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by • 14 aprile 2017 • Life & CultureComments (0)512

Pimlico – Capitolo 28

pimlico 28

Wake Up! Boo
Boo Radleys 1995

“Quando sei arrabbiato conta fino a quattro; quando sei molto arrabbiato, bestemmia”
Mark Twain – Wilson lo zuccone

       Com’è che si fa a entrare nell’ordine di idee di togliersi le paranoie, di cominciare a divertirsi senza provare sensi di colpa, di non preoccuparsi troppo di ciò che pensano gli altri, di dare la giusta importanza alla propria vita? Con una giusta alimentazione, forse? Una bella macchina? Magari soltanto andando al cinema a intervalli regolari? Credo bisognerebbe prima o poi svegliarsi ed aprire gli occhi; ma non in senso letterale. Dovremmo riuscire a vedere al di là delle lenti che ci hanno imposto, al di là degli specchi deformanti che ci ingabbiano. Non serve solo alzarsi dal letto fisicamente ogni mattina, trascinarsi oltre il bordo, depositarsi in bagno con un senso di nausea; bisogna saettare nella vita con i capelli a posto, con le parole giuste, con una cravatta ben abbinata, magari senza il classico sorriso sulle labbra ma con un arcobaleno nell’anima. Non è facile, io – ad esempio – non ce la faccio. Ma ci provo, Dio se ci provo! Ci provo ogni mattina quasi, quando mi trascino oltre il bordo del letto con un ghigno rabbioso e mi deposito in bagno con un senso di nausea. Ci provo quando arrivo al lavoro e sento un caldo infernale, quando mi si presenta davanti qualcuno che ha veramente delle disgrazie e vuole buttartele addosso, sperando di sollevare un peso che schiaccia l’anima. Ci provo quando mi impongo di non guardare troppo spesso l’orologio e invece mi volto anche cinque volte nell’arco di un minuto. Ci provo quando scivolo fuori dalle inferriate mandando affanculo l’intero ufficio. Non è una cosa personale, non ce l’ho con loro come persone fisiche, io disprezzo quello che rappresentano e li disprezzo perchè sono contenti della loro condizione.

“Wake up it’s a beautiful morning” – Boo Radleys

       Sarà anche un bel mattino, ma sopra il mio tetto piove sempre. Sto da Dio incassato nel mio divano sfondato, con il caffè bollente, sigaretta tra le labbra e Girls Against Boys sul lettore. Signore e Signori, in un certo qual modo mi sento perfettamente a posto. Di qui posso vedere i granelli del tempo che scendono a grandi passi; e non mi fanno paura. Sono Toro-Ascendente-Qualcosa, e tutto ciò che quelli del mio segno vogliono è: passare più tempo possibile al riparo delle proprie case, accumulare suppellettili e stare attenti al mal di gola.

       Esco pochissimo durante i giorni feriali: inserisco la segreteria tenuta in vita con accanimento terapeutico, tengo acceso il telefonino e rispondo solo a chi è in rubrica, accendo la Tv togliendo l’audio, preparo del caffè e mi adagio nello studio a preparare nastri, a leggere o a spolverare dischi. Mi dovesse venire un ictus mi troverà così. A meno che non cada in un week end, nel qual caso lo potrei attendere io al Joy o al bar, pronto a offrirgli una vodka. Meglio farseli amici da piccoli.

       Ma Gesù è morto di freddo? Durante il primo o il secondo tempo? Mi piace rintanarmi a casa di lunedì, e mi piace iterare la sensazione fino al venerdì sera quando, rilassato seppur tampinato dall’emicrania, volteggio al bar in mezzo a facce amiche e riconoscenti. Forse dovrei proprio chiamare Lino, mi manca lo sferragliare della sua Golf rossa; quant’è che non facciamo la nostra trionfale apparizione al Joy senza donne assillanti al seguito. Eravamo genialmente instabili quando – solo pochi mesi orsono – capitavamo in quel locale belli ed onniscienti come Dei Greci, con un ego smisurato e con dei bicchieri sempre vuoti tra le mani. In circa due anni di assidue frequentazioni reciproche avremo gentilmente rifiutato almeno una dozzina di avances femminili cadauno. Non tantissimo, ma nemmeno poco rispetto alle medie nazionali. O meglio, io le rifiutavo, lui fingeva e poi lo trovavi in parcheggio che si metteva a posto i calzoni. Adesso ambedue boccheggiamo tra le ore del giorno in cerca di un riparo, di ossigeno, di uno spiraglio di vita. Chi l’avrebbe mai detto solo una manciata di mesi fa? Pochi numeri sulla tastiera per raggiungerlo, ma non risponde nessuno, lui i week end non lavora, sarà uscito con la zoccola di regime. Sicuro. Odio quelli che spariscono quando si trovano una donna, quelli che non li vedi proprio più e che – quando cerchi di rintracciarli – trovano sempre una scusa per non farsi vedere. Non voglio credere che non abbiano un secondo del loro tempo da dedicarti, non mi basta una telefonata per Natale o un caffè il giorno del mio compleanno. Non mi basta. Non voglio essere stato solo un intervallo tra una donna e l’altra. O un diversivo in attesa di un paio di gambe affusolate. Non voglio essere solo il navigatore nei sentieri della vita fino alla prossima tappa. Se ero un’amicizia me lo dovete dimostrare anche se siete felicemente accoppiati. In genere sono contento quasi quanto voi se trovate una donna (che non è quasi mai quella della vita, credetemi); però perchè accantonarmi come un vestito smesso? Cosa dovrei pensare? Nel caso di Lino non penso nulla, a parte che:

1) è uno di quei rarissimi casi in cui non sono assolutamente contento

2) so che non ha colpa, conosco le arti magiche della strega, lui adesso è incapace di connettersi con il mondo.

       Ormai che ci sono continuo con le pulizie e il riordino sistematico della mia magione che pare un incubo partorito dalla penna di Clive Barker: decine di riviste da accatastare, spolverare e riordinare, tre pacchi di quarantacinque giri da catalogare, mozziconi di sigaretta a iosa, bicchieri sporchi, calzini, pennarelli sul pavimento. Di tutto. Un sacco della spazzatura non credo possa bastare. Una gioia rimettere a posto il mio antro fumoso; posso capire come si sentisse Ayrton Senna quando affrontava l’ultima chicane, o Paul McCartney quando scriveva per i Beatles, o Mike Tyson quando vedeva affondare il suo avversario. Esattamente quello che provo io quando – con un fervore ed un calore inimmaginabile – mi accingo a pulire mesi di pura vita da queste quattro mura. Generalmente non ho il coraggio di buttare nulla, faccio delle scatole numerate ripiene di vuoto assoluto: volantini di discoteche londinesi, ricevute del bancomat, fotografie, pubblicità varie, cataloghi di dischi, cartoncini adesivi per cassette audio, floppy disk pieni di chissà cosa e che escono da chissà dove, post it con numeri di telefono di non so mai chi, fotocopie. Le scatole aumentano e lo spazio rimane sempre lo stesso.

