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by • 19 aprile 2017 • Life & CultureComments (0)493

Pulizie di primavera

Pulizie di primavera

(foto di Mariela Victoria De Marchi Moyano)

Da quando ero piccola, collego l’espressione “pulizie di primavera” a una vignetta di Topolino: Paperina apre le persiane quasi con violenza per svegliare Paperino e, gridando l’arrivo della bella stagione, annuncia l’obbligo di un weekend di grandi pulizie. Solidarietà, a vita, a Paperino.

Da adolescente, alla richiesta materna di aiuto per il cambio stagione la mia risposta negativa aveva un’ottima giustificazione: necessario studio matto e disperatissimo. In quei periodi dell’anno avevo sempre voti più alti della media.

Nell’appartamento da single ho risolto brillantemente il problema: due armadi.

Ma alla fine ho dovuto fare i conti con la convivenza: casa piccola da dividere con un amore ordinato.

Certo, non diventerò mai Marie Kondo, esperta giapponese del riordino, ma la necessità ha fatto in me virtù. Allo stesso modo il Master in Coaching, dove si lavora molto sul decluttering, mi ha reso consapevole della necessità di ordine esterno per fare ordine all’interno di noi. Ora cerco di chiedermi il più possibile di cosa ho bisogno, eliminando quello che non è necessario a priori.

Anche i protagonisti dei libri selezionati operano delle scelte di ordine e pulizia, legate a necessità diverse, e nel farlo si pongono delle domande. “Dall’Ordine, allora, non si parte – come sostiene lo scrittore ed enigmista Stefano Bartezzaghi – all’Ordine ci si arriva, ognuno a modo suo, perché l’Ordine è l’orientamento – precario e individuale – che troviamo nel Disordine”.

ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI – Elvira Seminara (ed. Einaudi)

Possono i vestiti comunicare? Assorbire sentimenti? Secondo Eleonora, protagonista di questo romanzo, la risposta non può essere che sì. A quarantacinque anni lascia Firenze e si rifugia a Parigi per necessità di solitudine e fare ordine con se stessa.

I vestiti contribuiscono, come le cose che ci appartengono, a raccontarci e a definire la nostra identità. E così l’inventario dei vestiti rimasti nella casa lasciata diventa il dialogo con cui una madre decide di farsi sentire e conoscere dalla figlia. Una genitrice non semplice da gestire, Eleonora. Troppo impetuosa, eccentrica, una madre che riempie, come riempie il suo armadio, fino a togliere il respiro.

Senza i vestiti davanti, la protagonista lavora per flash e ricostruzioni. Ogni stoffa, fantasia, taglio racchiude in sé emozioni, vita, stati d’animo. Ci sono i vestiti elfi, quelli parassiti e ingrati, quelli induriti e quelli che sanno aspettare. Uno per giorno, diviso per categoria: la mappa degli abiti serve ad Eleonora per raccontarsi, per confortarsi preservando i suoi ricordi, ma anche per fare delle valutazioni sul suo passato, per setacciarlo. E per accompagnarla, insieme al lettore, verso una  trasformazione finale.

FAIR PLAY – Tove Jansson (ed. Iperborea)

In questo romanzo si parla di creatività, di condivisione, di dare spazio. Già il titolo richiama al gioco e alla correttezza, e il giocare e il creare, sempre nel rispetto degli spazi fisici ed emotivi comuni, si sussegue in tutto il racconto.

Piccoli episodi di vita insieme, più che un romanzo vero e proprio, quelli di Jonna e Mari, due amiche di mezza età. Artiste entrambe, Jonna donna pratica e decisa rispetto a Mari, più incerta e sognatrice. Due atelier ai capi opposti di un edificio sul porto di Helsinki e una casetta condivisa in una piccola isola. Nessuna succube, nessuna oppressiva rispetto all’altra. Entrambe esternano la propria individualità e si confrontano, talvolta anche litigando, ma sempre con lealtà e aiuto reciproco.

Fair play sembra un’opera dove nulla accade, e invece si rivela, fin dall’inizio, preziosa nella sua essenzialità e profondità. Regala la sensazione del valore del tempo e dell’importanza della creazione e revisione artistica: un decluttering mentale nei confronti dei vecchi punti di vista, un cambio di prospettiva che consente di vedere ogni giorno, apparentemente uguale nella sua quotidianità, sempre nuovo e rinnovato.

