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by • 26 ottobre 2016 • Life & CultureComments (0)534

Turbato e felice

Solitudine

No, non si parla della mia sfera sessuale, si parla di solitudine mi spiace. Molti direbbero “Quindi esattamente come la tua sfera sessuale”, ma noi le malelingue non le ascoltiamo.

E’ il secondo post della serie “La solitudine non è poi cosi infame” (“Io ballo da solo” era il primo) e tratteremo del perché la solitudine ci turba e del fatto che ci fa diventare adulti.

Chi,  storicamente, si pensa che viva in solitudine ? L’emarginato, il diverso, chi non è in equilibrio con la società, uno sfigato insomma.

Durante la storia, malati, criminali, pazzi, venivano isolati dalla società. Solo più recentemente, nell’era moderna, le classi più agiate avevano spazi dove studiare, riflettere stando soli in una intimità cercata.

Anche oggi ci sono due visioni che pervadono il nostro sentire: esiste una solitudine scelta, voluta, che ci permette di pensare, studiare, rilassarci, e una solitudine sofferta derivante dal rifiuto, dall’abbandono, dalla difficoltà di integrarsi, dal fallimento, dalla vergogna.

I media ci fanno credere che piuttosto che stare soli è meglio avere un pollo a cui far scoprire quale è il pane che hai fatto tu e che la spiegazione di tutti i casi umani da Hannibal the Cannibal in poi sia la solitudine. Questa nemica del piacere e della realizzazione personale, fonte di sofferenza e che dobbiamo sradicare dalle nostre vite se vogliamo stare bene. Come se la felicità vada cercata negli altri invece che dentro di noi.

Alla storia e al messaggio della società la ciliegina sulla torta ce la mettono i nostri ricordi personali. Da bambini da soli al buio in cameretta; in seguito ci hanno mollato fidanzate o fidanzati, a seconda del caso, fino alla morte di una persona cara, un’assenza che nessuno potrà colmare. Tutti casi, a partire dal passato arrivando fino ad oggi, dove inconsciamente abbiamo interiorizzato la solitudine come conseguenza di una situazione triste e, di contro, non abbiamo sufficientemente interiorizzato i momenti di solitudine positivi, che sono passati senza farci caso, senza lasciare conseguenze.

E per evitare questa enorme fonte di sofferenza ci diamo un sacco da fare. Pensate ai genitori che riempiono il tempo dei figli con tutti i corsi e lo sport possibile, non sia mai che si annoi o si senta solo. Il tempo libero da impegni è abolito e agognato nello stesso tempo, il tutto a beneficio del mercato delle agende elettroniche e cartacee.

Quindi chi sta bene anche da solo è visto un po’ strano.

Eppure accettare i propri periodi o momenti di solitudine significa essere liberi di essere se stessi, non basare la propria realizzazione sugli altri.

Significa apprezzare i rapporti sociali senza farsi invadere, e dimostra un certo equilibrio.

Inoltre saper star soli significa diventare consapevoli di sé e dei propri limiti. Capita a tutti di schiantarsi a velocità ipersonica contro il muro della realtà. A volte qualcosa ci sovrasta e ci costringe a cambiare i nostri piani, a volte desideriamo qualcosa ma non abbiamo i mezzi per ottenerlo, accusiamo gli altri di non aiutarci e la società di essere contro. Capita che ci rendiamo conto che le nostre capacità non ci permettono di raggiungere obiettivi o che non sappiamo rispondere alle domande altrui. E sono momenti negativi di delusione e tristezza. Eppure sappiamo che tutti abbiamo dei limiti, ma i nostri desideri non tengono conto delle nostre reali risorse, del contesto o degli altri. Non riusciamo a realizzare desideri impossibili o semplicemente al di fuori della nostra portata.

Chi confonde i desideri con i bisogni soffre perché non può ottenere ciò che vuole, ed è sovrastato dalla frustrazione. Saper rinunciare a un desiderio irrealistico, accettare i propri limiti, capire che dobbiamo costruirci passo a passo, adattarci alle situazioni, sono tutte cose basilari anche se spesso dimenticate, e si imparano nell’esperienza della solitudine. Solo voi potete capire cosa provate, cosa sentite, il limite che avete visto, che avete elaborato e metabolizzato. In una maratona se vi mancano le energie rimanete indietro e siete soli a pensare che avete preteso troppo e che dovete allenarvi meglio.

Non siamo onnipotenti ma individui normali tra tanti, vulnerabili e dal potere limitato. Rinunciare all’onnipotenza di non avere limiti aumenta la capacità di adattamento, migliora le relazioni e rende più efficaci. Non possiamo risolvere i conflitti imponendo i nostri desideri, immaginando che tutto è dovuto e che riusciamo a fare tutto, muovendo cielo e terra per ottenere l’improbabile, e che nessuno debba resisterci. La vita non è un capriccio.

Le altre persone non sono oggetti manipolabili in funzione dei desideri cha abbiamo. Essere adulti significa distinguere ciò che è possibile da ciò che non lo è, cosa dipende da noi e cosa invece dagli altri, riconoscere i nostri limiti. La solitudine insegna ad accettare i propri limiti, che non significa rassegnazione o abbandono di ogni ambizione, ma responsabilità e cambiamento.

Accettare tutto questo è un’esperienza solitaria.

Certo tutti abbiamo bisogno degli altri, ma non possiamo renderli responsabili delle nostre difficoltà. E se guardiamo la cosa da un’altra angolazione, non ci si può aspettare che altri vi procurino ciò che cercate perché non sono onnipotenti. Fatevi carico dei vostri bisogni, anche questa è un’esperienza solitaria.

Si può vivere in armonia con gli altri soltanto se prima abbiamo trovato una certa armonia con noi stessi, l’esperienza della solitudine è l’apprendimento dell’indipendenza. Non possiamo amare qualcuno soltanto per colmare un vuoto. Eppure molte persone intrattengono rapporti sociali per bisogno di sicurezza, per sentirsi protetti, amati. La presenza di altri serve soltanto a ovviare a una mancanza, a placare un angoscia. Va bene tutto pur di non rimanere soli.

Anche se chi vi vuol bene è attento a voi e se le persone sicuramente affidabili che vi circondano vogliono la vostra felicità, i responsabili della vostra vita rimanete voi e dovete prendervi cura di voi stessi, da soli.

Questo non vuole dire che da domani andate a fare l’eremita nutrendovi di bacche e licheni; significa aver acquistato la capacità di stare nel proprio giardino interno e accettare che gli altri possano fare lo stesso senza sentirsi abbandonati e senza l’amore delle persone.

Il 13 dicembre Marco Bonora terrà il workshop “Come passare del tempo da soli” in Accademia della Felicità dalle 18.30 alle 21.00, e ci aiuterà a capire perché a volte può essere così spaventoso per noi stare da soli, e quali vantaggi potrebbe avere superare queste paure. Impareremo inoltre la perduta arte della solitudine, e come sfruttarla a nostro vantaggio. 

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