       Comincio a preoccuparmi perchè i dischi tracimano e tra un pò qui dentro non ci si muoverà più. Era esattamente quello che desideravo quando ho cominciato – nel 1973 – ad accumulare musica in tutti i formati possibili ed immaginabili. Nonostante due sacchi della spazzatura ripieni fino all’orlo di cose quasi essenziali.

       Riprovo con Lino, è quasi sera e voglio credere con tutte le mie forze che non le paghi la cena ogni fottutissimo sabato.

       “Lino. Chi parla?”

       “Vecchio bastardo, l’amore tarpa veramente le ali al buon senso?”

       “Uuuh…Ciao, come va?”

       “Come va a te, piuttosto. Sono settimane che non ti fai vedere”

       “Sai, sono impegnato…”

       “Non mi basta come scusa, lo ammetterai”

Sento una risatina forzata, capisco da subito che qualcosa non va.

       “Si, è che ho anche del lavoro arretrato da sbrigare, e poi la sera sono stanco”.

       No, non mi quadra. Lavoro arretrato? Ma quando mai, che nella ditta lo vedono un paio d’ore al giorno e poi è sempre in giro a clienti o pseudo tali… Non me la racconta giusta. Lo conosco, il vecchio Lino.

       “Lino…Non sei mai stato stanco la sera, nemmeno se avevi trentotto di febbre. Non raccontare fregnacce, non a me perlomeno. Cosa c’è? Qualche problema?”

       “Mannò, niente. Niente, giuro”.

       Lo so, adesso lo so. Non ha mai giurato in vita sua. La troia ha cambiato partner, si annusa perfettamente questo odore di disperazione, io sono un maestro nello scovarlo un po’ ovunque.

       “Figurati! Adesso mi spieghi per filo e per segno cosa succede. E sai che voglio la verità.”

       “Non ho niente…” silenzio interminabile “…Niente…”.

       Io ci provo, devo provarci. Non ho altre spiegazioni, a meno che non abbia un male incurabile o gli si sia sgonfiata la prostata:     “Lino…C’entra…Lei?”.

Una specie di sospiro, qualcosa che ci assomiglia. Forse più un rantolo di rabbia che un sospiro.

       “Se…Se n’è andata. O meglio: mi ha lasciato.”

Porc…Lo sapevo. Maledetta nei secoli dei secoli. Sarà il quindicesimo che fa questa fine da quando la conosco. Di certo non l’ultimo.

       “Mi dispiace” non è vero ma non posso dirglielo “quando è successo?”

       “Dieci giorni fa”

       “E non mi hai mai chiamato? Non hai voluto dirmi niente?”

       “Dirti cosa? Dirti che avevi ragione? Che avevate ragione tutti quanti? Che lo sapevo anch’io che era fatta così? Fare la figura del cretino perso davanti a tutti?” Gli trema la voce, questo mi scoppia via telefono

       “Dirti che mi ero accorto che a nessuno andava a genio? Farmi compatire? No grazie…Me la devo sbrigare da solo”

       “Certo che sei un bel coglione. Uno solo, ma grande! Veramente pensi che avremmo fatto così?” Certo che l’avremmo fatto, ma non subito, che diamine! Avremmo aspettato che sbollisse prima di canzonarlo per millenni “tu a pezzi e noi a cantar vittoria? Grazie. Grazie mille, un bell’amico.”

       “Comunque capisci che non ho voglia di uscire o di vedere gente. Mi ha fatto piacere che tu abbia chiamato. Sei il primo a saperlo, cerca di non divulgarlo col megafono. Adesso scusami, sono stanco, vado a letto”.

       “Adesso tu vieni qui. Subito. Si stà avvicinando il sabato sera, ci facciamo una pasta a casa mia e mi racconti per filo e per segno. Poi decido io se te ne torni a casa o se vieni via con noi. Sarò discreto e non dirò mai te l’avevo detto!

Cede subito, ha voglia di sfogarsi e non aspettava che una mano amica.

       “Va…Bene. Mi faccio una doccia e arrivo. Pasta in bianco, non voglio altro”

       Pasta in bianco, ok…Non so fare altro.

       Arriva che è uno straccio, di quelli sfilacciati, stonewashed. Di quelli che si usano per fare i jeans da 195 euro. Si fa due Jack luuunghi luuunghi, mi guarda e comincia a sputar catrame: è successo che qualche settimana fa sono andati in un locale, e lei ha passato un pò di tempo con il buttafuori (un suo vecchio amico, a sentirla), niente di particolare, sembrava una cosa tranquilla; è che dopo qualche giorno la zoccola ha cominciato ad accampare scuse per uscire, Lino aveva annusato qualcosa di losco e una sera si è appostato sotto casa della fedifraga. In breve, ha visto che usciva e che ad aspettarla c’era…Esatto! Il buttafuori. Li ha seguiti tutta la sera e quando è rincasata l’ha bloccata. Non poteva negare la cagna, allora ha cominciato a costruire castelli su castelli di come fosse innamorata di tutti e due, ha giurato che non aveva fatto nulla e che probabilmente era solo uno sfogo per ravvivare il loro rapporto. In conclusione Lino l’ha presa a schiaffi, allora lei ha cominciato a dirgli che si era stufata perchè era diventato appiccicoso, che cosa pretendeva, che in fin dei conti volevano divertirsi entrambi, che era tacchente come una mosca, ecc. Il buttafuori si è trovato la macchina senza la carrozzeria, perché Lino è uno dalle amicizie un pò…particolari; gente che per duecento euro ti spezza le gambe, ma con una troia in più, almeno per qualche settimana.

       “Tutto qui, mio vecchio amico. Dimmi solo una cosa…”

       “Cosa?”

       “Tu sapevi che era così, vero? Tu l’hai conosciuta bene, dimmi: è sempre stata così?”

