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by • 7 aprile 2017 • Life & Culture, Senza categoriaComments (0)509

Pimlico – Capitolo 27

pimlico 27

Bachelorette
Bjork 1997

“Un’avventura è solo una disavventura vista dal lato buono”
Gilbert Keith Chesterton – All Things Considered

       Non è successo niente quella sera, io ho ballato svogliatamente un paio di brani e biascicato qualche parola, mentre i miei amici – parole loro – si sono divertiti come non mai. Elena è rimasta seduta da qualche parte a sbaciucchiare il suo belloccio per tutto il tempo, Miss Ender è andata esattamente all’angolo opposto rispetto alla mia posizione con il nerdoso ed amici vari dalle mirabili facce di cazzo, quasi volesse giocare a scacchi, e Ginevra/Justine/la psicopatica passava a intervalli regolari facendomi ciao ciao con la manina per mettermi in imbarazzo. Parevo il vigile del locale, quello messo in mezzo per sgombrare il traffico e il caos prendendosi un colpo di sole e mille improperi.

       Mi sono divertito? Non posso dire di essermi annoiato, quindi…La risposta è si? Mi hanno aiutato nell’impresa le bariste ed i loro vodka con succo d’arancia. Single è una bella parola, cioè, voglio dire, quando ti chiedono spiegazioni in merito rispondere single quasi ti valorizza rispetto a rispondere: ho un/a ragazzo/a. Vero? Single è anche, etimologicamente parlando, una bella parola, piena, rotonda, parzialmente esotica; rispondendo single accendi nella controparte l’idea che passi le tue giornate saltando da un letto all’altro, da una partner vogliosa alla successiva, divertendoti a più non posso; tutti si immaginano che la tua vita sia solo un susseguirsi di problemi tipo: cosa mi metto stasera? A che festa vado? Con chi devo uscire? Single invece significa piatti sporchi sul lavandino, capelli arruffati, tazzine piene di mozziconi, divani sfondati e malinconie. Ma anche crisi quasi depressive, occhiate alla segreteria telefonica e un leggero alone di sfiga che ti accompagna come la nube di Fantozzi. Io posso definirmi single in quale senso del termine? Sono separato, annuso un’imminente e dispendiosa causa di divorzio, nonostante il pellegrinaggio di Kornelia Ender a casa mia e frequento una ragazzina. Questo fa di me un gentiluomo lunatico? Non mi faccio guidare né dal cuore né dal cazzo, forse è il cervello a guidarmi, di certo non vado da nessuna parte comportandomi così. Con Monroe ho una specie di contratto, di patto, siamo quasi una coppia ma non proprio; due single che sfasano, un uno più uno che da come risultato due meno meno. Il resto è buio fitto, è doppiare Capo Horn di notte su un asse da stiro.

       E poi non mentiamoci, single – in fin dei conti – vuol dire solo. Smadonnare, sgargarare fuori Cristi luminosi per farti calmare. Questo è essere soli. Farsi del male ascoltando le canzoni più tristi mai incise in duemila anni di storia. Tazzine putride sul lavandino piene di mozziconi e mosche, mobili impolverati con un sottile alone giallognolo, lenzuola aggrovigliate e scarpe sfilacciate. Pantaloni dalla stiratura obliqua, pasti prefabbricati, orari sfasati, diete mediterranee e mezze-terranee, relazioni instabili. Beh, forse single non è proprio la stessa cosa di solo. Okay, non sarò l’unico ad aver passato e subito questi elettrochock dalla vita, ho parecchie conoscenze over trenta, soprattutto maschili, con pedigree sentimentali disastrati come e più del mio: gente con 12 anni di relazione abbandonati quasi sui gradini dell’altare; altri con un più modesto decennale di convivenza improvvisamente teletrasportati assieme a un’altra donna. Tenui fiorellini che diventano piante carnivore. Coppie dai tempi del liceo che splittano verso i trentacinque. O ancora: vecchi tombeur de femmes che si scoprono single per vocazione o fedayn del sesso con i seni cadenti che capiscono di non essere mai riuscite a tenersi un uomo. Sembra che lì fuori sia un’unica, immensa dimostrazione vivente di come sia impossibile stringere una relazione sentimentale per tutta la vita. Io almeno c’ho provato a sposarmi, e ci credevo pure; il mio sì di quel giorno era per sempre, non fino alla prossima volta.