LA CASA – Paco Roca (ed. Tunué)

C’è un repulisti che non si vorrebbe mai fare, ma, inevitabilmente, tocca.

Una necessità pratica che ci pone, spesso violentemente, di fronte all’obbligo di fare ordine nei pensieri in un momento critico e confuso come quello del lutto familiare. Il porsi delle domande che portino chiarezza in un progetto di riordino diventa ancora più complicato se si tratta di gestire la casa dei nostri genitori scomparsi.

Aprire le porte nel proprio intimo familiare, quello più profondo, che racchiude la nostra infanzia e le nostre evoluzioni, non è per niente semplice perché ogni oggetto sembra parlarci di sentimenti, aspettative, emozioni. Non solo le nostre, ma anche le loro, o quelle che abbiamo creduto come tali. Tutto assume una valenza fisica, che si sostituisce al ricordo, e, nel buttare, sembra quasi di cancellare senza rispetto.

Ne La Casa, l’autore Paco Roca ci accompagna in un viaggio emotivo nell’abitazione dove un padre ha vissuto gli ultimi giorni. I tre figli, si danno appuntamento per sistemarla, intenzionati a vendere la proprietà. La casa che per loro è stata luogo di vacanza per anni, è rimasta chiusa a lungo dopo la morte del genitore, e anche i lavori iniziati sono finiti in sospeso. Caratteri diversi, vite diverse. Ognuno di loro però riscopre nel sistemare le stanze, toccare gli oggetti, qualcosa di più sul padre, sul suo carattere. Ma anche su se stesso e sui fratelli. Passato, presente e futuro si intersecano in questa graphic novel sincera e appassionante, che impone anche al lettore una riflessione dolceamara sullo scorrere del tempo.

L’ARTE A SOQQUADRO – Ursus Wehrli (ed. Il Castoro)

Alzi la mano chi, una volta nella vita, al primo impatto con un’opera di arte contemporanea non abbia pensato si trattasse di figure geometriche disorganizzate, puntini colorati, strappi e macchie casuali. Qualcuno ha scritto libri per spiegarci perché, nonostante ci venga spontaneo pensarlo, no, quelle opere non potevamo farle anche noi. Invece, Ursus Wehrli, artista e comico svizzero, ha fatto qualcosa di diverso: le ha smontate nei pezzi che le compongono.

Il titolo del libro in inglese è Tidying up art, e infatti è quel che fa, mette tutto a posto. Di ogni opera viene presentato il prima e il dopo il riordino, e così sistema la Camera da letto di Van Gogh in modo da poterci passare l’aspirapolvere, ci mostra un’ ipotetica raccolta di pezzi di ricambio per Keith Haring, fa vedere come sarebbe la piazza di un villaggio di Pieter Bruegel dopo che la gente se n’è tornata a casa.

Come scrive Bartezzaghi nell’introduzione, con l’ordine Wehrli ci mostra la potenza della disposizione, praticamente l’anima dell’opera: “se vengono a mancare gli elementi non c’è più niente ma non c’è niente neppure se viene a mancare la loro disposizione”.

Sarà perché è svizzero, e gli svizzeri l’ordine ce l’hanno nel DNA, come spiega nel TED a cui ha partecipato. Ma Marie Kondo a questo qua gli fa un baffo.

Anna De Pascalis

Anna De Pascalis

Rodigina di nascita, veneziana per amore. E poi Bologna, Firenze e Londra nel cuore. Un’adolescenza negli Anni ’80, tra capelli cotonati, glitter e musica pop, spiega una perdurante predilezione per i colori accesi e la braga di pelle. Mi piace scoprire posti nuovi e organizzare piccoli viaggi slow. Il cibo cucinato con passione e presentato con cura è un dono che apprezzo tantissimo. Ottimista, ironica e diplomatica, cerco sempre di guardare al di là delle apparenze e di stupirmi delle cose di ogni giorno. Ho frequentato il Master in coaching di Accademia della Felicità per conoscermi meglio e per aiutare gli altri a creare la vita che desiderano vivere.

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