Fingere ancora ciò che non è stato e che non avrebbe mai potuto essere? Continuare a chiudere la bocca per non farlo soffrire? Oppure è giusto che io gli riveli l’intera verità una volta per tutte?

       “Si. È sempre stata così, forse una volta riusciva anche a essere peggiore; non hai idea cosa le ho visto combinare in questi anni”.

       “Lo sai che ti odia, vero?”

       “Lo sa che è reciproco, vero?”

       “Hai capito perché non riuscivo più a farmi vedere spesso”.

       “Non devi giustificarti con nessuno”

       “Grazie per non avermi detto nulla a suo tempo. Non sto scherzando, se mi avessi messo in guardia non ti avrei creduto anzi, forse ti avrei odiato anch’io, ne avrebbe risentito la nostra amicizia”.

       Sembriamo i cavalieri della Tavola Rotonda, un film di cappa e spada, o forse solo Stanlio e Ollio che lo pigliano sempre in culo ma rimangono amici. Anche davanti a una pasta troppo al dente che avrebbe dovuto essere in bianco ma che ha un sugo di quelli in barattolo nemmeno troppo malvagio. Sarà il buon rosso che la accompagna a dare colore e consistenza al gusto di questi fusilli tutt’altro che scotti.

       “Stasera usciamo insieme. Rimpatriata al Joy. Come ai vecchi tempi, e senza passare dal bar; rimaniamo qui, stacco il telefono e ci guardiamo un film fino a mezzanotte inoltrata. Io, tu e Jack Daniel’s”

       “Perfetto, ma non so se ho voglia di venire al Joy.”

       “L’altra studia ogni giorno con Umberto”

       “Cosa?”

       “Niente, lascia perdere. Affrontiamo un problema alla volta”.

       Usciamo di casa come due newyorchesi pallidi, è quasi l’una quando chiamiamo qualcuno che venga a prenderci; non siamo assolutamente in grado di guidare e, per fortuna, Lino ha la sbronza di quelle che fanno ridere e dimenticare. Al quinto bicchiere di Jack non ha più nominato la tipa, ha solo voluto ricordarsi che non vuole più saperne di donne, almeno per le prossime tre vite. Tiro un sospiro di sollievo. Ho capito che anche lui è umano. Tornerà alle sue ragazzine, alle sue scopate in macchina, e spezzerà cuori di adolescenti perse le quali, a loro volta, spezzeranno cuori ad altri adolescenti persi. È single. E già a dipingerlo così, me lo vedo meglio.

       Al Joy a momenti non ci facevano entrare viste le nostre condizioni; sono servite tutte le nostre conoscenze altolocate per eludere le muraglie pelose chiamate buttafuori; uno era proprio il fratello di Ginevra, e mi sa che nel suo ostinarsi a lasciarci fuori influisse quel fotogramma che ha di me e della sorella seduti assieme qualche settimana fa. Per fortuna titolari e D.J. si fanno in quattro per farci entrare e offrirci da bere consci che, con le conoscenze che ha Lino, entro un mese il locale sarebbe vuoto o bruciato. Pieno di adolescenti blutoniche stasera. Probabilmente la scuola è già finita e i loro ormoni reclamano le ore d’aria soppresse durante i lunghi mesi invernali. Ogni generazione è più carina della precedente, più intelligente, più raffinata. Ma molto meno carismatica. I gomiti appoggiati ai banconi dei bar provocano un moto di piacere che è difficile descrivere. Forse li lucidano con qualcosa di speciale, oppure sono costruiti con materiali subliminali. Fatto sta che due abbondanti celibi sono liquefatti attorno a uno sgabello e le uniche parti del corpo che sentono sono i suddetti gomiti e la gola arsa.

       “Lino?”

       “Seee…”

       “Non credi che sia meglio smettere prima di cominciare a star male? Odio star male per colpa dell’alcool, poi mi serve una settimana per rimettermi a posto”

       “Ancora uno e poi basta. Ok?”

       “Non per me. Grazie…Se poi, per la legge dei grandi numeri, eh! eh! ih ih ih!” sogghigno come un cretino “Si avvicina una donna che figura ci faccio? Sai che ci tengo a far bella figura in ogni frangente: sai che poi mi vengono delle paranoie grandi come gli anelli di Saturno”.

       “Non parlarmi di donne, fratello! E soprattutto non nominare mai la parola anello in mia presenza!”

       “Daiiii….Non vorrai….” stiamo biascicando come se avessimo la dentiera attaccata alle gengive con la carta moschicida.

       “Si! Le avevo comperato un anello. E sai una cosa? Non ho nemmeno fatto in tempo a darglielo. Ce l’ho a casa… Potrei regalarlo a questa deliziosa barista… Sissì, potrei proprio farlo. Ora. Tesoro?” Parte in quarta. Non riesco nemmeno a sentirlo finire la frase che lo vedo affabilmente complottare con la mescibevande.

       “Dio. Lino… Che cazzo fai???” Cerco di tirarlo per un braccio ma è troppo tardi. Si gira con un sorriso grinzoso e con gli occhi acuminati.

       “Le ho promesso l’anello; mi è costato millenovecento euro, ma è suo se mi prepara un cocktail stile Motley Crue nel loro peggior periodo di depravazione!”

       Per Lino le bevande hanno sempre un che di heavy metal. Lui le associa ai gruppi di rock triviale. In questo caso, se conosco bene il suo codice alcoolico, significa qualcosa che abbia oltre al Jack Daniel’s anche altre tre o quattro bombe. Il vecchio ha sempre avuto queste associazioni mentali indecifrabili, non è raro sentirlo sbottare, mentre ascolta un gruppo nuovo, o assaggia qualcosa di particolarmente esotico, oppure vede una donna particolare, con esclamazioni sibilline tipo: Vorrei accompagnarlo alla piramide di Cheope, fa pendant oppure assomiglia a una sottile lastra di alluminio fatta vibrare sopra un palloncino gonfiato ad elio, o ancora: mi sembrano cani a due teste strabici e fatti d’acido. In genere ci becca sempre, perché appena dice queste amenità ti fa affiorare delle immagini mentali che ben si accompagnano a ciò che ha appena detto. Ma io lo conosco. Chi non lo conosce potrebbe rimanere minimo minimo sconvolto. E adesso ha appena promesso un anello che vale uno stipendio a una tipa con la quale avrà scambiato sì e no cento parole in tutta la sua vita. Il problema è che lo farà. Lo farà di sicuro. Se l’ha promesso sabato prossimo arriverà con l’anello in tasca.