                Nothing Lasts Forever cantavano gli  Echo & the Bunnymen; manco loro son resistiti. Del resto io sono una parte di quella dimostrazione vivente. Lavo i piatti canticchiando un mambo. È un piacere passare la giornata facendo i lavori di casa in mia compagnia; sono favoloso quando – in mutande e grembiule da massaia – ballo per le stanze, spolverando a ritmo, sembro il cameriere gay de Il Vizietto.

       È un po’ di tempo che io e Monroe ci sentiamo solo per telefono causa esame. Continua a dirmi che per qualche giorno ancora dovrà vivere sui libri, e se da un lato mi fa un certo piacere perché mi lascia ossigeno mentale, mi sento libero, dall’altro mi incupisce perché vorrei averla vicino, vorrei far sesso e poi perché mi chiedo se non mi stia raccontando qualche stronzata e magari esce con Umberto o con qualche amichetto inflittole dalla madre. Forse particolarmente carino. In tal caso non so proprio come potrei reagire, visto che chiamo quasi sempre io. Anche stavolta.

       “Prontoooo”

       Sono già incazzato nel sentirla rispondere con quest’aria giuliva e felice; come si permette? Ma sono l’unico a farmi problemi in questo mondo di merda? Gli altri sono tutti felici o fanno finta di esserlo? Se qualcuno me lo spiega magari poi mi sento più sollevato. Sono incazzato sì, credo che si senta dalla risposta secca: “Non chiami mai tu, vero? E la prima e unica volta che hai chiamato hai fatto un putiferio della madonna”

“Oh…Giuro! Ti stavo telefonando, ho appena messo sul fuoco l’acqua per il tè e mi sono detta: adesso chiamo il mio orsacchiotto”

       “Il tuo orsacchiotto?” nessuno mi aveva mai chiamato orsacchiotto. Non è male. È roba da club gay estremo, ma non è male. Meglio di tapiro, o formichiere. A meno che il soprannome non sia stato scelto per via del pelo e della pancia. A cinquant’anni si è orsi, non orsacchiotti.

       “Si…” ride “il mio orsacchiotto, ti chiamo così con le mie amiche”

       “Uhmmm…Sei uscita in questi giorni?”

       “Beh, certo che non mi sono segregata in casa, cosa vuoi sapere?”

       “Se sei uscita non avevi cinque minuti per venire a trovarmi?”

       “Che palle! Sono uscita con le compagne di facoltà l’altra sera per bere qualcosa in centro, poi con Umberto un paio d’ore l’altro giorno per prendere un caffè… Dio, viene qui a studiare, mi aiuta in una maniera spaventosa, mi risolve quasi tutti gli esercizi di latino, cosa dovrei fare? Sfruttarlo e quando ha finito le pile buttarlo in strada?”

       Perché no? Ottima idea. Umberto studia assieme a Monroe. Non è un bel quadretto, a mio vedere. Anzi, mi fa girare parecchio le palle. Soprattutto lei che, pur sapendo, gli permette di entrare a casa sua e magari – orrore! – in camera sua. Solo io ho fornicato sul suo lettino e solo io voglio detenere il record. Il più a lungo possibile.

       “Uh uh…Vabbè, allora ti lascio studiare. Ciao”

       “Cristo, adesso si è incazzato. Lo so, lo so, adesso partiamo con la scenata del geloso e dell’incazzato. Non crearmi problemi in questi giorni, non farmi gli interrogatori. Te lo chiedo per pietà, lasciami superare questo esame, va bene?”

       “Uh uh… È lì adesso?”

       “Chi, Umberto? No…Oggi non è venuto”

Oggi non è venuto, quindi oggi è un’eccezione, ergo si fionda da Monroe ogni giorno. Sono mica stupido, io. Lo sembro solo.

       “Quando ci vediamo, Umberto permettendo?”

       “Senti, fattela sbollire. O ti fidi o non ti fidi”

       “Tesoro, è chiaro che non mi fido”

       “Cazzi tuoi, ti richiamo io, tra due giorni ho l’esame, poi – e te lo giuro sulle mie mutandine di pizzo – ne riparliamo. Passerò il week end tra le tue lenzuola”

       “Una graziosa prospettiva, con una sola ombra: Umberto”

       “Spiegami una cosa invece: perché sei così attaccato solo quando non ci sono? Quando sono lì con te sei sempre leggermente distaccato, non ho mai l’impressione di averti completamente. Non fare paranoie inutili. Bolle l’acqua… Ciao orsacchiotto, bacetti!” Bacetti.

