MENU

by • 10 ottobre 2013 • CarrieraComments (0)1109

Interculturalità ovvero: lavorare in tutti i paesi del mondo, si può davvero fare?

 

Silvia Vercelli è giovane, simpatica, giramondo e di mestiere fa la Cross Cultural Coach, da questo mese sarà nostra guest blogger sul tema dell’interculturalità ovvero: lavorare in tutti i paesi del mondo, si può davvero fare?

Siete interessati ad approfondire questo argomento?

Contattatela!: Silvia Vercelli – Cross Cultural Coaching svercelli@libero.it

———————————————————————————————————————————————–

“Dobbiamo pensare in un’ ottica globale”: quante volte vi siete sentiti dire questa frase dai vostri manager, o se siete voi stessi i manager, quante volte l’avete pronunciata al vostro team? Tutti o quasi in azienda siamo toccati dal fenomeno “globalizzazione”. E per chi non lo è ancora, inizi a tenersi aggiornato, perché lo sarà presto!

Nel mio caso, ad esempio, la mia esperienza quasi decennale in una multinazionale mi ha portata a lavorare con colleghi da tutto il mondo e a ritrovarmi così ad affrontare il noto dilemma del: nature or nurture ?

Ecco l’intento di questi post sulla interculturalità, adatti a tutti, indipendentemente dal ruolo ricoperto in azienda: creare uno spazio interattivo per chi attualmente lavora in un ambiente internazionale e/o sta per entrare a far parte del gioco in modo da condividere esperienze, consigli, e – perché no – anche qualche aneddoto divertente.

Iniziamo con un’overview generale per poi pubblicare mensilmente un post per ciascuna nazione con cui ho collaborato.

Cosa significa realmente ‘Globalizzazione’ e come va a influenzare la nostra giornata lavorativa ?

Quando si fa parte di un team multiculturale, escludendo i meeting face to face che si tengono solo quando strettamente necessario, la maggior parte del lavoro si svolge utilizzando la tecnologia come supporto: i termini conference callvideo conferenceweb meeting entrano così nel gergo quotidiano.

Alzi la mano chi durante le prime riunioni con asiatici, americani, inglesi, indiani etc etc non si è sentito un alieno.

Quali sono i primi passi da fare per poter collaborare efficacemente in un contesto così variegato ?

Partiamo dall’attitudine mentale.

È facile ed umano assumere la posizione per cui le proprie origini ed il proprio modo di lavorare siano i migliori e lasciarsi prendere dal pregiudizio verso una qualsiasi altra cultura ancor prima lavorarci. Atteggiamento errato! Ritentare.

È un po’ come essere di fronte ad un iceberg, dove la punta è rappresentata dal modo di vestire e di comunicare del nostro interlocutore, mentre la parte sottostante è legata più alla sua concezione del tempo, della relazione, della gerarchia, etc. etc. Se si inizia col leggere il comportamento dell’altro attraverso il proprio schema di assunzioni e valori è breve il passo verso il ‘misunderstanding’ reciproco.

Un comportamento più positivo e costruttivo è perciò quello di approcciare con curiosità e apertura mentale il modo di lavorare e di comunicare degli altri nostri colleghi ‘stranieri’ e cercare di riconoscere nel tempo quali siano le caratteristiche o le differenze che derivano proprio dalla cultura stessa (il cosidetto nature or nurture, appunto); questo ci aiuterà a capire dove possiamo adattare il nostro modo di relazionarci con loro, pur mantenendo il nostro stile. E porrà le basi per una collaborazione durevole e di successo.

Lo stesso principio vale viceversa ovviamente. Anche la nostra controparte può essere influenzata dagli stereotipi nei nostri confronti. Questo è un punto comune a tutti!

È importante perciò essere consapevoli di quale sia l’immagine che il mondo ha di noi Italiani; spesso è legata a quanto trasmesso dai nostri film più famosi, alle esperienze turistiche individuali o alle notizie di attualità e politica.

Che ci piaccia o no, per quanto dotati di un eccellente curriculum lavorativo, siamo comunque conosciuti alle masse come amanti del buon cibo e vino, abili conversatori con le mani e dal tono di voce alto, conterranei de ‘Il Padrino’ & Co., buontemponi, disponibili a convivere con una situazione politica anomala, irrispettosi delle regole etc etc.