       “Tieni bello. Te lo faccio io un regalo. Bevi. Non voglio approfittare di te, faccio finta di non aver sentito; sei assolto da tutte le promesse. Mi sei simpatico, l’anello tientelo per la prossima occasione o per qualcuna che lo meriti davvero.” La magnanima dea gli accarezza una guancia, lo guarda e va a servire qualcun altro.

       “C’è ancora vita su questa pianeta. Hai visto la purezza d’animo di questa ragazza? E pensare che non è altro che un ammasso di cellule”

Cerco di farlo ragionare.

       “Mi dispiace. Mi dispiace per lei. Tanto. Ma ormai l’ho promesso. E sabato prossimo avrà l’anello. Dio, se l’avrà. Volente o nolente. Anzi, mi porteresti a casa che lo vado a prendere subito?”

       “Lino, Dio mio…. Perché devi spaccarmi i coglioni tutta la sera? Perché non cerchi di ragionare? Oooh…Fai quel cazzo che vuoi, i soldi sono tuoi!”

       “Esatto. E tu faresti meglio a pensare alla tua bionda, che è seduta in quell’angolo. Vuoi regalarle l’anello? Daiiii, vado a casa a prenderlo.”

       “Lino, maremma cicciona! Non siamo venuti con le nostre auto! Non mi ricordo nemmeno chi ci ha portato qui!”

       Signore proteggilo! Proteggilo dalla sua sbornia e dalle mie mani. È talmente sbronzo che probabilmente riuscirei a picchiarlo anche se è il triplo di me. Signore non farmi girare a guardare Monroe nei prossimi cinque minuti. Sono già con il torcicollo e con la mano che si muove freneticamente per attirare la sua attenzione. Sono sicuro che si è accorta di me, è seduta a un tavolo con un pacco di amici universitari, un paio me li ricordo, con Danny e con Umberto. Quattro o cinque donne accompagnano questi deliziosi rampolli benestanti, ma la cosa che salta subito agli occhi è che lunghi capelli è seduto esattamente di fianco a lei. Si blocca la salivazione. Sale la rabbia. Magari immotivata, ma sale. La vedo alzarsi e venire verso di me. Non sono più arrabbiato, non sono mai stato arrabbiato con lei.

Ma non doveva avere l’esame?

       “Tu sei ubriaco da far schifo, ma non ti vergogni?”

Nemmeno un bacio o una carezza? Niente di niente? Che delusione.

       “Ciao, adorabile brandello di poesia lunare. Anche io sono contento di vederti”

       “Quanto hai bevuto?”

       “Uhuhuh”. Questo è Lino, se supera la notte e me non morirà più.

       “Un pò…”

       “È da almeno un quarto d’ora che ti guardo, sei in condizioni paurose. Come stai?”

       “Sto, come d’autunno, sugli alberi, le foglie” sono un poeta, poco da fare.

       “Complimenti” tira dritto la piccirilla, non ha minimamente apprezzato il mio sfoggio d’erudizione, a lei interessano altre cazzate:       “Guidi tu?”

       “Uh? Cosa? Nooo…sono in macchina con…Con…un amico”. Con chi sono in macchina? È un amico, lo so, ma il nome proprio non mi viene. Dio, che figura. Poi pensa che sono ubriaco.

       “Smettila di fare l’ebete, esci che ti porto a casa”

       “Sì mamma. Ma non dovevi fare un esame, tu? Stai ripassando qui dentro?” voglio farla incazzare, perché se ci penso, ho come l’impressione di essere stato preso in giro.

       “Dalle l’anello, lo regalo a te” è sempre Lino a sorvolare questa conversazione, mentre Monroe non raccoglie la mia provocazione.

       “Lino, chiudi la bocca!”

       “Ciao Lino, sei ubriaco anche tu vedo. Forse qualcosina in più del tuo socio. Devo portare a casa anche te?”

E noi dobbiamo scriverti Croce Rossa Italiana sulle natiche, visto che rompi i coglioni?

       “Vuoi un anello?”

       “Scusa non ascoltarlo. È completamente ubriaco!”

       “Tu invece sei sobrio come Don Bosco. Riesci almeno a venire a salutare i miei amici?”

       “Sì. Ma so che non vuoi”

       “Ma se te l’ho chiesto io!”

       “Millenovecento euro mi è costato. Se vuoi è tuo, gratis!”

       “Linoooo! Smettila!”

       “Ma che cazzo dice stasera Lino? Che storia è questa dell’anello?”

       “Lascialo perdere, cerca solo di impedirgli di bere ancora. Io lo odio! Cosa stavamo dicendo prima che il bambino down rompesse i coglioni? Ah sì, non vengo a salutare i tuoi amici, perché significa salutare Umberto. Tu non vuoi vero che io venga al tavolo, saluti tutti e non degni di uno sguardo il povero Umbi, vero?”

       “Sei un maleducato ubriacone. Sii gentile una volta. Cosa ti ha fatto?”

Fermiamo il tempo, cristallizziamolo solo per qualche secondo, qui, ora e su queste parole.

       “E a te? Ha fatto qualcosa a te? O ti aiuta solo per le ripetizioni, magari il sabato notte, magari qui dentro, sperando che il vecchio coglione non ci sia. Non potevi chiamarmi?”

       Vero che ci sono dei casi in cui la sbronza ti passa in un paio di secondi? Tipo quando ti ferma la polizia e la paura che ti ritirino la patente ti rimette a nuovo. Casi così insomma. Questo è uno di quei casi. Mi sento perfettamente in forma, forse anche un po’ più lucido del solito. Mi sento oliato e in tensione come la corda di un arco. Sospira e dilata le narici.

       “Questa te la faccio passare solo perché sei ubriaco”.

       “Regalale l’anello, vedrai che non è più arrabbiata!”

       “Lino! ‘camadò la vuoi piantare? Hai rotto i coglioni.”

       “Cazzo ti scaldi? Sei proprio un coglione. Io lo faccio per vedervi sorridere, e voi ve la prendete con me!” comincia a singhiozzare come un bambino, e questo mi fa incazzare ancora di più; Monroe resta stupita, forse credeva che le lacrime non gli fossero state date in dotazione, io non so assolutamente cosa fare e lui scoppia in un pianto a dirotto.