       Un uomo riesce a infilare una parola ogni cinque femminili. Ma io domani mi apposto sotto casa sua, voglio proprio vedere. Non sono geloso, mi dà fastidio il fatto che potrebbe andare a letto con quell’ossuto capellone. La contamina. Non sono geloso, ma mi farebbe girare in maniera forsennata i coglioni. La cosa che più mi fa uscire di testa è essere preso per il culo. Resto con la cornetta in mano mentre sento il campanello suonare.

       È la pazza quella che vedo in strada, sbirciando dalle finestre? Cosa sta succedendo? C’è un pellegrinaggio di personaggi mentalmente disturbati sotto casa mia? Vengono ad abbeverarsi alla fonte del sapere o sono soltanto venuti a conoscenza che qui si può insultare gratis un uomo di mezza età? Vi prego, basta. Vorrei far finta di non essere in casa, ma persino Beatrice le ammicca dal terrazzino. Un bel sospiro, una ripassata ai capelli e affrontiamo Ginevra. Ovvero come avere un castoro per casa che ti sgranocchia le fondamenta e non riuscire a evacuarlo, come avere Cip&Ciop che ti stanno sgretolando il divano. Mi affaccio alla finestra, intenzionato a non aprire, vedo sfarfallare la zampina del castoro:

       “Ciao, mi fai salire?”

       “Cosa ci fai qui? Cosa vuoi?”

       “Che maniere! Rilassati…Sono venuta a vedere la fantomatica collezione di dischi, il Sancta Sanctorum, il giardino delle meraviglie, l’oscuro oggetto del desiderio, la…” urla come se la stessero sgozzando, questa non se ne va più se non la faccio salire.

       “Okay, okay, ho capito, basta così. Non serve urlare, entra, ma solo per due minuti.”

       Mi chiedo cosa potrebbe accadere se qualcuno dei vicini si accorgesse dell’andirivieni di donne che salgono le mie scale negli ultimi giorni; si immaginerebbero chissà quali orge luculliane, quando invece in questi giorni si oltrepassa il mio androne solo per insultarmi. Spero che non escano storiacce sul fatto che han visto una che pare minorenne entrarmi in casa. Lo spero proprio. Spero che non passi Monroe, non ho abbastanza lysoform per pulire tutto il sangue.

       “Cosa fai con addosso quel grembiule ridicolo?”

       “Sto lavando i piatti. Anzi, stavo lavando i piatti prima che tu arrivassi”

       “Beh, magari potresti metterti anche un paio di pantaloni…”

       Cazzo è vero! Stavo ballando con la scopa in mano, prima che arrivasse il castoro a rosicchiarla. Avevo questa bella compilation di Astor Piazzolla e facevo il tango a due con la scopa prima di mettermi a lavare i piatti. Che figura di merda, devo essere color amaranto in faccia.

       “Ouch, scusa hai ragione…Torno in un secondo”

       “Vuoi che ti aiuti? A lavare i piatti, intendo” la sento urlare dall’entrata “Lo faccio sempre in casa, aiuta a rilassarsi e a pensare”

       “No grazie. Faccio da me”

       “Mi offri un whisky?”

       “Nemmeno per idea. Puoi chiamare il tuo fratellone tutte le volte che vuoi”

       “Non sono una bambina”

       “Non sei nemmeno una donna, se è per questo. Vieni che ti faccio vedere i dischi così poi smammi”

       Non fa in tempo a entrare nello studiolo che mette mano sulle riviste, sui compact, sulle mie agende, sui vinili accatastati, cacciando gridolini e urletti. Non tocca, accarezza, ma mi dà ugualmente fastidio.

       “Vuoi star ferma per favore?”

       “Oh scusa. Figata qui, anche se sei proprio un feticista, hanno ragione i tuoi amici”

       “Ragione o non ragione non provare a toccare niente. Va bene?”

       “Okay, non ti scaldare! Mi hai fatto la cassetta?”

       “No. Non…Ancora”

       “Cos’è questa roba che stai ascoltando?”

