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by • 4 novembre 2015 • Management, Sogni & ProgettiComments (0)1175

TAAAAC. Ci siamo!

Couple Parasialing With Colorful Parachute And Dramatic Sky

 

 

“Quest’anno ho fatto cose che voi umani… probabilmente pensavate già che avrei potuto fare. Io no. Buon anno”.

Con questo post di Facebook del 31 dicembre 2013 auguravo buon anno a tutti i miei amici e concludevo quello che era stato un periodo veramente pieno di sorprese. Su me stessa, su quello che ero capace di fare, sul mondo che era là fuori e – viva la megalomania – aspettava SOLO ME.

Il 2013 è l’anno che ricorderò sempre come l’anno del BGI. E non esagero se dico che è stato uno di quegli anni che in qualche modo cambiano la tua vita (ma tu magari lo capisci molto tempo dopo). Ma ogni storia che si rispetti inizia… dall’inizio.

Una delle attività principali di un giovane imprenditore (almeno all’inizio) è quella di cercare soldi per finanziare la propria idea d’impresa. E per farlo una delle opzioni è partecipare alle business plan competition. Che poi, dico, hai fatto così tanta fatica a scriverlo sto business plan, perché non mostrarlo a chiunque ti si pari davanti? E così a marzo 2013 mi imbatto nel programma BGI – Building Global Innovators, che seleziona startup in tutto il mondo per invitarle a partecipare a un periodo di formazione da concludere con una presentazione davanti agli esperti del MIT Portugal e del MIT di Boston e con l’assegnazione di finanziamenti da 100 mila euro. Quattro le sezioni in cui candidarsi: Health Tech, IT&Web, Products&Services and Smart City. TAAAAC. Ci siamo. Prendo il business plan, lo carico nell’apposita sezione del sito, compilo l’anagrafica della mia start up per la categoria Smart City e aspetto. Dopo qualche mese e un colloquio di selezione via Skype, mi ritrovo a Lisbona per un bootcamp di una settimana, insieme ad altre startup da tutto il mondo: portoghesi, inglesi, ma anche russe e brasiliane. E la nostra è l’unica start up italiana selezionata per quell’edizione.

Quella del bootcamp è stata allo stesso tempo l’esperienza più bella e più difficile della mia vita. Ho affrontato un programma intensivo per giovani imprenditori, durante il quale mi sono preparata per affrontare una cosa paurosissima che si chiama “elevator pitch” davanti a investitori internazionali. Durante quella settimana di luglio, in una Lisbona bellissima e assolata (che io non ho potuto visitare perché ero sempre chiusa in Università a seguire le lezioni), mi sono trasformata. Ne ho le prove, e sono tutte videoregistrate… Eh sì, perché questi simpaticoni del MIT, per insegnarti a fare un elevator pitch come Dio comanda, hanno una strategia ben precisa, e molto sadica. Fartene fare in continuazione (si sa, la pratica aiuta), spesso a tradimento, e soprattutto videoregistrandoti. In modo che il giorno successivo possano proiettare il tuo pitch davanti a tutti i tuoi colleghi startuppari e umiliarti fino a che non impari a stare davanti alla videocamera con dignità, a non sbagliare gli accenti mentre parli in inglese e a non impappinarti mentre cerchi di raccontare vita, morte e miracoli della tua azienda in meno di tre minuti per convincere un investitore a darti un milione di euro. Facile no?