       “Ma cos’ha? Ho detto qualcosa?” Monroe è completamente allibita.

       “La strega ha tolto le ancore” sussurro cercando di non farmi sentire dall’omone deflagrato.

       “Oh Dio…L’ha lasciato?”

       “Pare”

       “Poverino…su, Lino…Sveglia dai, appoggiati qui che andiamo fuori a prendere un po’ d’aria”.

       Questo mi piace delle donne. Hanno sempre la situazione in pugno, sono più forti di noi. Di gran pezza. Non si perdono d’animo e per loro non ci sono problemi insormontabili. Mi piace meno che Monroe mi lasci al bancone come uno stoccafisso e si trascini dietro quel rompicoglioni.

       “Cosa fai, non vieni? Non credere di non avere bisogno d’aria anche tu, sai!”

       “Sì, sì, vengo, vengo”.

       Arriva anche la barista. È proprio una dea, perché si gira e ci sussurra “vi accompagno, mi fa tenerezza questo gigante buono…e poi mi sento in colpa. Forse gli ho preparato una bomba alcolica troppo pesante”.

       “Grazie, usciamo anche noi”.

       Fuori il gelido silenzio che attraversa questo doppio misto ben si accompagna all’afa dell’estate che stà per esplodere nell’aria. Lino singhiozza, io sono imbarazzato perché c’è Monroe, Monroe non sa cosa dire perché si sente esclusa e la barista probabilmente si starà chiedendo che cazzo ci fa fuori con tre dementi simili. È proprio quest’ultima a stappare la bottiglia di gelo: “Come si chiama questo esemplare d’uomo?”

“Ehmmm…Lino” rispondiamo in coro io e Monroe quasi fossimo alle interrogazioni alla scuola elementare. Le si china vicino e lascia sguarnita un’ampia porzione di coscia vellutata che esce dal formidabile vestito. Non riesco a non guardare, sbavando leggermente come un camionista rumeno, e Monroe non riesce a non accorgersene e a non tirarmi una leggera sberla sulla testa. Una leggera sberla amplificata dai Trace Elliott dell’alcool ingerito durante la serata. Una sinfonia metal mi risuona nella scatola cranica per almeno tre minuti: ouverture, strofa, ritornello, stacco, ritornello, assolo e chiusura. Bang!

       “Lino, che c’è? Faccio dei cocktail così disgustosi? Oppure c’è dell’altro?”

       Il vecchio alza la testa, la guarda con un’espressione tra lo stupefatto e l’annoiato cronico; poi si china nuovamente e si stringe le orecchie con le mani. Singhiozza ancora, e spara singulti di parole, frasi amputate, discorsi recisi: “Eh si…io lo so…So…io…Ehi…Tu scopi e io sono qua a piangermi addosso…Giustiziadimmerda. Vieni a bere qualcosa oppure sei con la bionda? Non preoccupatevi, non devo vomitare…Il grande Lino…quando abitavo a Pesaro sono stato sposato per due anni…Non lo sapevi, vero? questa non la sapevi…Eh… Ne ho di segreti…Un po’ alla volta, magari…Non la sapeva nessuno in questa regione, solo la mia famiglia. L’ho amata, ma eravamo giovani. Almeno adesso a me piace metterla giù così. Stavo guardando Blade Runner qualche giorno fa…Troppo giovani…I Replicanti. Troppo. Giovani, ingenui e cattivi. Denti stretti. Due anni è durato…Poi ho preferito mollare tutto e venire qui…Un lavoro lo trovo sempre, io. Non è vero che sono stato sposato due volte, le voci non sono attendibili.. Magari in qualche magazzino”.

       Mi avvicino anch’io e cerco di mettere ordine alla notte. Ma il caos è perfettamente incasellato ed è ancora troppo presto per stappare bottiglie di gioia.

       “Lino? Lino, posso chiederti una cosa?”

       “Quindi sono venuto qui, e mi vedete. Non l’ho più vista. L’ultima volta che ci siamo sentiti mi ha chiamato lei…Si, eh, eeh…Seee…Mi ha chiamato…Dio…Poveretta, quante gliene ho fatte passare, povera ragazza. Era il mio compleanno. O Natale. Voi non sapete nemmeno quando cade il mio compleanno. Diluvia Cristo, viene giù come porfido. Ieri mi sono comperato quindici pasticcini colorati. Sono deliziosi quelli blu. Sembrano pillole. Mi è sembrato di vedere la barista. Non sembra male. La mia ex moglie invece vive dalle parti di Arezzo con un altro uomo. Una brava persona, se la merita. La facevo soffrire, io”

       Cominciamo a guardarci preoccupati, sta andando fuori di testa. È convinto stia piovendo quando invece è una di quelle sere d’estate che fanno innamorare anche gli opossum. Mi avvicino a Monroe per sussurrarle “Pensi anche tu quello che sto pensando io?”.

       “Credi abbia preso qualcosa? Oltre all’alcool, intendo…”

       “Meglio saperlo subito…Lino?”

Alza nuovamente la testa, sembra pallido.

       “Lino, ascolta. Senti, hai…Hai preso qualcosa di strano prima di venire a casa mia?”

       “Strano? Tutto è strano nella mia vita da un po’ di tempo in qua…”

       “Voglio dire…Insomma…Posso parlare anch’io? Ti sei fatto qualcosa di particolare? Sostanze psicotrope? Combinazioni chimiche? Troppa pasta e fagioli? O sei semplicemente sbronzo, andato, fucked?”

       “Solo due antidepressivi. Ho pianto. Non funzionano un cazzo. Ciao barista; sai che ho un matrimonio alle spalle?”

       La tipa mi guarda, ci guarda, si rialza “credo stia timidamente tornando nel mondo reale ragazzi, io rientro, altrimenti mi licenziano. Preparo una limonata per l’omone, venite a prenderla tra dieci minuti, ok?” poi tocca una guancia a Lino “Ciao Lino, vado dentro. È stato un piacere conoscerti. Nemmeno tu sembri male”.

       Io, Monroe e l’uomo accovacciato. E ora?

       “Mi fai un cd?”

Ecco, io sono l’uomo dei nastri, non del masterizzatore. Quello al quale ci si rivolge quando lo stereo di casa piange. Ma mi va bene così.

       “Lino, Cristo…Ti porto a casa, dai…”

       “Viene anche la tua biondina?”