       “Opposition”

       “Mai sentiti, una tristezza infinita”

       “Non eri nata, semplicemente. Io non offro whisky alle persone che non erano nate all’epoca degli Opposition”

       “Se voleva essere una battuta era carina”

       Quando se ne va? Continua a girare per la stanza, in estatica ammirazione mentre continuo a puntarla come un segugio. Non ha l’aria della cleptomane o della ladruncola (non uscirebbe mai viva da qui con un disco sotto il braccio), ma meglio sempre prevenire qualsiasi suo danno. Sembra nata in mezzo ai guai. Cammina lentamente, muovendo gli occhi a una velocità supersonica, forse Mach5, lanciandomi ogni tanto qualche occhiata di sghimbescio.

       “La tua bella non c’è?”

       “No, ti avrebbe già sbranata se fosse stata qui…”

       “Non credo, non credo possa sentirsi in competizione con una ragazzetta bruttina, anche se molto intelligente.” Sorrido. Mi sorrido dentro…Potrebbe essere la figlia che non ho mai avuto. L’avrei voluta più o meno così. Ginevra è uno di quei personaggi che irritano al primo acchito, ma non riescono a risultarti antipatici, anzi, dopo cinque minuti provi un benevolo calore nei loro confronti. Mi sento veramente come se fossi lo zio illuminato o il fratellone affettuoso, muscoli esclusi.

       “Dai, siediti. Ormai che sei qui ti offro un tè”

       Seduti sul minuscolo tavolo in cucina gira gli occhi verso le pareti quasi fosse sulla terra solo per carpire informazioni; poi mi punta, e con la maggior calma che possiede mi fa: “sai, sono ancora vergine. Dovrei fare qualcosa secondo te?”.

       Faccio finta di bere il tè per un tempo lungo quanto quattro o cinque tazze. Mi ustiono lingua, palato ed epiglottide, poi riprendo “Che razza di discorsi…Cosa vorresti dire?”

       “Uh, niente… È che a scuola mi prendono un po’ in giro. Non do ascolto naturalmente ai miei compagni ed alle loro stupide trivialità sessuali, sono comunque degli sfigati con la vita già inscatolata dai genitori. Anche se a loro pare il contrario. Sono io che avverto forse l’esigenza di liberarmi della mia verginità”.

       Ogesummaria, io devo avere una calamita che attira tutti gli individui borderline della provincia; ora devo improvvisarmi anche psicoterapeuta “Non stiamo parlando di un dente cariato. Non è che esci per strada, trovi uno e gli chiedi se può per cortesia aiutarti a scopare per la prima volta. Non è come spostare la macchina in panne, o tenerti fermo il chiodo mentre attacchi un quadro alle pareti.”

       Spero non voglia chiedermi di toglierle il fardello, spero non arrivi a tanto. Non è che per caso qualcuno sta cercando di incastrarmi per sbattermi in prima pagina?

       “Lo so che è così, sei stupido? È che credo sia una cosa che dovrei fare adesso. Mi sembra un blocco che mi aiuterà a uscire per sempre dall’adolescenza. Credo sia ora”

       “Ma sei innamorata di qualche tuo coetaneo?”

       “Se togliamo una leggera infatuazione per un tuo amico, non ho nessun uomo nella mia vita. A te non ti trovo particolarmente bello, con quelle orecchie, non sei da buttare ma nemmeno un adone. Poi sembri mio padre”

       “Bene, per un attimo avevo temuto che il tuo cervello bacato volesse che io, sì…hai capito…” bene davvero, manteniamo le distanze, che al giorno d’oggi basta un nonnulla per essere etichettato come pedofilo, la stampa aspetta soltanto di buttarsi a corpo morto sul proprio mostro settimanale. Già mi vedo i titoli in corpo diciotto: Preso l’UnaBomber delle vagine diciottenni. Tutti i dettagli all’interno.

       “No, no, tranquillo. Anche perché se te lo chiedessi e tu mi dicessi di si mi sembreresti un vecchio, squallido, porco pedofilo”.

       Vecchio. Porco. Pedofilo. Ah già, ha detto anche squallido. Ok, dove sono i reporter?

       “Grazie. Allora, qual è il problema?”

       “Non è un problema. Volevo sapere se diciott’anni è una buona età per farsi deflorare”

       “Ma come fai a parlare di queste cose con uno che conosci appena e che ha quasi il triplo dei tuoi anni?”