Ebbene, io sono la prova vivente che tutto è possibile. Dopo il primo pitch e la prima umiliazione pubblica meditavo di passare il resto della settimana a visitare Lisbona e mangiare Pastéis de nata fino a morire. E invece sono rimasta, e alla seconda registrazione l’operatore che faceva i video ha spento la telecamera, mi ha guardata negli occhi e mi ha detto – Micaela, lo sai che puoi anche respirare, vero? E sai che c’è? Alla fine ho imparato. A fare un pitch e a respirare contemporaneamente. Ho fatto l’ultimo della settimana, quello che sarebbe andato in mano alla giuria, e meglio di così non poteva andare. Questa volta, alla fine della registrazione, l’operatore mi ha lanciato uno sguardo che diceva chiaramente – hai spaccato. Dopo tutto questo, che era soltanto il warm up, ho affrontato la prova più grande. A novembre sono tornata a Lisbona per rifare l’elevator pitch davanti a una platea di 200 invitati, tra imprenditori, business angels, venture capital, banche ecc, e in streaming live su internet. Non ho vinto i 100 mila euro in palio, e per un po’ questa cosa mi ha scocciato un sacco. Ma alla fine mi sono portata a casa la soddisfazione personale di aver fatto qualcosa che mi terrorizzava, e ho avuto la certezza di averlo fatto bene. E poi grazie al lavoro svolto nel bootcamp e nei mesi successivi (scrivere la go to market strategy e fare ogni settimana una call di “controllo” con il mio mentore), ho avuto l’opportunità di accede a un secondo periodo di formazione per imprenditori, questa volta allo Skoltech del MIT di Boston. Se fai business in Europa, quando vai negli Stati Uniti devi praticamente ricominciare da capo, o quasi, perché lì è tutta un’altra cosa. Si usa un linguaggio diverso, un modo di fare differente, addirittura ci si veste in modo diverso… Ed ero lì per impararlo. Il pragmatismo degli americani è proverbiale, e la prima lezione a cui ho assistito una volta arrivata a Boston è stata quella sulla Tech Etiquette, che mi ha insegnato a stringere la mano “all’americana” oltre alla nobile arte del follow up. Anche qui i pitch e le presentazioni (più o meno a sorpresa) si sprecavano, ma questa volta quei geni del male del MIT hanno alzato la posta e ci hanno sottoposti al “Barracuda mare”. Che, per semplificare il concetto, funziona così: è come prendere un pesciolino indifeso e gettarlo in una vasca piena di… barracuda. In questo caso i barracuda sono gli investitori e il pesciolino indifeso sei TU. Che entri in una stanza piena di finanziatori, fai il tuo pitch, loro ti dicono cosa non va; esci, riscrivi e ristudi il pitch; rientri nella stanza, rifai il pitch e i finanziatori ti dicono cosa non va. E così via fino a che la tua presentazione non li soddisfa. Bello no? Comunque alla fine vai in un bar coi tuoi colleghi imprenditori (o pesciolini che dir si voglia), bevi fino allo sfinimento e il giorno dopo sei fresco come una rosa, pronto per un’altra lezione.

Boston per me è stata un sacco di aperitivi con sconosciuti a cui ho imparato a raccontare chi ero, cosa facevo lì e cosa potevano fare loro per me; le serate al Cambridge Innovation Center con altri sconosciuti con cui dovevo fare networking (cosa che mi terrorizzava); le lezioni sul marketing, la vision, la value proposition, i finanziamenti; i contatti che mi sono portata a casa; la paura di non essere all’altezza e il sollievo quando ho scoperto invece di sapermi muovere in un ambiente nuovo, che mi obbligava a essere molto più estroversa di quello che pensavo di poter umanamente chiedere a me stessa; l’articolo su un blog americano che citava me e la mia startup per un follow up particolarmente ben riuscito. E tanti, tanti, tanti drink.

Ripensando oggi a questa bellissima esperienza mi sono chiesta: perché mai dovrei tenermi tutto questo per me? Quindi se vi va ci vediamo in ADF dal 17 novembre per il workshop Start me up before you gogo. Giuro, niente barracuda. Al massimo caramelle e cioccolatini.

 

MICAELA TERZI

Micaela 2

 

 

Giornalista, esperta di comunicazione, imprenditrice seriale, startupper in tempi meno sospetti di questi sono introversa, riflessiva, pazza per la cancelleria e per i viaggi. Sto studiando al Master in Coaching di ADF per far diventare la mia passione per la formazione e per la trasformazione delle vite e dei progetti degli altri un lavoro.

 

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