       La guardo, la mia biondina. Sorridiamo. Ho avuto paura per circa due minuti, ma ora è passata. Lo porto a casa. Dio Cristo! Per una donna! Dei cromosomi male assortiti e guarda qua com’è preso ‘sto pezzo d’uomo. Silenzio assordante. Solo lo sbattere delle portiere dell’auto e io che mi soffermo a pensare come questa sia una specie di legge del contrappasso; probabilmente sta pagando per tutte le ragazzine che ha fatto piangere e soffrire, che ha trattato male e che ha usato per i suoi sensi, senza mai metterci il cuore. Forse sta pagando anche per le sofferenze inflitte alla moglie. Finché sbotto.

       “Che porc…ti succede da un po’ di tempo? Non è possibile reagire in questo modo per una donna. Perlomeno non credevo possibile che tu reagissi così per una donna. E non è possibile che io finisca sempre con il ripetermelo ogni volta che ti sento o ti vedo. Sono tuo amico e mi sento in dovere di mandarti a cagare. Comincia a reagire. Smettila di frantumare i coglioni alla gente!”. Terapia d’urto.

       “Per quella tr…”

       Merda. Forse sono andato troppo oltre. Monroe scuote la testa, Lino si irrigidisce; capisco di aver detto due consonanti di troppo. Lo capisco dall’atmosfera improvvisamente creatasi. Il respiro di Lino rimbalza sul cruscotto. Ho parlato troppo. Oh yes! E a vanvera. Non ho avuto tatto, avrei dovuto trattenermi.

       “L…Lino?…”

       “Non credevo l’avresti mai detto”

       “Scusami, so che è troppo tardi, ma scusami lo stesso…Anche tu sapevi com’era la storia”

       “Non lo credevo proprio!”

Quando uno ha pienamente ragione come bisogna comportarsi?

       “Non ho mai detto nulla su Elisa, nemmeno quando eri diventato Mister Paranoia Suprema. Non credo sia simpatico dare giudizi su queste cose” guarda Monroe con tenerezza “so che ti ero profondamente antipatico. L’avevo capito. Ma non ho mai detto nulla…Era la tua donna, o qualcosa di simile, e non c’entrava nulla con l’amicizia che ci legava. Mi fa male sentire quello che ho sentito…”

       “Lino, lasciami parlare..”

       “Non…Lascia tu parlare me. Lasciami finire. In fondo hai ragione, anch’io lo sapevo. Mi ha preso per il culo in maniera atroce, forse lo sapevo anche io dall’inizio e preferivo non crederlo. Ma non avresti dovuto dirlo. Tu non avresti dovuto dirlo. Mai”

Un bambino non avrebbe saputo spiegarsi meglio.

       “…Scusa…”

       “Non cambia lo stato delle cose, mi passerà, ma adesso non cambia lo stato delle cose” Guida Monroe, poche parole molti chilometri e depositiamo Lino nel suo letto. La limonata è ancora dentro al Joy, la barista ci scuserà; sono le cinque e venti del mattino e, mentre aiuto Lino a spogliarsi, gli chiedo scusa per l’ennesima volta, Monroe ha preparato una tazza di caffè extra strong. La lasciamo sul tavolino e ci chiudiamo fuori dalla sua vita. Almeno per questa notte. In strada l’aria comincia a rinfrescare e a condensare l’umidità che c’è in giro; abbiamo la pelle d’oca e nessuna voglia di tornare a casa.

       “Andiamo al mare?”

       “Sei pazzo? Hai bevuto tutta la notte, sarai esausto! E se poi ci fermano?”

       “Non ho la minima intenzione di farmi condurre a casa. Lavoro tutto quel cazzo di settimana per farmi catapultare nel fine settimana senza ansie. E bada che pago parecchio per arrivare al week end. Almeno due sere su cinque dei giorni feriali le spendo a letto febbricitante. Vivo per venire al Joy a divertirmi, a sentire i miei brani preferiti, a vedere la gente. Vivo per passare i week end con te. Per divertirmi. Quello che, scusa la crudezza, sospetto tu abbia fatto in questi lunghi giorni con Umberto. Io cerco di farlo con l’ausilio di me stesso.”

       “Chi sta parlando adesso? Quello che nemmeno sa perché beve visto che il giorno dopo non ricorda più nulla? O quello che continua a giocare ai feriti di guerra e non vuole ammetterselo? Dimmi la verità: tu aspetti da sempre che tua moglie ci ripensi e torni indietro. No, no…Non preoccuparti, so che in un certo qual modo mi vuoi bene, a modo tuo. Lo so…Però… Però lei era un’altra cosa. Dimmi solo questo.”

       Attacca. Attacca spesso. E sempre in questo modo. Con gli occhi stretti e le mani racchiuse a pugno. Gesticolando per qualche minuto e terminando con un paio di lacrime rabbiose e di sigarette. Attacca per non cedere alla rabbia. Per non venir sopraffatta da sé stessa. La sua peggior nemica. Per venti secondi usa una cattiveria inaudita, poi si stempera in un leggero rancore che dura qualche ora. È spossante seguirla e farle fronte. Anche perché arriva al punto che ti esplode dentro con parole pesantissime, con accuse viscose e unte. Fa male, fa paura. Lo sa. Non cambierà mai. Ma stasera sembra diverso.

       “Se io solo lontanamente avessi raggiunto una qualche certezza te lo direi. Te lo giuro. Non so se sto aspettando quello che dici. Di certo lei era diversa, per lo stesso motivo anche tu sei diversa. Non è un paragone. Non ho scale comparative. Non so” .

       “Sempre problemi noi due, vero?”

       “Non sempre, ma spesso. Ti piacciono le confessioni? Giuro che tutte le donne alle quali ho donato i miei fluidi corporei ho lasciato un pezzo di me. Loro lo sanno e se lo sentono dentro. Un’escrescenza che cullano a intervalli regolari. Ho voluto e voglio bene a tutte, in maniera diversa ma a tutte”.

Ho voluto bene a tutte. Gesuuuù! Figurati se – poniamo caso – Clelia avesse fatto il lavoretto in apnea quella sera, ecco…Figurati se avrei provato qualcosa per quella squilibrata.

       “Sii sincero, proprio a tutte?”

       “Tutte quelle con le quali ho passato almeno una piccola porzione della mia vita, non mi riferisco a qualche reginetta di una sera. E non pensare che il sottoscritto abbia un catalogo di conquiste straordinario. Se stai con una donna per un terzo della tua vita e sei anche un tipo fedele, beh…capirai che non rimane molto tempo per abbassarsi le mutande in giro”.