       “Con chi ne parlo? Con i miei compagni babbei? Con mio fratello? Con la mamma?…Sai mamma, volevo farmi scopare, credi sia il momento adatto? Conosci qualcuno che potrebbe darmi una mano? Non mi sembra fattibile, ne converrai”.

       “Non hai la classica amica del cuore?”

       “Si, ne ho parlato…Ma non fa testo, lei ha perso la verginità a quindici anni, è una specie di ninfomane praticante e non fa altro che ripetermi di darla in pasto ai cani”.

       “Darla in pasto ai cani!? Ma che termini usate?”

       “Intendeva: liberarmene”

       “L’ho capito, perché allora non usa il termine liberartene?”

       “Non è abbastanza trendy. Sai, i giovani oggi sono così”

       I barra giovani barra oggi barra sono barra così punto. Ci sono almeno undici insulti in queste cinque parole: mi si da, nemmeno tanto velatamente, del vecchio che ha perso ogni contatto con le nuove generazioni, in tutte le permutazioni possibili.

       “Ho capito, l’amichetta disinibita. Ne avevamo anche noi una in classe, la chiamavamo Sendero Luminoso, credo non serva spiegarti il motivo. Aspetta…” tolgo gli Opposition – che effettivamente oggi paiono una lagna – e inserisco sul piatto qualcosa – Nuisance dei Menswear – che immagino possa piacerle. Da adesso è una mia cara amica. Checché ne possano pensare Monroe, i piranhas o chiunque altro.

       “Figa sta roba, cos’è? Wow, che figata? Fa vedere…” le porgo la copertina, si squadra attentamente il libretto interno con le facce dei bamboccini brit e rimane estasiata: “Però! Erano anche carini…Questo soprattutto, un faccino proprio carino…”.

       “Quale? Fammi vedere…” indica la faccia lessa di Chris Gentry, all’epoca appena diciassettenne.

       “Bravissima. Vedi che ti rispondi alle paranoie da sola? Voglio dire…appena senti i Menswear, pur senza conoscerli, ti intrigano. Ti piace Londra, ti tagli i capelli come Justine delle Elastica…Non è proprio una cosa per l’uomo medio della strada, e sei anche circa 15 anni in ritardo su tutti i trend giovanili. Vorresti dare la tua verginità al primo che capita? Che orrore!”

       “Sì, capisco…Non è tanto l’aspetto temporale quello che conta.”

       “Promossa.”

       “Beh fino a qui c’ero arrivata da sola, in ogni caso dicono tutti così e poi però tutti cercano di liberarsene il prima possibile. Comunque grazie per l’incoraggiamento. L’avevo detto alla Barbara che non te la tiravi per nulla” ha ancora il libretto tra le mani “Wow, figo anche questo, o meglio – vestito benissimo questo stronzetto – era il cantante, immagino. Glielo si legge in faccia. Ecco, questo avrebbe potuto assolvere il compito, ma di sicuro sarà stato uno di quegli impediti biancolatte stile ‘guardare e non toccare’”

       “Certo che hai una mira infallibile, tu. Forse è meglio un Mario Rossi qualsiasi, no? Cosa avevi detto alla Barbara? Anzi, chi è la Barbara?”

       Ride, mentre prende la sua borsa che pare scoppiare: “Barbara è la mia amica del cuore, quella che ti dicevo prima. Sessualmente è proprio ai miei antipodi, lei diceva che con te avrei dovuto usare la terapia d’urto, ovvero capitarti in macchina e sbattertela in faccia, dimostrando di non aver capito un caspio di niente. Diceva che uno come te dev’essere pieno di passere e che quindi te la dovevi tirare all’infinito per forza. Ha dimenticato che i quarantenni non sono stupidi come i ventenni, ma nemmeno in forze come quelli di trenta. Non crede che noi si possa diventare amici, per lei ci sono sempre energie sessuali in gioco.”

       “Piuttosto aggressiva questa Barbara”

       Alza le spalle in un gesto eloquente “è una mia amica, tanto basta” Si guarda in giro un altro po’ prima del commiato improvviso “ti lascio ai tuoi piatti, forse ti ho disturbato abbastanza”.

