia; l’ho avuta, sai benissimo che l’ho avuta fino a un paio di mesi fa, poi è scattato qualcosa ed ho cominciato a paragonarvi in maniera maniacale. Non era voluto, ed è anche squallido e mi sento in colpa per questo. Perchè mi sembra di prendere in giro tutti e due. Però mi succede”.

         “Non ho ancora capito il quasi”

         “Il quasi significa tempi dilatati, affievolirsi della passione e bla bla bla…Ci si vede meno, quelle cose lì insomma…”

         “Cazzi tuoi, io non c’entro. Potevi pensarci prima di fiondarti col papero”

         “Potevo, ma non l’ho fatto”

         “E… sesso… Ne fate ancora?”

         “Che differenza fa?”

         “Fate sesso?”

         “Si, ma…”

         “Non dire altro per favore”

         “Non hai nessun diritto su di me”

         “E’ vero, però ti rammento che sei TU seduta in una casa che non è più tua e che tra mutuo e alimenti mi fa vivere quasi come un homeless”.

         E’ ancora bellissima, e lo so che se parla ancora un po’ cancella un anno di rancori e dolori. Non devo cedere, io li ho gli stupidi scrupoli morali e l’orgoglio e tutte quelle cose lì. ‘Fanculo, li ho e me li tengo stretti.

         Franco, accentrati e occhio che vengono giù dalle fasce laterali come vichinghi.

         “E tu… Tu… Hai una relazione?”

         “Quasi”

Ride. Che dentatura perfetta.

         “Il tuo quasi com’è?”

         “Il mio quasi è un non voler legarsi per non star male, siamo ancora in fase studio reciproco, abbiamo alti e bassi. Ci siamo divisi già un paio di volte. Un caos. Come il mio solito.”

         “Ti stupirai, ma sono contenta che tu sia riuscito a trovare qualcuna. Ti aiuta, ti distoglie dalle preoccupazioni. Il lavoro come va?” Madre Teresa Di Calcutta, Bernadette Soubirous, Madame Curie, Rita Levi Montalcini, Grazia Deledda, un Premio Nobel per prendersi cura della mia persona. Vai a cagare, amore.

         “Lascia stare. Bevi qualcosa?”. Giusto per essere educato, avevo offerto da bere anche a Banana, e con lui non ero mai andato a letto o in vacanza.

         “Sei innamorato di lei?” avanti col confessionale, la prossima domanda sarà ‘quante volte, figliolo’?

         “Se ti dicessi non sono affari tuoi capiresti che non lo sono. Quindi ti rispondo sì ed evito un ulteriore terzo grado” sono intelligente e furbo come una faina, non ho detto nulla ma si può capire qualunque cosa.

         “…Capisco. C’è uno spiraglio per me?”

Traversa, ma Giovanni Galli c’era.

         “Fino a poco tempo fa c’era sicuramente, adesso non te lo saprei proprio dire. Io cerco di chiuderlo il più velocemente possibile quello spiraglio”. Ho chiamato l’impresa che si occupa del Ponte sullo Stretto per chiuderlo, porcaputtana.

         “Capisco anche questo. Posso farti una domanda?”

Finora cos’hai fatto, melina? Ma non riesco a dirle no.

         “Se sei veloce e non presuppone una risposta lunga”

         “Sei più stato nel posto dove andavamo ogni tanto a passare qualche giorno?”

         “No, lo sai benissimo…” lo sa benissimo, altrimenti non l’avrebbe chiesto, so anche che è reciproco, ma è meglio averne la certezza “…e scommetto che non ci sei stata nemmeno tu”.

Sorridiamo, di due sorrisi diversi ma sorridiamo.

         “Ci conosciamo ancora bene, vero?”

         “Io non ho dimenticato nemmeno un giorno di quelli che abbiamo passato insieme, solo che quei pochi ultimi momenti mi offuscano tutto il bello che abbiamo condiviso. E non credo che potrà mai cambiare. Ti porto un succo di frutta, odio vedere gli aloni lasciati dalle lacrime in giro per la casa”.

         Quando torno sta sbirciando per la casa. Ha ancora il fazzolettino in mano.

         “Tieni”

         Lo so che non lo devo fare ma mi trovo a cingerle i fianchi con le braccia e ad avvicinare pericolosissimamente la mia bocca alla sua. Perché non si tira indietro? Lo faccio io con uno sforzo sovrumano, segnando il più bel goal della mia carriera. Corro ad abbracciare Franco Baresi e ad esultare sotto la curva sventolando la maglia, questo si chiama attaccamento ai colori sociali..

         “Scusa, non volevo”.

         “Si che volevi”

         “Okay, lo volevo, ma evidentemente non lo volevo abbastanza, va bene così?”

         Sono rosso fuoco, lo sento. Ho la gola in fiamme e le orecchie bollenti. Sono intimorito e narcotizzato. Ancora una volta. Vorrei aver ripreso tutto con una telecamera per mandare il filmino al Renato Rascel dei poveri che, sono sicuro, sta girando come un matto in cerca di lei.

         Questa donna ha bombardato tutto con il napalm in pochi minuti, ha usato l’Agent Orange su di me mesi orsono e lo sta facendo anche ora. Ma io non ho più voglia di mettermi a ripopolare la zona, non ne ho le forze. Si soffia il naso. Il muco è una costante in certi casi, lo so bene.

         “Non sono nella condizione di poter portare avanti una trattativa, me ne rendo conto. Vorrei soltanto che continuassi a pensare che esisto. Tutto qui”

Tutto qui? Non mi sembra cosa da poco.

         “Suonano?”

         Brutto quando hai sensazioni pericolose, perché di solito si avverano. Aprire la porta e trovare Monroe esattamente davanti all’uscio non è la più bella sorpresa della mia vita.

         “C’era il cancello aper…”

         Ha già capito, la vede nitidamente in fondo al corridoio. Cristo, fermati lì altrimenti scatta il fuorigioco. Fermati.

         “Entra, poi ti spiego, ti prego di non fare storie. Non è come credi…” bisbiglio sottilmente.

         Dovrei fare le presentazioni, come uscirne? Come evitare che due mantidi religiose si fumino il maschio che hanno tra le zampe? “Ehm… Vi conoscete già, credo”.

         Avverto un paio di saluti incrociati e svogliati. Vedo due sguardi intensi. Ognuna cerca di capire le motivazioni dell’esemplare femminile che si para davanti. Due scanner a pieno regime che stanno masterizzando informazioni a cinquantadue per. Poi la numero uno rompe la tensione.

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre parole:

“E’ comune defetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta” (Machiavelli)

“”Sempre” e “mai” sono due parole che dovresti sempre ricordare di non usare mai” (Wendell Johnson)

“Quando un amore finisce, uno dei due soffre. Se non soffre nessuno, non è mai iniziato… Se soffrono entrambi, non è mai finito” (Marylin Monroe)

Dieci suoni:

SPK, At The Crypt 1981

Bee Gees, Odessa 1969

Tori Amos, Little Earthquakes 1992

The Zombies, Odessey And Oracle 1968

Bettie Serveert, Palomine 1992

The Adverts, Cast Of Thousands 1979

BMX Bandits, Theme Park 1996

Eyeless In Gaza, Drumming The Beating Heart 1982

Amy Winehouse, Back To Black 2006

Kevin Coyne & Dagmar Krause, Babble 1979

 

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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