Sento l’homunculus annuire, stremato.

       “Per fortuna…”

       “Per fortuna cosa?”

       “…che sei un tipo fedele; pare una cosa molto retrò e fuori moda. Forse è la tua generazione più portata ad essere pacata nei rapporti sentimentali, la mia è schizofrenica. La fedeltà è come la verginità, una cosa da buttare. E in ogni caso, sempre che sia vero ciò che dici, avrei anche un pensiero in meno”

       “Sì, il paradosso è che di questi tempi è meglio tenerlo nascosto per non suscitare risate, essere fedele è come avere lo scolo: meglio non rivelarlo in giro. Assurdo”

       “Lungi da me passare per una militante femminista o clericale, ma questo buttar via corpi come se scottassero mi ha sempre dato un po’ fastidio. Intendiamoci, non ho passato la vita a pregare e a scansare il mondo, mi sono fatta anche io le mie storie, è che in giro vedo certe cazzate assurde”

       “Ah ah ah! A chi lo dici, conosco gente che regala la fidanzata in giro e poi sta a guardare, masturbandosi”

       “Begli hobby hanno gli over quaranta; almeno i miei coetanei non si ricordano chi hanno portato a letto la sera prima. Che mondo di merda. Andiamo al mare allora?”

       “Sì”

       È spettacolare viaggiare d’estate, di prima mattina, lungo quella sottile lingua di terra che congiunge l’entroterra veneziano a quell’obbrobrio geografico chiamato Jesolo. È bellissimo il candore dell’aria, l’assoluta solitudine della natura, l’afa della laguna. È bellissimo vedere la Disneyland balneare spenta ed addormentata, con pochi barlumi di vita lungo le piazze o fermi a qualche baracchino che cola senape e post sbronze. Che pace, che serenità. Il tutto acuito da Monroe al mio fianco, dal suo vestitino sudato e dal volume bassissimo dell’autoradio sporca di cenere. Ho qualcosa che mi ronza in testa, una piccola scheggia che mi impedisce di gustarmi la fine della notte; non riesco bene a inquadrare cosa sia, un rospetto minuscolo che indica dalla parte di Monroe. Allora ci provo. “Senti…Com’è andato l’esame?”.

       “Alla buonora diosanto! L’ho fatto due giorni fa, non potevi chiedermelo un po’ prima? Me l’hanno chiesto tutti. TUTTI. Persino mio padre. Mancava soltanto il mio uomo…”

       “Scusa…”

       “Perché non mi hai telefonato prima?”

       “Perché telefono sempre io?”

       “Giusto per sapere dell’esame; ti ho detto che incasinamento avevo di questi tempi!”

       “Insomma…L’hai passato o no?”

       “Ventotto!”

       “Complimenti vivissimi…E…Umberto?”

       “Oh, lui è stato favoloso. Lui è sempre favoloso quando si parla di esami. Trenta, ovvio!” Lui è sempre favoloso. Trenta, ovvio. Che domande del cazzo faccio? Silenzio. Fino al solitario ingresso in città.

       “Adesso sei incazzato, vero? Non mi è permesso nominare quel nome in tua presenza”

       “Quale nome?”

       “Scemo. Umberto”

       “Ah, lui. Me n’ero completamente dimenticato.”

       “Che sarcasmo di merda! Mi stai facendo innervosire, perché non possiamo passare una gita tranquilla?”

       “Perché non mi va giù…Proprio no…Non lo faccio apposta. Vorrei che non ti girasse attorno.”

       “Sai invece perché sono venuta al Joy con tutti i miei amici della facoltà?”

       “Posso immaginarlo…”

       “Perché speravo di vederti, e scrutare le reazioni che avresti potuto avere; sai, mi faccio un sacco di paranoie quando ti sento o ti vedo strano. Credo sempre chissà a quali problemi. Non è facile seguirti, sei spossante. Ma ti amo e, purtroppo, finché sono innamorata di te devo sopportare tutto. Quando ho capito che non mi avresti telefonato ho preferito affrontarti, ma avevo bisogno di essere accompagnata da…DIOMIO!!!”

Lascio tre centimetri di gomme sull’asfalto. Strada vuota, accosto in un piccolo spiazzo erboso.

       “Cos’hai? Ti senti male? Cosa succede?”

       “Merda. Sono sparita dal Joy senza salutare o avvertire nessuno. Mi odieranno a morte. Come ho potuto farlo? Sono una stupida. Una stupidissima stupida!”

       “E dobbiamo ammazzarci per questo? Cristo mi hai fatto prendere una paura…”

       “Perdonami”

       “Già fatto. Adesso ci facciamo una colazione immensa, poi vediamo l’alba in spiaggia, e poi…”.

Lascio in sospeso per creare inutile suspence.

       “E poi…?” maliziosa perspicace Lolita; sai cosa voglio, sai chi voglio.

       “E poi torniamo a casa mia e approfitto di te fino a pomeriggio inoltrato. Voglio cospargerti di panna, legarti con le manette. Voglio mangiarti. Sono tre settimane che la mia camera da letto è single”

Mi guarda toccandosi un labbro. Non ho nessunissima intenzione di finire dentro per stupro.

       “Siiii!”

       La macchina è ancora ferma, non mi costa nulla baciarle il collo sussurrando “complimenti per l’esame, davvero. Sono fiero di te” Mi accarezza i capelli, le infilo le mani sotto il vestito, ricambia con foga. Sono iper eccitato e non ho nessuna intenzione di aspettare fino a casa mia. Nemmeno lei, a quanto sembra. Non mi importa se qualcuno ci vede, non mi importa se c’è ancora qualcuno su questo pianeta. Non mi importa se non riesco a farla venire. Stavolta non mi importa. Mi importa la corsa a due qui e ora, non il traguardo. Cinque e quarantotto del mattino. Domenica. Ancora nessun villeggiante all’orizzonte; è veramente così squallido scopare in macchina in qualche stradina vicino al mare quando si prova qualcosa?  I Prefab Sprout in sottofondo sono ottimi per fare l’amore; soprattutto ascoltati da un’autoradio arrugginita e a volume bassissimo. Soprattutto prima che il sole cuocia tutto. Soprattutto vicino al mare. Soprattutto. Appetite; Cars & Girls; When Love Breaks Down e The King Of Rock’n'Roll non sono quattro titoli che illustrano perfettamente questo momento? Il caldo torrido è ancora lontano, il giorno sembra non arrivare mai; e ci piace un sacco, a entrambi. I sedili sono ancora reclinati, il sudore si accartoccia sulla pelle e i finestrini sono completamente aperti almeno da tre ore.