       “Non mi disturbi più, da oggi” mi guarda tra il perplesso e il felicemente meravigliato, credo di averla messa in crisi io per una volta. Non sono cattivo, l’ho sempre sostenuto anche quando nessuno mi voleva credere. Si prende due secondi prima di rispondere, con gli occhi bassi: “Grazie. Ciao ciao”

       “Ginevra?”

       “Eh?”

       “Magari, la prossima volta, avvertimi se arrivi all’improvviso; non vorrei che…Si insomma, sai…Cioè, può essere che io stia…”

“Eddai…Non crederai mica che ti capiti per casa se c’è anche lei…Se vedo la macchina non salgo. Va bene?”

       “Perfetto! Sei davvero intelligente, figliola”.

       Tutti dobbiamo arrangiarci in qualche modo. L’ha detto anche Johnny Dean. Ricapitolo un po’ tutto lavando i piatti: Lino non si vede più, credo che la megera sia riuscita a provocargli la morte cerebrale, Monroe studia con Umberto in attesa dell’esame, Kornelia la rocciosa mi è capitata per casa, Elena è innamorata e Ginevra è appena uscita di qui con un surrogato del padre quale nuovo amico. Tutti hanno le loro vite, dovrei cominciare a capirlo, ed io non ho più voglia di uscire come prima. Sì, insomma, la mia è un’esistenza con pochi personaggi di contorno, se ci penso bene. Asciugo e rimetto tutto al proprio posto, prima di meritarmi un bel caffè. Adoro il caffè, non quello bonsai che ti servono nei bar, io preferisco proprio le tazzone di caffè slavato tipo quello inglese, il caffè che odora di acqua calda aromatica; oppure quello che ti fai a casa con una moka ultradecennale. Non la voglio la schiuma, io guardo il colore. Ed ascolto il rumore che fa quando stà per salire in superficie. Lo bevo per potermi gustare meglio una sigaretta. Seduto nella microcucina, mani appoggiate alle tempie, aspetto con ansia che quella melma nerastra venga a ribollire nella moka.

       Perché il caffè è meglio delle donne?
01) Una tazza di caffè è bella soprattutto al mattino.
02) Non devi mettere la crema nel caffè per farlo sembrare più bello.
03) Non ha problemi una volta al mese.
04) Il caffè non se ne va mai.
05) Puoi farlo dolce quanto vuoi tu.
06) Ha un odore e un sapore più buono.
07) Puoi sempre averne di fresco.
08) Ne vendono anche nelle stazioni di polizia.
09) Il caffè va giù più facilmente.
10) Se metti cioccolato nel caffè non mette su peso.
11) Nessuno è mai stato arrestato per aver ordinato caffè alle tre del mattino.
12) Non importa quanto sia cattivo il caffè, puoi sempre fartene una tazza più buona.
13) Quando il caffè diventa vecchio, puoi gettarlo.
14) Quando ti fai un caffè non finisci con un bambino in groppa.
15) Il caffè non ti disturba se ti svegli alle tre di notte e decidi di fartene una tazza.
16) Il tuo caffè non è geloso se ne vuoi una tazza più grande.
17) Puoi fumare mentre bevi caffè.
18) Puoi provarne più marche contemporaneamente.
19) Il caffè non ti fa alzare dal letto a orari impossibili.
20) Puoi offrirlo agli amici.

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

 

Tre parole:

“Ricorda, oggi è il domani di cui ti preoccupavi ieri” (Dale Carnegie)

“Non voglio che la gente sia troppo simpatica. Questo mi risparmia il disturbo di volerle molto bene” (Jane Austen)

“Ci sono delle persone che devono sempre andare da qualche parte. ‘andiamo al cinema!’, ‘andiamo in barca!’, ‘andiamo a scopare!’. ‘Andate a cagare tutti quanti’, dico sempre io, ‘lasciatemi in pace qui’ (Charles Bukowski)

Dieci suoni:

A Guy Called Gerald, Automanikk 1990

Dead Or Alive, Sophisticated Boom Boom 1984

Tuxedomoon, Half-Mute 1980

The Fall, Grotesque 1980

Krisma, Clandestine Anticipation 1982

Allez Allez, Promises 1982

Die Warzau, Disco Rigido 1989

Golden Palominos, Visions Of Excess 1985

The House Of Love, Babe Rainbow 1992

Holger Hiller, Oben Im Eck 1986

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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