Come possiamo acquisire credibilità, pur essendo preceduti da una reputazione alquanto discutibile in un ambito professionale? In particolare se i nostri colleghi d’oltreoceano e/o d’oltralpe ci credono?

Ci viene qui in aiuto il concetto di ‘Underpromise, Overdeliver’.

Per fare una buona prima impressione, basteranno pertanto alcuni piccoli accorgimenti come: presentarsi in orario ai meeting (virtuali o reali), con abbigliamento professionale, evitare interruzioni con battute umoristiche (per chi proprio non ce la fa, limitarle all’inizio e/o alla fine del meeting), curare il proprio inglese, sia per quanto riguarda la pronuncia che la forma (essendo questa la lingua solitamente utilizzata in ambito internazionale). Questo servirà a ottenere l’attenzione dei nostri interlocutori diffidenti, che si aspettavano invece un rumoroso saltimbanco. Il resto lo faranno le competenze di ognuno e la capacità di adattarsi a seconda delle diverse nazionalità con cui interagiamo (come vedremo nei prossimi post).

In aggiunta alle caratteristiche di cui sopra, non dimentichiamo però quali sono i nostri punti di forza, che abbiamo sviluppato proprio grazie alle nostra provenienza e alla nostra storia: la creatività, la capacità di relazione e di feedback, la flessibilità e la predisposizione all’apprendimento. Ottime doti da offrire ad un team internazionale quando occorre proporre soluzioni o miglioramenti, supportare decisioni o introdurre cambiamenti. È opportuno essere consapevoli anche di questo per capire dove apportiamo il nostro valore.

In sintesi, come diceva Mahatma Gandhi,

Non voglio che la mia casa sia murata su tutti i lati e le mie finestre sbarrate. Voglio che le culture di tutti i paesi soffino attorno alla mia casa con la massima libertà possibile. Ma rifiuto di essere messo in ginocchio da chiunque.

Breve riepilogo di consigli per una collaborazione di successo con altre culture

  • Rispetto. Evitate giudizi affrettati e basati su stereotipi; prendetevi del tempo per verificare atteggiamenti o modi di dire differenti dal vostro; create l’occasione per verificare di persona e/o in un momento non lavorativo. Es. “Ho notato che le risposte in merito ad informazioni specifiche richiedono molto tempo; cosa crea ritardo?”
  • Chiarezza. Cercate sempre di avere una comunicazione chiara da parte vostra che lasci poco spazio ad interpretazioni: esplicita, concreta, supportata da dati oggettivi.
  • Pazienza. Non sentitevi frustrati se la persona di cultura diversa vi farà le stesse domande sullo argomento più volte; in alcuni ambienti la stessa informazione viene riportata a più livelli nella gerarchia prima di prendere una decisione.
  • Osservazione. Per il motivo di cui sopra, durante i meeting prestate attenzione a chi parla e chi esegue, questo vi servirà per saper rispettare i ruoli e la gerarchia nelle prossime interazioni.
  • Timing. Informatevi sempre sui diversi fusi orari in modo da organizzare meeting che rientrino il più possibile nell’orario lavorativo di ciascuno.
  • Ospitalità. Se il/i vostro/i colleghi stranieri vengono in visita presso la vostra sede italiana assicuratevi di portarli fuori a cena e organizzate una visita della città; questo sarà molto apprezzato. Ricordate che la lingua comune va mantenuta anche al di fuori dell’orario lavorativo, specialmente se non siete gli unici italiani del gruppo.
  • Creatività. Ingegnatevi per creare una grande varietà di approcci relazionali; prima o poi troverete quello giusto. Ascoltate, osservate, andate oltre.

Curiosità

*Siesta. Colpiti dai negozi che chiudono per un lungo intervallo durante la pausa pranzo, alcuni colleghi stranieri mi hanno chiesto se è vero che ci concediamo una siesta durante l’orario lavorativo.

*Piloting. Proprio per il nostro sistema scolastico articolato, abbiamo, rispetto a membri di altre nazioni, una buona predisposizione all’apprendimento; ciò, unito alla nostra capacità di feedback, fa sì che veniamo spesso scelti come “gruppo pilota” per introdurre cambiamenti in azienda, nel modo di lavorare o nel sistema informatico.

 

Related Posts

Comments are closed.