       “Elisa?” le bacio la nuca, è girata di fianco, fuma e sembra stia per addormentarsi.

       “Mmmh” aspira con lunghe boccate piene di gusto voluttuoso.

       “Forse ti sembrerò un tantino ridicolo, magari non dovrei dirlo, ma…Diobbuono, trovo tu sia stata fantastica. Credo sia una delle scopate della mia vita”

       “Sono entrata in almeno una delle tue malsane playlist, insomma. Oppure l’ausilio dell’auto è stato fondamentale? Già ti vedo, chino di notte, ad inserirmi nell’agenda ai piedi del letto: Estate, Elisa in versione remix…” Scherza, lei.

       “Non lo so; però è stata una botta deflagrante. Credo che solo a Manchester o a Leeds scopino così, e nemmeno lì troppo spesso. Eri…Come dire…Non so eri…Invasata, ecco invasata. Eri definitivamente mia. Solo così posso spiegartelo. Eri l’Hacienda della scopata”

       “Che cosa cazzo ero?”

       “L’Hacienda della trombata. L’Hacienda era la più famosa discoteca di Manchester, quella di proprietà di Toni Wilson e dei New Order. Se le discoteche avessero un santino, su quel santino andrebbe la foto dell’Hacienda o del Paradise Garage”

Si volta e mi bacia, poi parla tenendomi una mano sul petto “piccolo orsacchiotto crudele; sai quanto mi fai soffrire, eppure non riuscirei a vederti andare via. Non ce la farei più.”

       “Un’altra cosa…”

       “Vai…”

       “L’hai…Provato?”

       “Provato cosa?”

       “L’orgasmo, intendo. La Petit Mort. Il sublime acme del godimento.”

       “No.”

Solita figura da porco maschilista egoista?

       “Mi…mi dispiace, sarebbe stato epocale”

Mi slaccia la camicia e mi guarda con gli occhi di Bambi.

       “È stata epocale, per me”

       “In che senso?”

       “Nel senso che avverto quando un uomo comincia a diventare mio. E tu non ti sei mai lasciato andare come stasera. Non mi sei mai stato così vicino. Non avrò tutta questa esperienza amatoria come ve la menate voi vecchiacci” comincia a sorridere, si compiace del suo sarcasmo “però certe cose le sento a pelle; eri dentro di me. Stasera eri quasi me.”

       “Forse.”

       Subentra uno strano silenzio, viscoso e pieno di domande sull’orlo di un precipizio; non sono io a vibrare, è lei che ha qualcosa. Non capisco cosa sia, ma sono sicuro che non ci metterà molto a farmelo sapere.

       “Senti, ti prego. Puoi dirmi che ti è piaciuto tantissimo? Non mi importa se non è vero. Ho bisogno che tu me lo dica.”

       “È stato favoloso. Mi è piaciuto tantissimo essere guidato da te stanotte. Se mi tocchi capisci istantaneamente che non sto mentendo, non riesco a mentire”

       “Grazie. Grazie.” comincia a singhiozzare sottovoce “…Sai la cosa che mi piace di più di te? Oltre a un tenero amante sei un ottimo amico. Davvero…”

       Se va avanti così finirò con il crederci veramente, però mi solletica la vanità, forse la bambina ha capito dove colpire.

       “Grazie, mi imbarazzi, non sto scherzando…C’è qualcosa che non va? Hai qualche problema a casa?”

Non mi ascolta nemmeno.

       “Un’altra cosa…”

       “Che c’è?”

       Mi sale sopra, mi mette due dita sulle labbra proprio mentre cominciano a passare alcune macchine e mi guarda come non mi ha mai guardato.

       “Ti amo”

       Resto ipnotizzato, coperto da un rossore diffuso e non riesco a spiaccicare una sola parola.  Disorientato, alle sei del mattino, in un lungo stradone grigio col sole che comincia a far capolino e una donna che lascia gocciolare cinque lettere. Pesantissime.

       “Vuoi…Vuoi un’altra sigaretta?”

       “Se ho voglia le ho in borsa. Il problema è che ti amo. Ti amo davvero, troppo. Se per qualche motivo tu dovessi andartene o lasciarmi non saprei assolutamente come reagire. Ho paura. Ho paura di essere dipendente da te.”

       “Non è che magari ti stai cercando di convincere di avere un’amore più profondo di quello che hai in realtà? Non è che hai idealizzato troppo questo rapporto?”

       “No! So cosa ho dentro, e so cos’hai dentro tu. Non abbandonarmi”

       “Allo stato attuale delle cose non ho nessuna intenzione di abbandonarti” sdrammatizzo canticchiando quel pezzo dei Dodgy If it’s good enough for you it’s good enough for me, it’s good enough for two is what I want to see. Metto in moto e mi dirigo verso la più vicina pasticceria, ho una fame diabolica, ma Monroe non ha finito.

       “Lo sai che ti amo, vero? Lo percepisci anche tu”

Cosa percepisco io, oltre alla confusione e a tutti questi casini che mi volteggiano attorno da qualche tempo? Cosa dovrei percepire?

       “…Forse”

       “Non forse. Sicuro. E adesso sono solo cazzi nostri.”

Già. Sono solo cazzi nostri. Forse da adesso solo miei.

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

 

Tre parole:

“Il Caso è lo pseudonimo scelto da Dio quando non vuole firmarsi di persona” (A.France)

“Non lanciare le uova, pensa vegan. Lancia i sassi” (scritta su un muro)

“Quando compro un libro io leggo l’ultima pagina per prima, così se muoio prima di finire so quello che succede. Questo, amica mia, è il lato oscuro” (Harry, ti presento Sally)

Dieci suoni:

The Jam, In The City 1977

Marxman, 33 Revolutions Per Minute 1993

Babel 17, Celeano Fragments 1990

The Associates, Sulk 1982

Cop Shoot Cop, White Noise 1991

Echo & The Bunnymen, Crocodiles 1980

Negativland, Escape From Noise 1987

Gang Of Four, Solid Gold 1981

Mo-Dettes, …The Story So Far… 1980

Kate Bush, The Lionheart 1978

Michele Benetello

Michele_Pimlico

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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